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Zibaldone

“In hoc signo”

Costantino a Ponte Milvio


Come oggi, millesettecento anni fa, al confine nord di Roma, Costantino ha lo scontro finale con le milizie di Massenzio, dopo le scaramucce dell’Italia settentrionale e l’inseguimento sulla via Flaminia. La sua armata di novantamila tra germanici, slavi e marocchini fa a pezzi il nemico, arrossando le acque del Tevere. La toponomastica ricorda quel giorno terribile e importante: il nome Saxa rubra, da dove oggi trasmette la Rai, evoca il sangue dei massenziani sui sassi del fiume. Il loro capo, che arretra verso Roma, è finito nei pressi del pons Milvius e si perde nei flutti.
Per capire in che modo maturi quel 28 ottobre, occorre tornare al 305, quando Diocleziano e Massimiano abdicano: diventano augusti Cloro e Galerio, e cesari Severo e Massimino Daia. Alla morte di Cloro, nel 306, le truppe dell’alamanno Croco che proclamano Costantino augusto d’occidente, minano alle fondamenta l’ordine creato da Diocleziano e riportano indietro le lancette dell’orologio istituzionale. Roma e l’Italia si schierano contro Galerio e acclamano augusto Massenzio, che provvede a far fuori Severo, generando una situazione che richiede l’intervento dell’ancora ascoltato Diocleziano: fa augusti Licinio e Galerio e cesari Costantino e Daia. Alla morte di Galerio, nel 312 Costantino non può che regolare i conti con Massenzio. In quella stagione è fisiologico che le legioni interferiscano nei giochi di palazzo e che i contendenti si affrontino in campo aperto. Lo straordinario, nel risultato della partita tra Costantino e Massenzio, sta in due fatti: il vincitore punta a restituire all’Imperium la forma monocratica e intanto lo consegna alla religione cristiana. Il secondo evento rivoluziona nel profondo la storia, innescando conseguenze che arrivano sino alla contemporaneità. Gli dei “falsi e bugiardi” dell’antichità pagana sono sloggiati da templi riconvertiti al culto del “vero Dio”. Si avvia il ricambio della burocrazia e dei vertici dello stato, facendo spazio ai portatori di valori e interessi nuovi. Entra in crisi il modello di cultura e sviluppo economico fondato anche sulla schiavitù e sul ruolo subalterno della donna. L’orgoglio romano cede ai principi cristiani di eguaglianza e carità.
L’universalismo romano si innesta sul nascente potere del Papato, in segno di continuità con le istituzioni della urbs aeterna. Si preparano i tempi nuovi, con l’arrivo da nord ed est delle popolazioni cosiddette “barbariche”. Costantino, grazie anche all’influenza della madre Elena, cristiana convinta, opta per la religione che gli appare vincente, ma prenderà il battesimo solo in punto di morte. Ha fatto assassinare moglie e figlio, e nella confessione cristiana trova ciò che il paganesimo non può dargli: lavare la colpa e ottenere il perdono divino. Adepto della magia, ha letto la congiunzione astrale della notte del 27 ottobre del 312 come una croce con la scritta “Vincerai sotto questa insegna” (In hoc signo vinces), e riveste le sue milizie con quel segno di vittoria.
E’ un capace politico spietato e riformatore, che usa la religione e da questa si lascia usare. Quando la Chiesa post conciliare sentirà il bisogno di liberarsi dal fardello del potere temporale e dalle commistioni cesaropapiste, dovrà fare i conti con la sua eredità. Benedetto XVI, nel cancellare il Triregno dal proprio stemma papale, respinge uno dei simboli del costantinismo, il cui uso già Paolo VI aveva abolito. Racconta la tradizione che quel copricapo regale sia stato donato dall’imperatore a Silvestro I come ostensione delle facoltà temporali della Chiesa.

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