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Zibaldone

Implacabile, insincera ripetitività

Il piazzale accanto alla stazione Ostiense a Roma

Il piazzale accanto alla stazione Ostiense a Roma

 

T’alzi la mattina e già ti piglia lo scoramento. Che s’accentua non appena metti piede in Piazzale dei Partigiani, dove sorge la stazione ferroviaria fatta costruire nel 1938 da Mussolini e inaugurata con l’arrivo a Roma di Hitler. C’è fetore nel piazzale, il fetore che t’aggredisce virulento le narici. Il fetore dell’urina… Quello che t’assale anche in altre piazze e vie di Roma. Roma, la Roma di Cesare, di Augusto; la Roma dei Papi, la Roma di Ernesto Nathan, il sindaco che 100 anni fa volle e seppe modernizzare la Capitale e rintuzzare le velleità del settore privato; ecco, Roma è stata ridotta “anche” così. Se ne è già parlato in questa rubrica, ma il momento attuale c’induce a parlarne di nuovo. Primo, perché questo degrado non trova ostacoli, dato che i politicanti hanno “ben altro cui pensare”; secondo, poiché in questi giorni, in queste ore si tenta la formazione del Governo e questo avviene a ben 2 mesi dalle elezioni politiche.

Eccola l’Italia d’oggigiorno, eccola la Roma d’oggigiorno. Un Paese, una Capitale che, sissignori, ti gettano nello scoramento. Nelle tue orecchie risuonano di giorno in giorno le solite parole vuote, le solite espressioni vuote: “Fare le Riforme […] Servono Riforme! […] Prendere coscienza […] A una lucida analisi non può sfuggire”… E’ ripetitività. Implacabile, insincera ripetitività. Lo si sente nel “loro” timbro di voce… Glielo si legge negli occhi. Il gioco tattico è sempre quello: guadagnare tempo, lucrare ancor di più, procacciarsi altri privilegi, riscuotere nuovi ossequi: contrabbandare per “nuovo” ciò che nuovo non è. Il liberismo, lo sfrenato liberismo in atto in Italia da almeno 20 anni, non rappresenta infatti nulla di nuovo. Rappresenta l’arcaico. Ripropone l’Italia di 100 o 150 anni fa, l’Italia nella quale il padronato faceva i propri comodi, non tollerava “intralci”, insomma voleva, e aveva, le mani libere. Ripropone l’Italia della “Dialettica”, d’una dialettica pomposa, indigesta, brillante in taluni momenti, ma fatalmente sterile. E’ la verbosità incessante che non conduce da nessuna parte, che serve soltanto agli interessi dei suoi protagonisti. Uomini piccoli da molti scambiati per “grandi”… Uomini senza vere idee, sprovvisti di grandi idee. Ma sanno presentarsi… Conoscono fin troppo bene l’arte dell’illusionismo… Da anni e anni ricevono assegni in bianco dagli Italiani…!

L’uomo che ora tenta di formare il Governo si chiama Enrico Letta, brava persona finita nella giungla… Personaggio di spicco d’un Pd comunque spappolatosi giorni fa, frantumato dai particolarismi italici, dalle sottilizzazioni italiche, dai soliti giochi di bottega, di bassa bottega così simili – in modo impressionante – all’Italia giolittiana. La quale comunque le strade e le piazze le sapeva tenere pulite. Questa Roma (e non solo Roma) non sa far nemmeno questo: non sa pulirsi. Non sa presentarsi. L’aria d’abbandono è visibile quasi ovunque, lambisce perfino l’Aventino e i Parioli. E’ lo specchio di se stessa, è lo specchio del Paese. Questo si chiama abbrutimento. E nell’abbrutimento morale celebra i propri fasti una classe politica che nulla ha da insegnare, nulla di alto, di bello, sa indicare. Si pasce di se stessa. Orrendo “monumento” all’egoismo, al pessimo gusto, alla tracotanza.

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