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Zibaldone

Germania Europea

Le critiche a Berlino

Le dichiarazioni di Angela Merkel sulla durata della crisi da debito europeo, hanno riportato la Germania sotto le critiche di chi, in UE e Stati Uniti, pensa che occorra ora investire denaro pubblico nelle politiche di crescita. La cancelliera ha detto che la crisi del debito non è terminata e che “dobbiamo trattenere il respiro per almeno cinque anni e forse più”. Keynes le ribatterebbe che in economia vale solo il breve periodo, perché nel lungo siamo tutti morti, ma tant’è. Due appaiono le preoccupazioni prioritarie a Berlino per la zona euro: tenere lontano le fiammate inflattive, fare ordine nei conti pubblici. A questo fine Merkel chiede ai recalcitranti partner, anche contro la posizione di molti suoi compatrioti, modifiche ai trattati capaci di costituire nuove autorità comuni di controllo sulle politiche economiche degli stati membri. Se Berlino soffrisse anch’essa di recessione e disoccupazione, probabilmente sarebbe sensibile alla richiesta espansiva che arriva da paesi come Spagna e Italia, ma anche Stati Uniti. Comprensibile che insista sulle virtù di una disciplina che le attribuisce successo e leadership continentale. La Repubblica federale pretende di parlare in nome degli interessi dell’Europa. E’ la prima volta che lo fa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, con tanta forza assertiva. E’ un dato positivo, che troppi europei non riescono ad apprezzare.

Significa che Berlino ha finalmente espiato il complesso delle colpe naziste che ha pesato sulla generazione del dopoguerra e sui suoi figli, e si sente pronta ad assumere le responsabilità della leadership del vecchio continente, dentro le regole delle istituzioni comuni. Resta da risolvere l’interrogativo se intenda continuare a farlo con la sola Francia e magari con qualche grande europeo come l’Italia, o voglia giocare da sola. Se valesse la seconda risposta, l’UE si ritroverebbe a due o più velocità.

Intorno a Berlino si agglutinerebbe il consenso delle nuove democrazie dell’est, Danimarca e Finlandia, forse Austria e Lussemburgo, e la Rft aprirebbe un canale preferenziale con Mosca. Nella realtà i gruppi dirigenti tedeschi lanciano continui segnali d’amore all’euro e alle istituzioni dell’Unione, confortati da sondaggi d’opinione che danno la stragrande maggioranza della gente, specie nei länder che più contano come Renania Westfalia e Baviera, ferventi paladini di ambedue E’ posizione che ha ribadito, in occasione del ricevimento per la festa della riunificazione, l’ambasciatore a Roma, davanti a rappresentanti della nostra società civile ed economica, e a mezzo governo italiano schierato in buon ordine per far dimenticare eccessi e trascorsi anti-tedeschi della coalizione che l’ha preceduto.

In quell’occasione il ministro federale venuto appositamente da Berlino, ha parlato della caduta del muro come prodromo alla riunificazione europea, come fatto che caratterizza la storia europea prima ancora di quella germanica. Alla Repubblica federale non può bastare l’alleato francese per il salto di qualità proposto agli europei. Ha bisogno di allargare l’alleanza carolingia sul fianco orientale dove è di casa, e su quello meridionale, dove si trova inevitabilmente a dover fare i conti con noi. E’ auspicabile che il governo che scaturirà dalle elezioni di primavera accetti l’opportunità che ci viene offerta dalla logica delle cose, invece di inseguire, come fa qualche visionario membro dell’attuale governo, vie di fuga fuori dal continente che ci sono precluse non solo dalla geopolitica e dalla geoeconomia, ma dalle ristrettezze della nostra finanza pubblica.

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