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Zibaldone

I miei anni Twizzlerless

di Coralina Cataldi Tassoni

C’era una volta una nativa di New York che posò il cuore dove l’eternità si chiamava Roma. Ma credette ancora nei miracoli e così sognò la via del ritorno a casa.

Dedicato al mio bellissimo gigante: New York City

Vivevo in un mondo Twizzlerless. Le mie stucchevolmente rosse, gradevolmente gommose, dolcemente paradisiache, fragoliziosamente saporite caramelle erano sparite. La mia bandiera d’infanzia. Il mio fioretto di battaglia nei giardinetti newyorkesi. Spariti.

Ecco cosa mi ero meritata nel credere che tutto il mondo vivesse come me: al sapor di Twizzler e suon d’opera. Ma capite, questo era l’unico mondo che conoscevo. Perché uno degli adulti non mi aveva avvertita prima di salpare per l’Italia? Il mio bauletto rosso ne sarebbe stato imbottito. Ne avrei mangiati talmente tanti da bastarmi per almeno un po’ di tempo. 18 mesi, per essere esatti. 18 mesi era il periodo di tempo che i miei genitori avevano programmato di rimanere a Roma, prima di ritornare a New York. Oggi mi rendo conto che sarei certamente morta d’indigestione, perché 18 mesi (ahimé) si trasformarono in (troppi) anni.

I miei anni Twizzlerless erano colmi di mille viaggi fatti al supermercato. Ogni volta tenendo gli occhi Twizzler-Vigili nella speranza che il Dio dei Dolci avesse risposto alle mie preghiere. Ma niente. Forse questo Dio era troppo occupato a fornire Twizzler a tutti i bimbi in America. Forse non ne aveva abbastanza. Forse continuava a finirgli la scorta. Forse non conosceva bene la geografia. Forse dovevo pregare in Italiano per essere capita. Oppure, forse, si era semplicemente dimenticato di me.

Ma la realtà andava ben oltre una dolce leccornia rossa, masticosa e attorcigliata. Ed io lo sapevo. Ma non osavo spalancare troppo gli occhi, perché ero ben consapevole che quella nave era ormai affondata. In realtà, i miei Twizzlers erano solamente una tra le tante gioiose delizie americane che non volevo ammettere mi mancavano.

A quel punto, eravamo andati ben oltre i famosi 18 mesi inizialmente previsti, ed era arrivata l’ora di accettare che il vecchio, triste, noioso, incolore, cupo, freddo, umido, mondo all’aroma di segatura che era il supermercato italiano non avrebbe mai soddisfatto le esigenze (dolciarie) culinarie di questa bambina Newyorkese. Erano finiti i giorni in cui le interminabili corsie dei supermercati mi sorridevano con le loro centinaia di scatole di cereali colorati, decine di diversi morbidosi biscotti deliziosi, paffuti e immacolati marshmallow, seducenti brownie, bagel appetitosi, gustosi muffin assortiti, e deliziosi Hostess Cupcakes. E finito era quel ritmo del mio passo, che irrompeva dalla profondità dei miei tacchi, travolgendomi con una forza propulsoria e facendomi diventare una trottola vertiginosa, coinvolgendomi in una danza gioiosa su e giù per quelle corsie opulenti con gli occhi spalancati, grandi quanto biscottoni al cioccolato.

Passarono anni e ogni viaggio al negozio fu invano. Finché, un giorno, là, in un angolo remoto del supermercato, notai una piccola sezione dedicata ai cibi internazionali. Per un attimo sfuggente, avvertii ritornare nel mio passo quel leggero battito ritmico, mentre, speranzosa, in punta di piedi, esaminavo lo scaffale . Un barattolo di burro di arachidi, un paio di bottiglie di sciroppo d'acero e una scatola di preparato per i Pancake. Tutto qui? Stanno scherzando? Che deprimente.

E quello stesso giorno, constatai che non erano i Twizzlers che mi mancavano, ma bensì mi mancava la mia casa: l’America. Perciò mi feci una promessa. Giurai che un giorno, quando sarei diventata grande, non mi sarei mai più sentita così.

Anche da bambino, è molto improbabile che un Newyorkese si faccia portare via una bandiera della libertà, anche se fatta solo di zucchero commestibile. Perciò, oggi, armata della mia promessa avvolta nello spirito di New York, i miei Twizzlers volano sempre con me verso la Terra Senza Twizzlers, perché questa volta non sarò sconfitta. E questo, miei esploratori di meraviglie, è un dolce e appiccicoso miracolo Twizzlerlizioso.

www.coralina.net

English Version

Once upon a time a native New Yorker laid her heart where eternity was called Rome, but believed that miracles where still possible and dreamt her way back Home.

Dedicated to my beautiful giant: New York City

MY TWIZZLERLESS YEARS

I was living in a Twizzlerless world. My lusciously red, enjoyably chewy, heavenly sweet, strawberrylicious candy was gone. My flag of childhood. My foil of playground battlefields. Gone.

This is what I got for believing the whole world lived like me: by the taste of Twizzlers and the sound of Opera. But understand, this was the only world I knew. Why didn't one of the grown-ups warn me before we sailed to Italy? I would have stuffed my red trunk with them. I would have eaten enough to keep me going for at least some time. 18 months, to be exact. 18 months was the time my parents had planned to stay in Rome before returning back to NYC. Today I realize I would have definitely died of indigestion, because 18 months, to my disbelief, would become (too) many years.

My Twizzlerless years were filled with thousands of trips to the supermarket. Each time I kept my eyes “Twizzler-Vigil” while hoping the Gods of Sweets had finally answered my prayers. But nothing. I guess this God was too busy providing Twizzlers to all the kids in America. Maybe he did not have enough. Maybe he kept running out of them. Maybe he did not know his geography well enough. Maybe I had to pray in Italian to be understood. Or, maybe, he just simply forgot me.

But the reality went way beyond a red, sweet, chewy, twisty treat. And I knew it. But I dared not open up my eyes too much, for I knew my ship had sunk. In reality, my Twizzlers were one of the many joyous American treats I did not want to admit I missed.

At that point in time, we had gone way beyond the originally planned famous 18 months, and it was time I accepted that the old, grim, boring, colorless, sad, cold, damp, saw-dust-smelling world of the Italian supermarket would never meet the (sweet) “culinary” needs of this New York kid. Gone were the days when the endless supermarket aisles smiled at me with their hundreds of colorful cereal boxes, tens of different scrumptious gooey cookies, plump immaculate marshmallows, luscious brownies, yummy bagels, assorted muffins, delicious Hostess cupcakes. And gone was that beat to my step, which would surge from the depth of my heels propelling me like a dizzy spinning top, into a gleeful dance of excitement down and around those opulent lanes with my eyes as wide as chocolate chip cookies.

Years went by and every trip to the store was in vain. Till one day, there, in a little remote corner of the store, I spotted a tiny section dedicated to “International” foods. For a brief moment, I could sense that slight surge of rhythmic beat return to my step as I, hopefully, stood on my tippy toes to scan the shelf. One jar of Peanut Butter, a couple of bottles of Maple Syrup and one box of Pancake mix. That’s it? Is this a joke? How depressing.

And on that same day, I realized it was not my Twizzlers I missed. I, once again, realized I missed my home: America. So I made a promise. I swore that, one day, when I became a grown up, I would never feel this way again.

Even as a child, a New Yorker is very unlikely to let anyone take any flag of freedom away from them, even if it is one made of edible sugar. So today, armed with that promise wrapped in New York spirit, my Twizzlers fly with me to The Twizzlerless Land, because, this time around, I will not be defeated. And this, my wonder seekers, is a sweet and gooey Twizzlerlicious miracle.

www.coralina.net

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