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Zibaldone

FUORI DAL CORO/ Repubblica Billionaire

In Sardegna chiude il locale storico degli ormai ex vip e intanto il quotidiano di De Benedetti a Bologna prepara il suo governo

Chiude il Billionaire.

E uno deve ricordarsi di che si sta parlando, tanto poco quella strana parola pesa nella sua vita. E poi se ne ricorda: ah, sì, è quel locale famoso. E passa avanti.

Lunedì si paga l’IMU; Monti fa mostra di alzare la voce in Europa; aspettiamo quasi rassegnati che si scateni l’ennesimo attacco speculativo sull’Italia; Prandelli&C stentano se non a giocare, certo a concludere; abbiamo saputo che il Presidente dell’INPS guadagna circa un milione di euro l’anno: insomma, il Billionaire che fu, con tutta la buona volontà di questo mondo, sembrerebbe degno non più che di uno sguardo distratto.

Questo però ad occhi normali, per cui un ristorante o un night o un piano bar quello sono: come una barca è una barca, un appartamento un appartamento e una tangente una tangente. Ma ad occhi che normali non sono, che invece sanno vedere “oltre”, che non di semplice materia si curano, ma di simboli s’intendono, di traslati e di metafore, il Billionaire non è quello che appare a pupille sciatte e immiserite dall’immediatezza percettiva. Sibbene (quelli sono occhi colti, che pensavate) molto di più: è “un segnale”; anzi, “un altro segnale”. Nientemeno. E se la chiusura del Billionaire è un segnale, chi tale segnale ha colto (Francesco Merlo su “Repubblica”) ne consegnerà alla pletora di osservatori ciechi e superficiali un significato.

Quale? Beh, sul significato, il Nostro si diffonde largendo un piccolo (senza offesa) capolavoro del filisteismo giagulatorio in cui il gruppo lobbistico-editoriale che lo esprime ha metamorfosato la sinistra italiana. E il capolavorino viene giusto in taglio nei giorni in cui “Repubblica”, con kermesse liturgico- festaiola paraplatonicamente intitolata “la Repubblica delle Idee”, si autocandida, quale soggetto politico formale, al governo dell’Italia.

Sullo scrivere, infatti, che col Billionaire “chiude per fallimento il covo della pacchianeria italiana”, “una patacca conformista” in cui il “farabutto è una risorsa”, sprofondato “nell’esibizione delle panze da abbuffata, nel brum brum sulla Porsche, nelle donne rifatte, nel turpiloquio da caserma ma anche nelle truffe finanziarie del falso capitalismo”, che col Billionaire, ancora, chiude “l’Italia sardoestiva alle ostriche, allo champagne e 43 metri di barca…”, a parte il livore irmanuali rancidito da sindrome dell’escluso (analoga all’omofobia, che spesso tradisce un’omosessualità latente e irrisolta), si potrebbe anche convenire, nella sostanza.

Senza tutto questo trasporto, però; senza giocherellare di simboli e di “Italia sardoestiva”. La bile, il ringhio, le giugulari che a stento trattengono inchiostro al vetriolo, ci dicono di quella sciagurata metamorfosi, testimoniano le verità opache di quelle Idee. Ed è sciagurata metamorfosi perché la ragione d’istituto di Repubblica, sin dalla sua fondazione semiprincipesca, è stata di soffiare sui sensi di colpa della sinistra comunista (e non solo), per costringerla ad una permanente condizione di minorità politica e culturale. Inibendone ogni reale evoluzione e facendone sempre più inerte massa di manovra.

Lungo due direttrici: da un lato, con l’imbastimento di un’immaginaria Italia Ideale, moderna, à la page, ben vestita, a suo agio fra letture sedicenti ed effettivi pacchetti azionari: meta a cui tendere nella marcia consumistico-modaiola verso Noi la Modernità, e degradando il valore identitario sia della militanza nel Partito, bollata come grigia e passatista, sia della pratica aggregante nella parrocchia, liquidata come sudaticcia e familista-amorale. Dall’altro, con la scomunica preventiva di ogni tentativo- tentazione di riformarsi in direzioni alternative: tutti ladri e fascisti camuffati.

Craxi per tutti. Questa lobotomia sociale ha inalberato principi, adunato schiere di pensatori, condotto battaglie di civiltà, come se non fosse un potentato economico-lobbistico zeppo di entrature, interessi e miserie di questo mondo, e fosse invece una sintesi riuscita fra il movimento francescano e la Scuola Eleatica: idee, disinteresse a felicità dell’Uomo.

Ma non sono quelli che devono 230 milioni al fisco? Il cui Direttore editoriale non ha dichiarato l’intero valore della sua casetta, comprata da chi aveva fatto causa al giornale che dirige? Che ha molto laicamente e culturalmente seppellito un suo fondatore e per quattordici anni Vice-direttore (Pansa), reo di avere sconfinato dalle linee guida del marketing storico propagandistico di riferimento?

Che ha incassato una cifra mai liquidata a nessuno, per “perdita di chanches”, criterio come minimo sfuggente ed incerto? Da un Gruppo aziendale leader in un mercato strategico, sia economicamente che politicamente, come quello televisivo, e in cui è noto che l’Ingegnere vorrebbe penetrare?

Dopo un ventennio di copertura e fiancheggiamento di un istituzione smaccatamente in sintonia con le “visioni” espresse dal quel gruppo lobbistico-editoriale? Sì, sono loro. Come ad una festa natalizia nella villa di Briatore in Kenya è andata pure Giovanna Melandri, con annessa bandana piaciona e danzante.

Ecco, il trasporto inviperito di Merlo, il suo pestaggio cadaverico del Billionaire, loro malgrado, smentiscono il segnale e denudano un’alterità visionaria, una prossimità ambigua in un condominio di lusso: dove dimore parigine in sussiegosa contemplazione di sé, adorne della sobrietà miliardaria di giuste frequentazioni e di solidi appannaggi, alimentano un vicinato rissoso con ostriche, mignotte e champagne, rimanendo alle stesse migliaia di miglia di distanza dall’angustia di un Imu a 500 euro, dal dispiacere “velinaro” per un pareggio calcistico, dalla misura di verità che il dannato italiano medio ha imparato a trarre dal suo quotidiano.

L’albagia sacerdotale di chi mistifica colpevolmente le humanae litterae, semmai, aggiunge qualche metro in più. La sinistra (o i suoi residui passivi) ringrazia.

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Thorne, ambasciatore Usa a Roma: “Più impegno contro omofobia e diritti gay

L’ambasciatore Usa in Italia David Thorne nel suo messaggio per il mese dell’orgoglio Lgbt che riunisce a giugno la comunità lesbica, gay, bisex e transessuale con numerose manifestazioni, sottolinea quanto sia importante “ricordare la diversità, lavorare insieme ed eliminare i pregiudizi”. Oltre agli Usa anche l’Italia – ricorda il diplomatico – festeggerà l’orgoglio Lgbt con eventi e parate in tutto il territorio nazionale, da  Bologna a Palermo a Roma. Il Presidente Obama – continua Thorne – proclamando il mese dell’orgoglio Lgbt, ha riconosciuto il grande lavoro svolto dagli attivisti e dai sostenitori dei diritti dei gay, dalle loro famiglie e dagli amici che “cercano di costruire per se stessi e gli altri una nazione dove nessuno sia considerato cittadino di seconda classe, a nessuno vengano negati i diritti fondamentali, e noi tutti possiamo essere liberi di vivere e di amare come desideriamo”.

Thorne sottolinea “l’impegno e la dedizione dei nostri amici e colleghi del movimento italiano per i diritti Lgbt” e sostiene che tutti dovrebbero “impegnarsi di più per combattere l’omofobia, e in particolare il terribile bullismo omofobico e la violenza che è costata la vita a molti giovani in America e in tutto il mondo. E’ semplice: i diritti dei gay sono diritti umani”. L’ambasciatore si dice infine “orgoglioso” di essere al fianco della comunità gay italiana, e annuncia che molte persone nell’ambito della comunità americana si uniranno alle parate delle prossime settimane. “Happy Pride!”, conclude il messaggio.

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