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Zibaldone

CHE SI DICE DALL’ITALIA/ Eataly da… Oscar

In foto, la sede di Eataly a Roma

In foto, la sede di Eataly a Roma

A Roma, grazie a Farinetti, sta per sorgere un gioiello del palato quattro volte più grande di quello di New York

Oscar Farinetti (nella foto in basso da Eataly a Roma ) è un vincente. E, se non lo fosse o se si trovasse in momentanee difficoltà, bisognerebbe augurargli di cuore di superare ogni ostacolo. Soprattutto se a mettergli i bastoni tra le ruote ci si mette uno degli avversari più temibili: la burocrazia.

E non una burocrazia qualsiasi: quella romana, il concentrato delle pastoie, delle scartoffie e dei ritardi kafkiani. Ma Farinetti, dovrebbe averla spuntata anche questa volta. Sta infatti per aprire Eataly Roma.

Obiettivo, nelle dichiarate ambizioni del vulcanico guru del mangiar bene all’italiana: “Far sì che, d’ora in poi, i turisti vengano a Roma per vedere tre cose: il Colosseo, i Musei Vaticani e Eataly. E non necessariamente in ordine alfabetico”.

Esagerazione? I giornalisti che hanno avuto la ventura di poter visitare in anteprima questa ottava meraviglia del mondo, pensano che l’inarrestabile omino con i baffi non stia millantando credito. Conoscete già Eataly a Manhattan? Bene: dimenticatelo. Quello di Roma quattro volte più grande (avete letto bene): 17mila metri quadrati di ogni delizia divisi su quattro piani, percorribili al giusto andamento lento grazie a morbidi tapis roulant. C’è di tutto. Pasta fresca fatta sul momento, lo stesso per la vera mozzarella di bufala campana, per i salumi, per i vini, per la carne, il pesce, il caffè tostato sul posto per l’autentica moka, un birrificio dove la bionda (ma anche la rossa e la mora) fermentano sotto i vostri occhi. C’è la piadineria e il mago del panino: niente nomi dei singoli chef, per non far torto agli altri. Ma ha ragione Farinetti: ognuno al top del suo settore. E poi ci sono i ristorantini tipici della cucina romana (“Perché il territorio, ogni territorio, va valorizzato e qui siamo a Roma”). Infine un ristorante più elegante, dal nome semplice ma che dice tutto: Italia. E poi, tante aule dove insegnare cucina agli adulti ma anche ai piccoli: i maestri delle elementari sono caldamente invitati a far partecipare i loro piccoli alunni. Si divertiranno di sicuro e impareranno una lezione fondamentale: come apprezzare – e salvare – le cose belle d’Italia e della natura che tanto ha voluto favorire questo straordinario paese apprezzato nel mondo interno tranne che dagli stessi italiani.

Il tutto, all’insegna di un motto di Dostoevskji che campeggia all’ingresso: “La bellezza salverà il mondo”. Eppure Farinetti ha avuto un sacco di problemi. Non tanto con la politica (la governatrice del Lazio, Renata Polverini, ha subito fiutato l’importanza e se ne è fatta sponsor) quanto, appunto, con la burocrazia.

Pensate, Farinetti ha scovato uno dei tanti templi della inefficienza romana, il terminale ferroviario Ostiense, un enorme complesso realizzato per i Mondiali di calcio del 1990 e subito abbandonato dopo il fischio di chiusura della finale.

Da allora l’enorme struttura è stata lasciata al degrado. Dopo oltre venti anni, arriva un imprenditore con i soldi che propone uno degli interventi più importanti non solo del territorio laziale ma probabilmente di tutto il Paese. Ottiene l’Ok, pensa che sia tutto a posto. Ma non ha fatto i conti con la burocrazia, con gli impiegati che vogliono un  timbro (o, chissà, magari anche altro) per apporre il loro timbro.

A un certo punto, i lavori vengono addirittura fermati perché un documento presentato avrebbe dovuto essere diverso. Ai cronisti, non solo quelli gastronomici, non è restato che incrociare le dita. Pensavano che se quella fatiscente cattedrale nel deserto che era l’ex terminal Ostiense fosse diventato il più grande store alimentare del mondo, sarebbe stato una risorsa per tutto il quartiere. Anzi, per l’intera città. Tanto per cominciare, per i posti di lavoro che avrebbe creato. Farinetti, sempre con il suo sorriso contagioso, ha raccontato un particolare rivelatore: “Quando stavamo lavorando a Eataly New York, il sindaco Michael Bloomberg mi aveva chiesto quanti posti di lavoro avrebbe creato. Gli ho risposto: 300. E lui: dammi subito tutti gli incartamenti, ci penso io. E così è stato. Ebbene, a Roma questo nuovo Colosseo del palato darà lavoro inizialmente a 550 persone, tutti giovani. Eppure, la burocrazia ha rischiato di lasciarli tutti a casa”. Ora le cose si dovrebbero essere sistemate. Meno male!

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