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Zibaldone

Basta uno slogan?

Otto milioni. Molti di noi non la ricordiamo o non l’abbiamo mai sentita quella cifra tanto ridondante da restare nelle orecchie di chi ha la ventura di sentirla nominare. Ma nelle vicende dello Stivale ha avuto una certa ricorrenza nelle vicende politiche italiane, sempre pronte a produrre slogan a effetto in mancanza di cose concrete.

Qualcuno ricorda i "sorci verdi"? Era ovviamente un ossimoro, come le arance blu, gli scarafaggi bianchi e anche le celebri "convergenze parallele" dell’Aldo Moro di tanti anni a venire, ma Benito Mussolini garantisce che gli abitanti dell’Etiopia, di fronte alla "possente" avanzata delle truppe italiane partite alla conquista di un impero per non essere da meno delle potenze coloniali dell’epoca, stravolti dalla paura vedranno per l’appunto i topini color smeraldo.

Oppure prendiamo il "bagnasciuga". Con quella strana parola vennero battezzate le coste della Sicilia sulle quali le truppe angloamericane erano sbarcate, senza che le forze italiane riuscissero a respingerle. Era stata una sconfitta, ma lo stesso Benito di prima garantì che quelle truppe rimarranno in eterno lì, bloccate dalle truppe italiane, accampate sulla sabbia bagnata dal va e vieni delle onde marine.

Non ci rimasero, naturalmente, ma lo slogan aveva fatto il suo dovere propagandistico, grazie alla diffusione di quella parola, bagnasciuga, che pochissimi conoscevano.

Ma lo slogan principe – quello destinato a infervorare di chiacchiere l’Italia fascista quando la guerra non era stata ancora dichiarata – era quello degli "otto milioni di baionette".

Ad essere pignoli, l’idea delle baionette, seppure in quel gran numero, non appariva molto capace di garantire la vittoria contro i piloti della RAF e gli imponenti mezzi bellici degli Stati Uniti. Ma quello che contava, come al solito, era lo slogan, l’idea. Ci fosse stato un Giorgio Gaber con il suo verso splendido "se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione", forse qualche dubbio lo avrebbe seminato, ma sarebbe anche finito in galera.

Poi provvide la realtà – i morti, le macerie, la distruzione, gli immensi dolori – a cancellare quello slogan insulso.

Passò la guerra, si ricostruirono i ponti, le ferrovie, le strade, tutto ciò che era stato distrutto e la politica produsse una Costituzione democratica. Si lavorava sodo, i poveri del Sud scappavano al Nord industriale, dove c’era lavoro. Le città principali, Milano, Torino, Genova, si gonfiavano. Arrivò il "boom".

Sotto la guida della Democrazia Cristiana si produceva e si esportava, grazie al fatto che la mano d’opera italiana era pagata poco rispetto agli altri Paesi. Di conseguenza si lottava, la classe operaia cresceva, si organizzava sempre meglio, i sindacati acquistavano forza contrattuale e il Partito comunista aumentava voti a ogni elezione, tanto che a un certo punto, nel mezzo degli anni Sessanta, le urne riferirono che i democristiani avevano vinto, come sempre, ma i voti comunisti erano stati otto milioni.

Una ventina d’anni dopo, riecco la botta ridondante che una certa scossa alla politica la dà, anche perché nel frattempo la Democrazia Cristiana ha pagato duro il suo potere in termini di stanchezza, di corruzione, di ricambi dei dirigenti (quelli che subentrano sono sempre peggio) ed anche ai comunisti accade qualcosa di simile. Si va avanti senza molti slanci.

Comunisti e democristiani provano a fare qualcosa insieme ma non ce la fanno. Poi cade l’Unione Sovietica. Tutti i parametri cambiano. La politica italiana non è più "battaglia di idee". Si trasforma in affarismo e la svolta successiva è la delinquenza. Ormai non si discute e non si produce. Si ruba. E un’altra cifra ridondante sullo Stivale ormai stremato: i giovani italiani privi di lavoro sono otto milioni.

 

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