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Zibaldone

Quel “brand” Mafia che fa vendere

Il marketing tipo "Don Panino" incuriosisce e attrae. È un fatto di folklore, sentito nel mondo come una tipicità dell'Italia. Sempre di cattivo gusto, soprattutto quando a crearlo sono gli italiani

La Mafia fa vendere? Sappiamo che fa share, ce lo ricordano i grandi successi cinematografici e televisivi. Ma, a quanto pare, è anche strumento strategico nelle mani degli uomini di marketing.

Il binomio è spesso quello cibo mafia, camorra o altro. Come quello che sta facendo tanto scalpore in Italia in questi giorni. Arriva da Vienna. Da “Don Panino” si propone un menu molto particolare: il panino Don Falcone, così descritto: “Si è guadagnato il titolo di più grande rivale della mafia. Purtroppo però è stato arrostito come una salsiccia”, il Don Peppino (dedicato a Giuseppe Impastato): “il siciliano dalla bocca larga che fu cotto da una bomba come un pollo nel barbecue”, oppure il Don Buscetta: “L’ambiguo galantuomo di Palermo aveva una predilezione per le verdure grigliate, ma alla maniera siciliana”. E poi altri nomi poco raccomandabili: il Don Corleone, il Don Genovese, il Don Greco, ecc….L’immagine è la stessa del film “Il Padrino”, i fili delle marionette di color rosso su sfondo nero, con su scritto Don Panino.

D’altra parte basta fare un’altra una breve ricerchina on line sull’accostamento cibo mafia o altra associazione criminale per trovare pagine e pagine di siti ed informazioni. Come, altro caso di cui si sta parlando, è il ristorante di Buenos Aires, ottimamente valutato dai siti dedicati, denominato Arte de Mafia. Il logo è una macchia rossa, simil sangue, con una freccia che specifica trattarsi di sugo. Il sito riporta : “Ormai da decenni, la mafia e la gastronomia sono state intimamente vincolate. Sulla base di quanto racconta la storia, anche le operazioni più precise e di successo sono state pianificate a tavola e con un piatto davanti al ‘cappo”’ (con due ‘p’)”. Per quanto riguarda i piatti sono così proposti: caprese Don Lo Giudice, petto di pollo Dei picciotti, fico N’drangheta, bruschette Bernardo Provenzano, Salvatore Giuliano, Vito Genovese, marinata La Camorra. E ancora, ravioli Al Capone, pappardelle Crimine organizzato, pesce dell’ Omicidio eccellente. Le ricette sono tipiche: “mafiose,” “all’omertà”, alla “cosa nostra”.

Non vogliamo qui evidenziare i soliti triti e ritriti stereotipi sulla mafia Made in Italy, che tanto hanno fatto notizia sui quotidiani, facendo intervenire nel caso del Don Panino, su iniziativa del Ministro degli Esteri italiano Bonino, la diplomazia dei due paesi. Certo la vicenda fa storcere il naso, soprattutto nel vedere accostati e trattati in modo poco ossequioso i nomi di Falcone e Impastato con gli altri mafiosi. Ma non è tanto questo "banale" e consueto fenomeno a cogliere l'attenzione. Piuttosto il marketing della mafia che fa vendere, che incuriosisce, che attrae. È il fatto di folklore a far vendere. Perché locale, una tipicità dell'Italia.

La vicenda di Don Panino tuttavia assume contorni sorprendenti e misteriosi, non solo perché, a quanto, pare il negozio è stato chiuso mesi prima che la notizia avesse un’eco mediatica, ma soprattutto perché gestito da italiani, tali Marco e Julia Marchetta. Devo dire che in un mondo dove la visibilità, nel bene e nel male, conta più di tutto; i due ristoratori, con cattivo gusto, sono riusciti a farsi notare.

Di fronte ad un menù di questo tipo io mi alzerei ed uscirei dal ristorante. Non sono in grado di vederne la parte di “folklore”, oppure il nome che intriga perché avvolto dal mistero, dal complotto. Come se le vicende di Mafia fossero un fatto solo italiano, e non mondiale, ma soprattutto una specie di fiction. Ho l’impressione che all’estero non tutti sappiano realmente cosa significhi mafia e compagnia brutta. Prevale l’idea di una storia mediatica, da guardare. E quando una storia si fa troppo mediatica può diventare un “brand”. E quindi da vendere.

Don Panino non c’è più. Meglio. Ma se capito a Vienna preferisco una Wiener Schnitzel.

 

 

 

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