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Zibaldone

Ritorno a casa

Acquarello di Coralina Cataldi-Tassoni

Acquarello di Coralina Cataldi-Tassoni

C’era una volta una nativa di New York che poso’ il cuore dove l’eternita’ si chiamava Roma. Ma credette ancora nei miracoli e cosi’ sogno’ la via del ritorno a casa.

Dedicato al mio bellissimo gigante: New York City.

“Dì ‘finestra’, Coralina.”

“Window.”

“No, Coralina, si dice finestra."

“Window.”

"Finestra. Per favore… provaci."

“Window.”

E cosi andò avanti per settimane e settimane. Mentre, con grande pazienza, mio padre puntava verso la finestra del nostro appartamento sull’Upper West Side, nella speranza che io abbandonassi questo mio tenace rifiuto di parlare l’italiano. Era innegabile. Sapevo benissimo che avrei potuto pronunciare quella parola. La sentivo risuonare splendidamente alla perfezione nella mia testa. Ma no, non avrei mollato. Questo, scivolone dalle labbra, avrebbe solo significato che avevo finalmente ceduto. Che avevo accettato la realtà. Che tra poco tempo saremmo saliti su quel transatlantico che ci aspettava per portarci in Italia: la mia paura. Il mio incubo.

Quel giorno arrivò. Mio padre, mia madre ed io, assieme ad alcuni altri cantanti lirici, ci imbarcammo sulla temuta nave, in rotta per l’Italia. Ed anche se successivamente spesi un tempo smisurato a scuola dipingendo navi, le mie memorie di quel translatlantico si riducono a tre: 1) Stare seduta scomodamente su orribili mobiletti di plastica multicolorati in un orrido asilo nido translatlantico, circondata per ore da bimbi sovraeccitati. 2) Il continuo mal di mare mentre i mobiletti multicolorati diventavano sempre più orripilanti. 3) Il suono di una lingua incomprensibile che mi rendeva ancor più frastornata e nauseata. Ma c’era una briciola di consolazione: la donna/babysitter dell’asilo (anche lei abbastanza di plastica) decise di organizzare uno spettacolo televisivo dal vivo per la TV privata di bordo.

Finalmente! Nettuno aveva deciso di smetterla di punzecchiarmi con il suo tridente e mi stava offrendo un'ond(ina) di salvezza. Così, una mattina, prestissimo, ecco arrivare in una delle sale i nostri genitori, assonnati e scompigliati, reduci da una delle tante notti brave offerte dagli animatori. Fieri di ammirare i loro cinguettanti bambini che cantavano una canzone di loro scelta. Essendo stata circondata dall’opera sin dal giorno in cui fui portata a casa in fasce, ero convinta che tutto il mondo conoscesse la lirica. E, protetta da questa certezza, scelsi l’aria "Ah! Je Veux Vivre" dall’opera Roméo et Juliette. Badate bene, cantata in francese. Lungi da me l’idea di cantare in italiano. “Ah! Voglio vivere”, protesta una ribelle Giulietta ai suoi genitori. Era confermato: stavo salpando verso la mia morte. E, proprio quando annunciarono la mia aria, un colpo di scena all’ultimo minuto! Perché no? Le opere ne sono piene. Cambiai idea e decisi di cantare “Mary Had A Little Lamb”. Chissà, forse volevo esprimere le mie ultime parole su questa terra in inglese… o chissà, forse desideravo che il mio nome non fosse così intricato come Coralina e fosse semplice come Mary. E che avessi un semplice piccolo agnello e una semplice piccola vita. Ma quella non era la canzone né il destino per me, e quello che mi aspettava dall’altra parte dell’oceano era tutto fuorchè semplice: l’Italia. Ho cantato molte canzoni da allora. Ed ho speso degli anni molto importanti a Roma. Ed anche se ho sempre segretamente creduto che i Supertramp avessero scritto la canzone “I Took the Long Way Home” appositamente per me, oggi non sarei la persona che sono, se non fossi stata esposta al potere di un altro mondo. Un mondo colorato, ad alto volume, muto, antico, ricco che, per delle ore non contate, vorticò ardentemente e violentemente attorno a me e, come l’occhio di un ciclone, trovò del risposo nel mio cuore. Finché, un giorno, intrappolai il tutto in una bottiglia e tornai a casa: New York City. Oggi posso dire “finestra”, e questo, miei esploratori di meraviglie è un miracolo!

English Version

Once upon a time a native New Yorker laid her heart where eternity was called Rome, but believed that miracles where still possible and dreamt her way back Home.

Dedicated to my beautiful giant: New York City

 

“Say ‘finestra’, Coralina.”

“Window.”

“No, Coralina, it is finestra."

“Window.” "Finestra. Please, try."

“Window.”

This went on and on, for weeks. My father patiently pointing at the window in our apartment on the Upper West side, hoping that I would soon let go of my tenacious refusal to speak Italian. It was undeniable. I knew very well I could pronounce that word. I could hear it splendidly play over to perfection in my head. But I could not give in. This slip of the tongue would only mean I had given in. It would mean I had accepted the fact we were about to board that ocean liner that was waiting to take us to Italy: my fear. My nightmare.

That day did come. My father, my mother and I, along with a few other opera singers, boarded the dreaded ship headed for Italy. And, even though later on I would spend an inordinate amount of time in school painting ships in art class, my memories of that transatlantic ocean liner came down to three. 1) Sitting uncomfortably on horrible colorful plastic furniture in a horrid “transatlantic kindergarten” surrounded by overexcited kids for hours. 2) Getting sea sick on a regular basis as the colorful plastic furniture just grew uglier and uglier. 3) The sounds of an incomprehensible language, which made me all the more dizzy and nauseous. But there was a crumb of consolation: the “kindergarten-ship lady/sitter" (quite plastic looking herself) decided to organize an on-board, Live TV singing show.

Finally! Neptune had decided to stop jabbing me with his trident and was offering me a (small) wave of salvation. So, one morning, bright and early, our sleep deprived parents, still recuperating from all the nightly festivities the ship offered them (of course), were invited to one of the main rooms to watch their chirpy kids sing a song of their choice. Having been surrounded by opera from the day I was brought home, I was convinced the whole world knew about operas. Protected by this certainty, I chose the aria "Ah! Je Veux Vivre” from the opera Roméo et Juliette. Mind you, to be sung in French. (God forbid I would sing it in Italian). “Ah! I want to live”, a rebellious Juliet protests to her parents. It was confirmed: I was sailing to my death. And, just as they announced my aria, a last minute twist! Why not? Operas are full of them. I changed my mind and decided to go with “Mary Had a Little Lamb”. Who knows, maybe I wished to express my final words on this earth in English… or, who knows, maybe I just wished my name was not as intricate as Coralina and was as simple as Mary. And I had a simple little lamb and a simple little life. But that was not the song or the plan for me, and what was on the other side of that ocean was anything but simple: Italy. I have sung many songs since then. And spent some very important years in Rome. And even though I secretly always believed the band Supertramp had written the song “I Took the Long Way Home” just for me, I would not be the person I am today if I had not also experienced the power of another world. As time went by, this colorful, loud, mute, ancient, rich world, drenched in culture, ardently and violently swirled around me and, like the eye of a tornado, found some rest in my heart. Until one day, I trapped it all in a bottle and came home to New York City. Today I can say ‘finestra’. And that, my wonder-seekers, is a miracle!

http://www.Coralina.net

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