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Zibaldone

La politica della menzogna

Arbuthnot & Swift tre secoli fa

Il romanziere angloirlandese Jonathan Swift, conosciuto come autore di “Gulliver’s Troubles”, fu anche agguerrito saggista e polemista. Nel 1710 pubblica sul giornale “The Examiner”, che sta trasformando in arma contro il governo quasi ventennale dei Whigs, assertori della guerra contro la Francia, “The Art of Political Lying”. Un amico, lo scrittore e matematico John Arbuthnot, risponde ironicamente con il saggio “Proposals for printing a very curious discourse, intitled Pseudologia politikè, or The Art of Political Lying”. Swift glielo pubblica, anonimo, verso la fine del 1712, con un gesto che da molti gli costerà l’attribuzione dello scritto.

Ristampato in Italia da Bur nel 2010, il libro offre scorci di godibilissimo umorismo britannico contro la categoria dell’homo politicus: “La superiore qualità del suo genio consiste in un fondo inesauribile di menzogne politiche che dissemina copiosamente ogni qualvolta apre bocca…”. Arbuthnot va giù duro: “Costui non s’è mai chiesto se un’affermazione fosse vera o falsa ma solo se fosse opportuno affermarla o negarla a seconda della circostanza e del suo interlocutore…”. L’invito è a lasciare il politico nel truogolo del suo cinismo, facendo finta di “aver udito suoni inarticolati e privi di significato”. In questo modo, dice l’autore, ci si “risparmierà lo sdegno dinanzi ai giuramenti sacri che inserisce all’inizio e alla fine di ogni sua proposizione”.

Della vocazione compulsiva dei politici a mentire, hanno scritto in tanti, da Platone a Kant, da Montaigne a Rousseau, Sant’Agostino, Machiavelli, Nietzsche. Di recente Jacques Derida ha fatto uscire “Breve storia della menzogna”, come Alexandre Koyré, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il pamphlet di una sessantina di pagine “Sulla menzogna politica”. Prendendosela con chi aveva scatenato quella carneficina, affermava: “Non si è mai mentito come al giorno d’oggi”.

Nell’analisi del filosofo francese di origini russe, le dittature sono per loro natura mendaci, perché solo stabilendo il “primato della menzogna” possono realizzare il controllo assoluto delle masse.

Come scrivono Swift e Arbuthnot nei rispettivi saggi brevi, mentono, sapendo di mentire, anche le democrazie. Tony Blair e George W. Bush mentirono ai loro paesi con la storiella delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per avere mani libere nell’aggressione al regime iracheno. I governi conservatore e socialista greci hanno spudoratamente mentito all’Unione Europea e all’Ocse sulla situazione finanziaria ellenica. Il socialista Zapatero ha raccontato agli spagnoli la favola dell’arricchimento illimitato e del sorpasso dell’Italia. Berlusconi fu definito dall’ex amico Indro Montanelli: “Allergico alla verità, con una voluttuaria e voluttuosa propensione alla menzogna”.

Applicando un principio enunciato da Hannah Arendt, autrice di “Verità e politica” (“Più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie”) il giornalista aggiunse: “E’ il bugiardo più sincero che ci sia, il primo a credere alle proprie menzogne ed è questo che lo rende così pericoloso”. Arbuthnot, riprendendo Swift, definisce la natura della menzogna politica “l’arte di convincere la gente con bugie salutari per qualche buon fine”. In Italia non saremmo dove siamo se avessimo avuto meno bugiardi a far politica e meno fessi a credere alle loro frottole. Non lo dimentichi l’elettorato al momento del voto, la prossima primavera.

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