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Zibaldone

La piemontese di ferro

Perché mi piace il ministro Elsa Fornero

Di questi tempi Elsa Fornero è probabilmente una delle persone meno amate d’Italia. Contratti da fame, licenziamenti, casse integrazioni, “esodati”, giovani che nonostante l’avvio delle riforme continuano a non trovare lavoro, aziende private e pubbliche che chiudono: i motivi per attaccarla sono tanti. Di non essere amata lo sa anche lei, ma va avanti lo stesso.

In effetti il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, una piemontese magra e piccolina dai modi un po’ freddi e distaccati (basterebbe, forse, dire soltanto: “piemontesi”?), non è di quelle donne che a prima vista suscitano moti di inarrestabile simpatia. Ma a me, confesso, piace. Prima di tutto perché, ripeto, va avanti per la sua strada. Una strada che, avendo ereditato venti anni e forse più di disastri, furbizie e sinecure da parte di tutti – governi, datori di lavoro, sindacati – non è certamente agevole. Ma, soprattutto, mi piace perché con stile sabaudo e da professoressa, uno stile ben diverso vivaddio da quanto abbiamo dovuto sopportare finora, ribatte con cifre e dati incontrovertibili alle polemiche. Spesso pretestuose e prevenute a prescindere, le piovono addosso da tutte le parti, a cominciare dal mondo sindacale. Ma lei non fa una piega.

Qualche giorno fa, poi, mi ha fatto persino sorridere. Ha allontanato i giornalisti, dicendo che con loro avrebbe dovuto parlare con troppo cautela e stando sempre sulla difensiva: preferiva parlare agli studenti. Dal momento che faccio due mestieri – insegnante e giornalista – in cuor mio e in base alle mie esperienze non ho potuto che darle ragione: gli studenti saranno pure impulsivi e estremisti e qualcuno anche arrogante, atteggiamenti che a qualsiasi latitudine sono vizi o caratteristiche di ogni giovane età, ma di sicuro anche nei loro errori sono “sinceri” (posso usare questo termine un po’ antiquato?).

Non sono sicura di poter dire la stessa cosa di tutti i miei colleghi operanti nei più diversi media. Incuriosita dal personaggio, ho quindi colto l’occasione di una conferenza della Fornero all’Associazione stampa estera di Roma. Ho fatto bene. Le ho sentito snocciolare delle cifre paurose, con voce calma ma sicura, di chi sa di non poter essere contraddetta: se in Italia il tasso generale di disoccupazione è attorno all’11 per cento, quello dei giovani sale vertiginosamente oltre il 30 per cento. Il confronto con la situazione tedesca – circa il 5 per cento di disoccupazione totale e soltanto un paio di punti in più per quella giovanile – dice bene il problema che abbiamo in Italia: stiamo uccidendo il futuro dei nostri figli, anzi forse lo abbiamo già fatto. Ma dove l’ho ammirata è quando si è fatta una domanda e si è risposta da sola: “Abbiamo forse messo mano a diritti acquisiti? Sì: abbiamo messo mano a diritti acquisiti”. Se non fosse piemontese ma, mettiamo, romana il tono era di quelli che voleva dire: “Embé e allora?”. Stava parlando delle radicali modifiche al finora un po’ troppo allegro sistema pensionistico italiano. Gli italiani e le italiani si erano abituati, al termine della loro stagione lavorativa, a ricevere un “regalo”, questo il suo termine. Un regalo che non possiamo più permetterci perché perché fatto interamente sulle pelle dei giovani e delle generazioni future. Lei, la Fornero, ha spiegato in dettaglio i termini della questione, con ancora altre cifre che dimostravano come le pensioni che il Belpaese si è concesso finora non sono più pensabili in questa stagione di crisi e di mondo sempre più globalizzato dove c’è da competere in mercati agguerriti e che premiamo il merito e non il posto fisso. Visto il luogo dove si svolgeva la conferenza, la maggior parte dei giornalisti erano stranieri. Ma c’erano anche degli italiani. Hanno provato a rilanciare con domande più politiche che tecniche ma, alla fine, hanno avuto la peggio. Ovviamente, il giorno dopo sui giornali sono continuati a piovere gli attacchi al ministro. A prescindere.

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