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Zibaldone

La scelta sciagurata

Fuori dal coro. Per essere il titolo di una rubrica è impegnativo. Implica un coro e una voce solitaria. L’una si definisce a partire dall’altro. Per coro intendo il mainstream, il pensiero (parolona!) “giusto”: su chi è colto e chi coatto, su chi è morale e chi immorale, chi è formica e chi cicala, su cosa è vero e cosa falso, e via seguitando con dicotomie (e due!) buone per un capoclasse cretino. E già basterebbe una tale pretesa cruciverbistica, voler dividere tutto tra rigide caselle in verticale e in orizzontale, per mettere in guardia da simili atteggiamenti. E per sentirsi in dovere di verificarne, di volta in volta, la reale consistenza.

La cautela e l’osservazione meditata non escludono, s’intende, vigore e partecipazione, passione e convinzione: solo vietano, assolutamente, di ritenere, fosse anche per un attimo, che, con il pretesto della passione civile, con la maschera della parola dotta, l’Altro sia dipinto come sostanzialmente diverso da noi o, come taluni vaneggiano con sproloquio à la page, antropologicamente diversi da noi o con noi incompatibili. Dietro l’angolo di simili bestemmie laiche e civili, notoriamente ripetute e salmodiate, c’è la Kristallnacht o Notte dei Cristalli, c’è la sinistra costruzione del Fantasma Controrivoluzionario da rieducare o, altrimenti, sopprimere.

In Italia questo coro esiste ed esiste con dilagante e crescente irresponsabilità. Diciamo che nella sua versione contemporanea gorgheggia da poco più di trent’anni. Ucciso Moro, la necessità che si concretasse un’alternativa di governo, anziché prendere slancio da quella tragica vicenda, dal vuoto che aveva generato, si infiacchì e la Sinistra politica comunista cominciò ad incespicare, a perdere lucidità, forza progettuale, energia intellettuale e morale, e prese la via di un avvitamento facilone e melodrammatico. Si diede a disseppellire vecchi arnesi, come la guerra alla socialdemocrazia e la sindrome da popolo eletto, con il risultato, per un verso, di privare la già innescata marcescenza democristiana di ogni serio antidoto (cioè l’alternativa) e, per altro verso, di ingessare ogni ipotesi di evoluzione a sinistra con le strettissime bende di un antimodernismo bigotto e suicida.

Questo, che avrebbe potuto risolversi anche in un temporaneo, seppur cospicuo, sbandamento, divenne vera e propria deriva per l’interessata azione di un ben noto ceto c.d. intellettuale laico, in verità coacervo lobbistico e affaristico, che ne seppe consolidare lo smarrimento e l’involuzione, riducendo il corpaccione comunista a inerte massa di manovra da accostare ad ampi settori del cattolicesimo politico, puntualmente presentati come i più avanzati, sensibili e lungimiranti.

Il consociativismo nasce dopo Moro e il suo progetto, costituendone lo stabile tradimento. I flussi finanziari nati dal terremoto dell’Irpinia lo tennero a battesimo. La Falcidie di Mani Pulite amputò arbitrariamente uno dei due bracci del mostro; si voleva caricare la colpa di quella miope scelta, il peso dei suoi effetti, su alcuni italiani, dannandoli, per favorire gli altri, salvandoli. L’errore era stato comune e comune doveva essere il rimedio. Così, le scorribande del marketing politico furono e sono state una risposta d’istinto, ma sincera, a quella menzogna storica. Ne è venuta, inevitabilmente, la guerra civile a bassa intensità che, tuttora, costituisce la filigrana di questo infelice periodo storico, di questa nostra traviatissima realtà politica. Tutto, ma proprio tutto quello che ci ha indeboliti, infiacchiti, impoveriti, involgariti, viene da quella scelta sciagurata. Non sono mancate eccezioni e resistenze lungo i tre decenni nei quali si è sviluppato quel gorgo: la più illustre ed emblematica è stata l’ormai ex trasformato in bis Presidente Napolitano. Ma, non va dimenticato, Egli, come i pochi altri che posero dubbi e domande libere e “fuori dal coro”, furono sempre contestati e, sovente, insultati, dal quel mainstream, da quel coro violento ed intollerante. A questo coro cupo e meccanico, bisogna scombinare almeno qualche accordo. Magari, un giorno, torneremo a cantare.

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