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Zibaldone

Il Paese che (non) va

Uno scafo abbandonato da due anni nell’isola della Maddalenetta. Esempio di noncuranza italiana

Guardate questa foto. Dal punto di vista della qualità non è un granché essendo stata scattata da chi scrive queste righe, scusate. Ma vale la pena di osservarla con attenzione. Perché la storia che racconta è l’ennesima dimostrazione di come vanno le cose in Italia. Anzi: di come non vanno. Lo scafo è ciò che resta di una barca a vela, incagliatasi nell’autunno di ormai due anni fa nell’isola della Maddalenetta, minuscolo scoglio con faro ad appena un miglio dalla spiaggia di Alghero che, infatti, si intravede sullo sfondo. C’era mare grosso, in quel novembre 2010 e l’uomo al timone ha perso il controllo.

Oddio: nei bar cittadini lungo la costa occidentale della Sardegna circola la leggenda che il signore, in realtà, fosse stato distratto dalle conversazioni affettuose che stava intrattenendo con una ragazza a bordo. Vero o non vero questo gossip da marinai, resta il fatto che da allora, il relitto è rimasto lì.

Svuotato di tutto, grazie anche – stando sempre ai “si dice” – all’intervento complice di alcuni ladri. Un intervento, in questo caso, che verrebbe da definire quasi meritorio o, almeno, compassionevole. Ma nessuno si è ancora preoccupato di recuperare il relitto. Sembra che il padrone o sia sparito o abbia detto che a lui la cosa non interessa. Capitaneria di porto e Comune, come nelle migliori tradizioni italiche, si rimpallano la responsabilità. il risultato è che, ormai da due estati, lo scafo sempre più misero fa brutta mostra di sé a due passi dal porto: gli stranieri che passano in barca, e che ad Alghero e in tutta la Sardegna vengono perché attratti giustamente dalla bellezza delle sue acque limpide e del suo straordinario paesaggio, guardano e non capiscono.

“How peculiar!” devono dirsi. O, peggio: “Very Italian”. Sempre nei bar cittadini, tradizionali luoghi di grande saggezza spicciola, alzano gli occhi al cielo. Poi ridono e la prendono con filosofia: “Ormai questa barca, una nuova attrazione turistica è”.

NON È LA PRIMA VOLTA che, su queste colonne, tesso gli elogi di Massimo Gramellini. Mi ripeto perché il giornalista de La Stampa – che in passato ho anche azzardato definire una sorta di “nuovo Indro Montanelli” per via del suo stile semplice ma diretto, particolarmente efficace nella scrittura, il Gramellini commentatore televisivo mi piace meno – ha nuo vamente colto nel segno. Qualche giorno fa, nella sua consueta rubrica nella prima pagina del quotidiano torinese ha esordito con una frase difficilmente contestabile: “Fatico ad appassionarmi al dibattito sulla legge elettorale”. Ma come, direte? Liberarsi dell’inqualificabile Porcellum è fondamentale per sperare di riportare questo nostro strano Paese nel novero delle cosiddette democrazie avanzate, o anche soltanto (ci accontenteremmo) delle democrazie tour court. Vero, e lo ammette anche Gramellini. Ma, purtroppo, quand’anche arrivasse questo nuovo sistema elettorale e non è affatto sicuro perché il primo a nicchiare è proprio il Pd pur avendolo subìto per anni, “il problema è che ad applicarlo saranno sempre i politici italiani”. Ai quali, parole sempre del nostro, “dell’efficienza del sistema interessa fino a un certo punto”. Già. Perché “ciò che li ossessiona davvero è trovare un modo per non perdere il posto, sottraendo agli elettori la scelta degli eletti e alla base dei partiti quella dei candidati”.

Gramellini conclude: “Tremo all’idea di cosa potrebbero combinare, anzi non combinare, il giorno in cui venisse loro riaffidata la gestione di uno Stato”. Parole amarissime, le sue, ma sacrosante. Finirà che prima o poi gli chiederò umilmente se posso co-firmare (in piccolissimo, si intende) alcuni dei suoi fulminanti articoli.

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