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Zibaldone

Re Artù in Calabria?

di Elisabetta De Dominis

Quando i templari, tornando dalla Terrasanta, sbarcarono sulle coste ioniche della Calabria, portarono il culto della Vergine come Madre di Dio. Ma su quelle sponde, a Locri Epizefiri, una dea vergine c’era già e faceva miracoli. Era Persefone, regina degli inferi a cui i fedeli, soprattutto donne, si rivolgevano lasciandole numerosi “proteleia” (regali propiziatori). La costellazione della Vergine è associata a Persefone, perché è particolarmente visibile nei mesi primaverili quando si pensava che la dea fosse uscita dal mondo di Ade, dal quale era stata rapita, per tornare dalla madre Demetra permettendo la rinascita della vegetazione.

E se la dea Luna era la Notre Dame de Sion, erigere delle chiese alla Vergine nera proprio lì dove c’erano i suoi templi avrebbe assicurato culto e miracoli per i secoli a venire. Sette sono le abbazie che compongono la costellazione della Vergine nel cuore della Calabria: Santa Maria della Matina S. Marco Argentano, Santa Maria della San Bucina Luzzi, Santa Maria di Monte Persano S. Lucido, Santa Maria di Ligno Crucis nelle vicinanze di Corigliano, Santa Maria di Acquaformosa, Santa Maria di Corazzo, Sant’Angelo di Frigilo Mesoraca. Per i greci Core-Persefone-Ecate era la potente luna oscura, simile all’egizia Iside, spesso rappresentata come una dea nera con un bambino in braccio. Insomma era sempre lei, la Grande Madre, la Natura che ama il figlio ma deve sacrificarlo. Celebrando i misteri, gli iniziati comprendevano questa verità ed esperivano la vita dopo la morte.

Ma ci voleva un aiutino: veniva loro offerto il soma, la bevanda degli dei, che appunto donava l’immortalità e simboleggiava lo stesso spirito della luna che permetteva alla mente di spaziare nel tempo per conoscere e vedere. La coppa del soma donava l’estasi e quindi l’iniziato, bevendo il soma, si abbandonava ad essere riempito dal dio come la coppa stessa. Ma che cosa conteneva la coppa? Le rose della dea, ossia il suo sangue, frutto della conoscenza? Mille anni dopo è la stessa coppa che contiene il sangue di Cristo, il Sacro Graal…?

Era certamente una bevanda allucinogena quella i cui vapori inalavano dal calderone della rinascita i legionari della X Legio Fretensis (quella legione composta da calabresi e sarmati di cui abbiamo scritto) che nel 181 d.C. era stata mandata in Britannia a difendere il Vallo di Adriano dagli invasori sassoni. Il loro comandante era Lucio Artorio Castro. Era Artù? Aveva come stendardo un dragone, lo stesso di Artù, simbolo della potenza dell’energia cosmica e una spada a due tagli, simbolo che può elevare o distruggere chi la porta: Excalibur. Sembra fosse la punta della lancia che il centurione Longino conficcò nel fianco di Gesù Cristo.

Artù era re di Logres, l’antica Loegria fondata da re Locrino, il più vecchio dei figli di Bruto, compagno del troiano Enea, che aveva dato il nome alla Brettia calabra e poi alla Bretagna e alla Britannia (di cui abbiamo scritto). Ma prima ancora c’era il mitico regno di Locri, vicino allo stretto di Messina… Ovviamente era il regno della Vergine…

Ritornando all’epoca delle crociate, nel 1187 Gerusalemme è occupata dai saraceni e tutti i monaci di Sion, persa l’abbazia di Sion, tornano in Francia con archivi, coppe e icone varie della Madonna. Ma sorgono dissidi tra essi e i templari. (Nel 1113 San Bernardo aveva ricevuto in dono l’abbazia di Orval nelle Ardenne, fondata dai calabresi, era divenuto sostenitore dei templari e ne aveva redatto la regola). Un anno dopo si separano alla cerimonia del taglio dell’olmo. Il Priorato di Sion adotta il nome di Ormus (olmo), il cui anagramma è una M centrale che è anche il simbolo zodiacale della Vergine: Notre Dame. E’ ancora la Signora di innumerevoli chiese in Europa e dietro al suo simbolo tuttavia si rifugiarono i templari che riuscirono a sfuggire allo sterminio perpetrato contro di loro, all’inizio del 1300, dal re di Francia, Filippo il Bello.

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