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Zibaldone

Musei “provinciali”

Dagli Uffizi a Brera le nostre istituzioni artistiche non reggono affatto il confronto con quelle estere

Tutti i musei italiani, anche i più famosi – gli Uffizi di Firenze, la milanese Brera, Capodimonte a Napoli o la Sabauda a Torino – “di fatto sono di livello regionale”. Il giudizio è di Keith Christiansen, curatore del Metropolitan di New York.

In un’intervista alla Stampa rilasciata ad Alain Elkann – e solo uno scrittore italo-internazionale e dalle radici multiculturali poteva farsi tramite di questa denuncia, in un’Italia dove anche i migliori intellettuali sono troppo spesso inguaribilmente provinciali – Christiansen traccia un quadro impietoso. E il paragone non lo fa con il suo Met, obiettivamente inarrivabile, ma con altre situazioni europee a noi vicine: “Nessuna persona di cultura lascerebbe cadere il Prado di Madrid nel degrado che talvolta accomuna i musei italiani”. Già, perché gli spagnoli – anche quelli “non di cultura” – sanno bene che “il Prado rappresenta l’identità del loro Paese”. Da noi invece, pur avendo da esibire la più vasta raccolta di capolavori al mondo, le cose vanno diversamente. Ho spesso lamentato questa incuria, invocando come soluzione che il patrimonio museale italiano venga affidato in toto agli americani, che i musei li sanno fare. Ecco: ora ho anche trovato il candidato. Lancio ufficialmente una proposta al governo, a questo attuale o a quelli futuri: per favore, mettete mano al bilancio, preparatevi a dover pagare un lauto stipendio, ma provate a strappare Keith Christiansen al Metropolitan. Ovviamente non ci riuscirete, perché Keith non ha l’aria di essere uno stupido. Ma, almeno, avrete dato un segnale.

LA SETTIMANA APPENA CONCLUSA ha fatto registrare altri due esempi dell’abisso culturale e politico che ci separa dal mondo anglosassone, in particolare quello in salsa americana. Nell’intervista prefazione al libro che raccoglie i suoi articoli sul Corriere della Sera, il premier Mario Monti si è lasciato andare a un confessione: “Nei miei discorsi non farò più battute”. Il riferimento è a una delle frasi del professore che hanno fatto scandalo tra i nostri politici, sindacalisti e maitre à penser: “Il lavoro fisso è noioso”. Era, appunto, una battuta all’inizio di un suo intervento, ma apriti Cielo! Sono insorti tutti. Gli stessi che,

pensosamente consapevoli, avevano riferito la frase de presidente democratico Bill Clinton sul fatto che una persona, per realizzarsi professionalmente, dovrebbe cambiare almeno sei posti di lavoro. Monti spiega che, essendosi formato in ambienti internazionali, avviare un discorso con una battuta, per stabilire un feeling con la platea e tentare di strappare un sorriso o una risata al pubblico, per poi magari sommergerlo di cose serie, è una – sana, secondo me – consuetudine all’estero.

Ma non da noi. Qui siamo abituati ad aspettarci e a pretendere che un politico, di qualsiasi schieramento, quando parla davanti a un microfono sia obbligatoriamente paludato. Salvo poi addormentarci alla sua seconda frase.

Generazioni di politici ci hanno addestrati in questo modo: dai Fanfani ai Moro (a proposito: lo sapevate che vogliono farlo Beato?), ai De Gasperi, Togliatti e sempre più indietro nel tempo. Che poi, spenti i microfoni, qualcuno si lanci nel bunga-bunga, a noi – figli di una cultura gesuiticamente levantina – sembra non interessi proprio. Per favore, professor Monti: ci ripensi.

IL CONFRONTO TELEVISIVO “ALL’AMERICANA” tra i cinque candidati del Partito Democratico, è la seconda prova del perché noi italiani non saremo mai americani, con buona pace di Albertone Sordi e del suo mitico personaggio. Sostanzialmente gli italiani non sono pronti per questo esercizio di democrazia liberale, bastava leggere i commenti del giorno dopo sui giornali di ogni tendenza e sui social network. Siamo abituati alle risse, a interrompere l’avversario impedendogli di parlare, a urlare più forte. E a fare ragionamenti complessi. Lo sforzo eroico e fallito del più a sinistra di tutti, il governatore della Puglia Nichi Vendola, di riuscire a fare i suoi ragionamenti e le sue proposte nello spazio obbligato di un minuto o di un minuto e trenta secondi, era quasi commovente. Meglio di tutti ne è uscito il giovane sindaco di Firenze,

Matteo Renzi. Che infatti viene accusato dai più di essere non solo troppo giovane in questo paese di vecchi che non vogliono schiodare dalle poltrone, ma soprattutto di essere “troppo americano”. Tranquilli: la nomenclatura del Pci – ooops, pardon: del Pds – non vuole scossoni: anche se i sondaggi dicono che gli italiani sarebbero pronti a votare Renzi, il sindaco colpevole di avere solo 37 anni non ce la farà a superare lo scoglio delle primarie del centrosinistra. A meno di sorprese.

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