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Zibaldone

Scuola come industria?

Il presidente del Consiglio italiano Mario Monti da Varese (classe 1943) vorrebbe che Professori e Professoresse d’Italia insegnassero di più, vale a dire un paio d’ore settimanali in più rispetto alle attuali. Uno dice: due ore, e che cosa sono due ore? La durata d’un film, la durata, fra una cosa e l’altra, d’una partita di calcio… Nella circostanza, invece, 2 ore in più sono tante; secondo noi, tantissime.

Si sommano, appunto, a tutte le altre. Non sarebbe, perciò, un’aggiunta di poco conto. Proprio no. Sarebbe come chiedere un grosso sforzo a chi grossi sforzi già esercita ogni giorno. Ma si ha idea di che cos’è l’insegnamento? Si ha idea di che cosa vuol dire insegnare ogni giorno a 20 o anche 30 cervelli diversi, 20 o 30, se non di più, temperamenti diversi? Ci vuole concentrazione. La concentrazione d’uno sprinter nella finale olimpica dei 100 o 200 metri piani. La concentrazione d’un pugile che sale sul ring e di fronte a sé ha un avversario tosto, di classe, uno reduce da numerose, vittoriose battaglie. La concentrazione di chi, ogni giorno, deve inventarsi qualcosa in modo da mettere insieme il pranzo con la cena… Ci vuole presenza di spirito. Non è facile dirigere una classe, più classi. Era facile una volta. Lo era 40, 50, 60 anni fa: la disciplina regnava sovrana nelle scuole italiane (e nelle scuole francesi, inglesi, americane). Una sola occhiataccia da parte del Professore o della Professoressa ti raggelava: ti sentivi piccino, ridicolo, inadeguato. Non era tanto giusto nemmeno questo, in parecchi ragazzi e ragazze sorgevano complessi d’inferiorità che non avrebbero dovuto per nulla sussistere. Begli spiriti venivano fiaccati, belle menti inaridite. Ma ora, no. Da 40 anni a questa parte il corpo insegnante ha a che fare, in molti casi, con scolaresche riottose, irriverenti, distratte nella migliore delle ipotesi.

Da 10 o 15 anni la situazione si presenta tuttavia in toni ancor più drammatici: otto genitori su dieci (genitori “modernisti”, non moderni, quindi!) partono dal presupposto che i loro figlioli non vengano compresi come meriterebbero d’essere compresi; non vengano valorizzati come dovrebbero essere valorizzati; il pargolo è un amore, un tesoro, un figliolo o una figliola di qualità non comuni: l’insegnante non capisce davvero nulla… Dei nostri rampolli è il nemico più pernicioso… Ma è anche così che “questi” genitori, con cinismo davvero italiano, con protervia “italiana”, scaricano le proprie responsabilità sull’insegnante “inadempiente”, “limitato”. Poco essi hanno da insegnare alla propria prole quando, invece, a darmi le più proficue ripetizioni di Latino, oltre mezzo secolo fa, era mia madre! Rigorosa, ‘spietata’, e a ragione.

Gli insegnanti “non producono”… Eccolo uno dei tanti mali che guastano la società italiana: ritenere, appunto, che ‘anche’ Professori e Professoresse debbano “produrre”… Come se gli uni e le altre fossero impiegate in una fonderia, in uno scatolificio, in una catena di montaggio…

“Produrre” di più… Ma che cosa si vuole “produrre”? Si vuol far assimilare agli studenti il pensiero di Kant, Hegel, Sant’Agostino in una sola settimana quando l’operazione richiede invece, eccome!, parecchio più tempo: richiede una gran bella sintonia fra insegnante e scolaresca. Richiede calma, perfino dolcezza. Kant, Hegel, Sant’Agostino… Ma ci rendiamo conto? Ci troviamo dinanzi all’immenso.

Si vuole che ragazzi e ragazze imparino in quattro e quattr’otto Algebra, Logaritmi, Seni e Coseni? Li vogliamo rimpinzare come si rimpinzano le oche in nome del ‘patè de froie gras’? Ma il signor Monti se li è dimenticati i Professori e le Professoresse che a lui liceale seppero fornire un grande insegnamento (di sicuro il 50 percento, se non di più, di ciò che egli conosce) e glielo fornirono senza certo l’assillo di “dover produrre”… Maledetta la società la quale non parla che di “produzione” – e nulla, o quasi nulla, più produce… Questa è l’Italia d’oggigiorno. L’Italia che ci scoraggia, ci avvilisce. Che si nutre di equivoci. L’Italia dei novelli Notabili: io ordino, tu esegui. Quanta tristezza…

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