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Zibaldone

La Britannia in Calabria?

di Elisabetta De Dominis

Non solo l’Italia ma anche la Britannia ha avuto origine in Calabria. All’interno della Calabria abitavano i bellicosi Bretti o Bruzi, che i Romani chiamavano Bruti  in tono dispregiativo perché davano loro filo da torcere. Quando finalmente riuscirono ad asservirli, Augusto nel 40 a.C. li scelse per formare la X Legio Fretensis, che significa “la legione dello stretto” (di Messina). Grazie ad essa, egli sconfisse Sesto Pompeo e Marco Antonio e potè diventare il primo imperatore romano. Era chiamata anche Legio Veneria, perché il suo simbolo era il toro sacro a Venere. Quel toro venerato da più di diecimila anni in Calabria, che simboleggiava su piani percettivi diversi la relazione d’amore tra il figlio e la madre, la fertilità della terra, il dominio dell’istinto per raggiungere la luce della conoscenza, l’eterna polarità tra il male e il bene.

Nel 70 d. C. la legione assediò e saccheggiò Gerusalemme, distruggendo il tempio di Salomone e portandosi via l’arca dell’alleanza e il candelabro sacro. Qualche legionario calabrese sarà tornato a casa con qualche souvenir sacro, trovato poi intorno all’anno Mille da quei monaci della Val di Crati che – come abbiamo scritto la settimana scorsa – furono gli ispiratori della Prima Crociata. Se non vogliamo credere piuttosto che Giuseppe d’Arimatea, il discepolo che raccolse il sangue di Cristo in una coppa (il Graal?), non fosse giunto già settanta anni prima della legione nella Brettia calabra anziché nella Bretagna francese o nella Britannia inglese. Considerato che all’epoca si viaggiava al massimo a bordo di una trireme ed era un po’ difficile, se non impossibile, fare un’unica tirata fino in Francia. Molte leggende bretoni sarebbero nate dunque in Calabria all’epoca della dominazione normanna, che poi avrebbe fatto propria la leggenda del Graal e delle varie Marie le quali avrebbero accompagnato Giuseppe d’Arimatea nel suo viaggio sino in Francia. Ho i miei dubbi che con loro ci fosse Maria incinta di Gesù e che suo figlio avesse poi fondato la dinastia di sangue reale dei Merovingi: solo un pretesto volto a conferire valore sacro e immortale alla prima dinastia francese per raccontare una storia che non sta, appunto, né in cielo né in terra. Ma ritorniamo a Gerusalemme. Nel 1099 Goffredo fondò l’abbazia fortificata di Nostra Signora del Monte Sion (Notre Dame de Sion) sulle rovine di un’antica abbazia bizantina che era chiamata la “Madre di tutte le Chiese”. Sijjon in ebraico significa “luogo pietroso”. Quindi il monte Sion era la roccia di Maria, intesa come dimora, porta del cielo. Le antiche dee erano sempre state simboleggiate da una pietra sacra. L’abbazia era difesa dai cavalieri dell’ordine (segreto) di Nostra Signora di Sion e diretta da un vescovo calabrese il quale, dopo la conquista di Gerusalemme, volle eleggere Goffredo re di Gerusalemme. Egli rinunciò alla corona, che però alla sua morte venne data a suo fratello Baldovino I. Era il 1110 d.C.: Baldovino fu costretto a negoziare la costituzione dell’Ordine del Tempio, appunto perché i cavalieri templari erano già attivi come braccio armato e amministrativo dell’Ordine di Sion.

Ma chi era la signora di Sion? La Madonna o una dea più antica? La Grande Madre che per secoli aveva avuto potere di vita e di morte sul dio toro? L’Iside egiziana, personificazione della luce e della conoscenza? Era tutte queste e molto di

più: Sophia, l’antica conoscenza venerata dai templari, che rappresentava l’unione della Notre Dame con lo Spirito Santo.

Per secoli, nel bacino del Mediterraneo, la dea Luna era stata la vacca celeste e suo figlio, il toro bambino, la giovane luna. Una dea con un figlio che muore, come le stagioni, ed è generato di nuovo. Quei monaci avevano scoperto che Sophia era la luce della madre celeste, la santa sapienza, la santa colomba dello spirito. Lo Spirito Santo era femminile, rappresentava l’essenza femminile, l’eros. Questa verità era una impronunciabile eresia. Ma loro ci credevano perché in Calabria c’era una dea che, nel santuario più famoso dell’Italia meridionale, faceva miracoli da duemila anni. Bastava cambiarle il nome e non rivelare il suo vero volto. E tutto sarebbe stato come prima.

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