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Zibaldone

Lobby e mutazioni genetiche

Il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri

Il ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri

La recente polemica con gli avvocati suscitata dal ministro Cancellieri esemplifica l’imbarazzante scollamento fra governo e realtà quotidiana

Qualche giorno fa il Ministro Anna Maria Cancellieri ha spiegato che la riforma della giustizia sarebbe impedita da “grandi lobby”, al plurale. Sembrava incoraggiante, giacchè in questa materia ci sono almeno due soggetti, magistrati e avvocati, e il plurale pareva volesse coinvolgerli entrambi, come tuttora apparirebbe sensato al comune e ingenuo osservatore. Ma il comune osservatore, a quanto pare, non sa quello che sa il Ministro Cancellieri la quale, invece, ha successivamente esplicitato, tra fuori-onda e smentite di facciata, riferirsi solo agli avvocati, rivelando, peraltro, un inaspettato sense of humor.

Sono sicuro che anche al ministero di Via Arenula dispongono della segretissima informazione per cui nel 1990 gli avvocati erano 42 mila, nel 2000 erano già raddoppiati (83 mila) e oggi sono 240 mila, in realtà circa 300 mila, se si considerano i c.d. praticanti con patrocinio, che hanno un’abilitazione teoricamente più ristretta. Cioè in poco più di vent’anni si sono moltiplicati di sette volte e mezzo. A parità di rapporto, è come se la popolazione complessiva, nello stesso arco di tempo, fosse cresciuta da 60 milioni a 450 milioni di abitanti.

Certo, se il Ministro intendeva riferirsi al bruto dato quantitativo, queste non solo sono le cifre di una grandezza, ma, addirittura, di un’immensità: solo che non riassumono una classe professionale, semmai una moltitudine che si dissolve riproducendosi, e riproducendo la sua indicibile superfluità. Che significa, superfluità?

Significa che a questo si è potuti arrivare perché è venuto meno, nel senso che esiste solo come stucchevole pantomima, la ragion d’essere dell’avvocato, della difesa tecnica: il processo, sia civile, che penale. In genere si obietta: sì, è vero che il processo funziona male, ma, prima o poi, uno se ne esce: o perché si accorda o perché comunque un provvedimento definitivo arriva. Prima o poi. E’ tutto qui. Nell’accettazione del “prima o poi” come un “modo d’essere” del proprio ruolo, anziché come la sua radicale negazione. E’ una finzione complice, e, ogni giorno di più, ingiustificabile, se non in termini di mutazione genetica: da Calamandrei al “precario misconosciuto”, dalla toga al call center.

Come se una condanna, a dieci o quindici anni dal fatto, avesse ancora un senso; o un’assoluzione, raggiunta nello stesso tempo, non fosse in realtà ugualmente una condanna, per di più, ignobilmente presentata come il suo contrario. O un credito accertato, o un fallimento chiuso, dopo un sabbah polveroso e sussiegoso, un massacro durato vent’anni camuffato da liturgia, non facesse strame ugualmente di vinti e vincitori.

Dunque, se si vuole mantenere un minimo di dignità alle parole, ciò non significa “avere un processo”, ciò significa un “nulla” costoso e oltraggioso. E gli avvocati? Ecco, gli avvocati sono diventati, con quel numero ridicolo e insieme mostruoso, il volto, ridicolo e insieme mostruoso, di questo nulla costoso e oltraggioso. Sono quelli che chiedono i soldi e dicono che “la causa è stata rinviata”, che “il giudice non ha capito” o peggio. Perciò hanno una “colpa” originaria, grande almeno quanto il loro numero.

Ma hanno fatto tutto da soli? A quanto pare, per il ministro Cancellieri, sì. Probabilmente si riferisce ad una sua particolare realtà, nella quale gli avvocati sono quelli che integrano il circuito mediatico e partecipano del bel mondo, talvolta con propaggini nell’accademia, come la sua illustre predecessora; si riferisce cioè a quelli per cui la aule sono una specie di backstage, l’inerte ed estenuante pantomima che replica, inoffensiva, la sua vanità: e poi, tutti insieme sotto i riflettori. Ma sono poche unità: dietro c’è quello che è diventato il corpo reale dell’avvocatura: la suburra, il “professionismo proletario”.

Tra questi e quelli, ad esaurimento, una “minoranza interna”: ignara di “make up”, nostalgica della silenziosa autorevolezza dei codici, memore di un ruolo affiochitosi e ormai quasi spento, stretta fra “quelli che la pubblica amministrazione non ha voluto” e le “battaglie per la legalità”. Tenta, inutilmente, di non affondare e di non prendersi l’ulcera.

Ma cosa pensate che abbiano prodotto vent’anni di diritto processual-balneare? L’abitudine di indagini che “dicono tutto quello che c’è da dire” e così, esautorandolo, si mangiano il giudizio? Vent’anni di amministrazione della giustizia venduta come sinonimo di “lotta”? Con giudici civili che, non dovendo “lottare”, conseguentemente sono un sesto del totale, avendo però il doppio di cause di cui occuparsi, rispetto al settore penale? Con il numero dei magistrati, in servizio circa 9 mila, mantenuto chirurgicamente pressocchè stabile? Inevitabile, per un processo diventato terra di nessuno, attrarre chiunque non abbia da fare di meglio altrove.

In realtà, tutti, noti e meno noti, arrancano dietro i veri padroni del vapore, non a caso, nemmeno sfiorati dal Ministro: i magistrati. Questi sì, organizzati; questi sì, in grado di far cadere governi e sciogliere parlamenti; questi sì, sicuri di un trattamento economico e funzionale al riparo dal fluire del mondo; questi sì, personalmente irresponsabili per legge; questi sì, intessuti nella trama di potentissime influenze mediatiche; questi sì, con presenze stabili nei posti-chiave del ministero; questi sì, pochi e ben selezionati; questi sì, Ministro Cancellieri, “grande lobby”.

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