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Zibaldone

Limes turco e faglia mediorientale

Un secolo dopo gli Ottomani

I membri della Nato, ci chiediamo da mesi se l’incancrenirsi del conflitto siriano finirà per tirar dentro la Turchia, nostro alleato. Qualche risposta può arrivarci dalla riflessione sulla caduta dell’impero ottomano (dal capostipite Osman I), di cui la Turchia è erede, iniziata giusto cent’anni fa con lo scoppio delle guerre balcaniche e della contesa italo-turca.

Territori balcanici, mediorientali e nordafricani hanno fatto parte per secoli del “Sublime stato”, in funzione probabilmente già nel 1299 come continuazione del sultanato selgiuchide di Rum (Anatolia occidentale): con la rivoluzione dei Giovani turchi del 1912 e il varo della Repubblica turca del 1923 si sarebbe prodotta la destrutturazione del potere unitario regionale, rafforzata dalla decolonizzazione degli anni ’50 e ’60. Solo recentemente, con la fine del comunismo in Europa e la cosiddetta “primavera araba”, quel sistema sarebbe stato nuovamente rivisto. La “Sublime Porta” ebbe un declino lunghissimo, avviato dalla sconfitta cristiana di Lepanto nel 1571 ed esploso nel settecento con fenomeni di banditismo, disoccupazione, corruzione. Il disfacimento, collegato all’incapacità di conferire sicurezza a un impero tanto vasto, fece crescere una burocrazia corrotta e incapace che giocò i suoi privilegi sulla ruota della frammentazione tribale e della conflittualità religiosa intraislamica.

Il sistema di potere guidato dai sultani di Istanbul, che erano anche capi supremi dell’islam sunnita, impedirono alle popolazioni di potersi riconoscere nel principio di nazionalità che in Europa faceva sorgere i moderni statinazione. E’ lì il sedimento delle guerre religiose e tribali di Iugoslavia, Iraq, Libia, e oggi Siria, la cui spietatezza riflette la crudeltà e l’arbitrio che caratterizzarono il dominio turco, privo di ogni garanzia giuridica sulle libertà della persona. Ci scandalizziamo per le ripetute atroci violazioni dei diritti umani commesse in Siria, ma in zona già ottomana ciò non costituisce novità.

E’ in tutti presente il ricordo della bestialità serba contro i musulmani di Serbia e Bosnia, però in pochi ricorderanno che nel 1913 Carnegie Endowment for International Peace accertò come nel conflitto intraottomano del 1912 fossero stati commessi massacri innominabili: stupri di massa, mutilazioni genitali, scannamento di interi villaggi, corpi arrostiti sugli spiedi, bambini decapitati sotto gli occhi delle madri.

Quando Obama strilla contro l’uso di gas venefici sembra dimenticare che questi sono stati già usati contro i civili siriani da babbo Assad, la “volpe”, nel silenzio di Washington. Su questo sfondo storico, la Turchia attuale, economia rampante amministrata da un partito islamico moderato che ha provato a rimandare in caserma le Forze armate che la costituzione di Ataturk ha posto in cima al potere effettivo, ha interesse a proporre il suo modello come ponte tra Europa Asia Centrale e Medio Oriente, spingendo la galassia islamica alla moderazione e alla cooperazione, via Istanbul, con Bruxelles e Washington. Ma in questo modo assume esplicitamente il rischio di divenire il confine tra due civiltà che non hanno ancora deciso se configgere o collaborare.

L’Austria nel 1578, per organizzare la difesa regionale contro l’espansionismo ottomano, creò il Militärgrenze, ampia fascia territoriale confinaria di torrette e fortini (il limes dei Romani) che partiva dalle coste adriatiche.

Potrebbe ora toccare ai turchi costruire il limes, che però inevitabilmente poggerebbe sulla faglia mediorientale, sempre candidata a scosse e macerie. Non è casuale che si scoprano, nella massa di rifugiati in arrivo dalla Siria, qaedisti pronti a minare il delicato equilibrio del paese del corno d’oro.

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