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Zibaldone

L’Italia, il potere e le strisce pedonali

Gli italiani sono gli unici che ringraziano gli automobilisti quando attraversano sulle strisce. Dietro questa abitudine si nasconde un'attitudine tutta italiana a non risconoscere i diritti come tali

Una volta una signora tedesca, al termine di un convegno, con tono divertito mi disse: “Sa come li riconosciamo gli italiani in Germania? Sono gli unici che ringraziano quando attraversano sulle strisce pedonali”. Mi fece ridere. Mi pensai, allora, poco italiano su quelle strisce, perché non propenso ai ringraziamenti. E’ un mio diritto, penso, e quindi perché dovrei ringraziare? Eppure, basta guardare la faccia del conducente sulle strade italiane, prima stizzito per l’improvviso ostacolo incontrato, poi intento a mostrare la propria pazienza come avesse fatto un favore, per capire che un accenno, almeno con la mano, sarebbe necessario.

Da un gioco di sguardi incrociati, come questo, si scopre moltissimo delle identità dei paesi e del modo in cui esse si relazionano.

Questo caso oltre a raccontarci dove stare attenti quando si attraversano le strade, ci dice dell’altro. Innanzitutto che alcune situazioni quotidiane, alle quale siamo abituati, diventano straordinariamente più interessanti se vengono viste da un punto di vista diverso, lontano, in grado di metterne in mostra la relativa tipicità e/o l’opacità diabolica che l’abitudine crea. Ci racconta poi che le grandi analisi macrosociali sono certamente utili ma possono rischiare di rimanere lontane del sentire comune delle persone e delle loro relazioni, e pertanto riportare solo una parte di verità. Ma soprattutto tratta il rapporto degli italiani con le regole, con le leggi, con il senso civico. Oppure, se vogliamo generalizzare, con il potere. Mi rendo conto quanto sia difficile entrare nei sotterranei di un tema così complesso. E, infatti, lo farò solo marginalmente.

In Italia ha spesso prevalso, a causa di un retaggio socioculturale di lunga durata, una costruzione delle regole negoziata e rinegoziata nella pratica della vita quotidiana, che genera consuetudini e comportamenti via via consolidati nel tempo. Ma proprio perché emersi dalla vita pratica possono subire bruschi cambiamenti e, perché no, generare uno spirito e un’identità più flessibile. L’altro lato della medaglia, quello delle regole imposte dall’alto, dal potere distante e autoreferenziale, seppur democratico, è visto, da sempre, con molto sospetto. Le regole hanno poca legittimazione, perché in molti casi, è opinione diffusa, non fanno altro che consolidare le ambite poltrone degli uomini che le occupano.

In questa distanza, direi schizofrenica, fra regole che vengono dall’alto – up bottom – e quelle che si creano spontaneamente dal basso – bottom up – ci sta anche quella manina alzata in gesto di ringraziamento.

Sottotitolerei così il momento dell’attraversamento: “Ok, vado ho il diritto di attraversare”. Sorge immediatamente un dubbio: “Ma sono sicuro di averlo questo diritto, visto che nessuno si ferma?” Poi il dubbio si scioglie: “Finalmente qualcuno si è fermato. Che gentile! Beh, allora lo ringrazio!” Si ringrazia come se avessimo ricevuto un favore personale. E in effetti di quello sembra trattarsi. D’altra parte sappiamo come l’Italia si fondi sul favore personale, o meglio, su “Il potere personale -scriveva Luigi Barzini- Il potere personale è la chiave”.

Ma in tutto questo riesco anche a vedere un lato positivo. E’ quel bottom up tipico della nostra identità italica e che più che in Italia, dove da sempre la costruzione identitaria proveniente dal basso si è scontrata con quella di “fare gli italiani” dall’alto, è diventato risorsa e forza negli altri paesi dove gli italiani sono immigrati o sono andati a vivere.

Un modus operandi pratico e flessibile non può resistere agli scontri di un’Italia troppo piccola. O forse troppo grande. A causa di una cultura sedimentatasi prevalentemente nel municipal-universale. Può, invece, diventare energia e forza d’integrazione in contesti culturali diversi. E’ per questo, ma non solo, che a volte chi non vive più in Italia vede la propria cultura di appartenenza con più orgoglio, rispetto al cittadino italiano che, immerso nella propria quotidianità, scambia un suo diritto con un favore.         

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