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Zibaldone

Le minchiate di Riotta sulla Sicilia

Il noto giornalista in poche righe riesce ad inanellare una sfilza di pensieri deboli che lasciano attoniti

Il giochino doveva essere spiritoso, una provocazione leggera per parlare di luoghi comuni e clichè sulla Sicilia. Una trovata estiva e infatti è stata pubblicata sull’edizione locale di La Repubblica Palermo di pochi giorni fa. Brevi commenti, affidati a una decina di personaggi che della Sicilia, in un modo o in un altro, dovrebbero sapere molto. Tra loro un nome importante del giornalismo italiano, Gianni Riotta, per tanti anni corrispondente de Il Corriere della Sera a New York, poi direttore del Tg1, poi de Il Sole 24ore. Palermitano d’origine, figlio di un giornalista, insomma dovrebbe conoscere molto bene la materia e argomentare ancora meglio.

Invece in dieci righe riesce ad inanellare, lui sì, una sfilza di frasi fatte e pensieri deboli che lasciano davvero attoniti. In sè la vicenda potrebbe avere interesse relativo, nel senso che a tutti noi scappa la minchiata di turno. Anche due, anche tre. Ma se si pensa al personaggio e alle cariche che ha occupato negli ultimi 20 anni, allora si ricava ancora una volta un quadro scoraggiante del giornalismo di casa nostra.

E allora vediamo cose dicono queste poche righe. Riotta dice che i più abusati luoghi comuni sulla Sicilia sono ovviamente la mafia, poi c’è il Gattopardismo, infine il sottosviluppo. Invece non è affatto così, sostiene Riotta. «Mafia implica antimafia – dice l’ex direttore del Tg 1 -, il Padrino e Falcone, ma solo il primo diventa clichè. La morale del Gattopardo ”non è cambiare tutto per non cambiare nulla”, il principe di Salina, morendo ammette: Garibaldi ha vinto. E il personaggio chiave è Giovanni, l’erede che va a vivere a Londra, primo siciliano ”globale”». Infine la questione del sottosviluppo, sulla quale Riotta ha un parere singolare. Il problema, ammette, c’è stato, ma…«a lungo la Sicilia è stata leader culturale ed economica. Per me la Sicilia significa progresso, sviluppo, apertura globale al mondo, giustizia».

Devo ammettere che queste frasi mi hanno lasciato letteralmente sgomento. Dove si è documentato Riotta? Quali fonti ha? Sulla mafia ad esempio. Gli hanno detto che è stata sconfitta, che la figura di Falcone alla fine ha avuto il sopravvento sul terribile potere intimidatorio di Cosa nostra? Basta fare due passi per Palermo e capire quanto sia ancora devastante la presenza mafiosa, quanto incida sui comportamenti quotidiani, quanti anni luce sia distante la liberazione da un potere criminale che controlla tutto e avvelena la vita di chi vive da queste parti. Negarlo è un’offesa per i siciliani onesti. Il gattopardismo non esiste? Guardiamo i governi che si sono succeduti in Sicilia negli ultimi settant’anni e vediamo un solo filo conduttore: il clientelismo. Una piaga che ha distrutto l’economia e il tessuto sociale siciliano, sfruttata da tutte le forze politiche con uguale accanimento e ingordigia. Fino ai giorni nostri, fino ad ora, con lo scandalo del servizio di ambulanze del 118, con 160 assunti pagati per non lavorare: uno spreco da 9 milioni di euro, compresi i premi di produzione (sic!).

Di quale progresso parla Riotta, magari si riferisce al periodo normanno di Federico II, quando davvero l’isola era leader culturale ed economica. Ma sono passati mille anni, più o meno, un giornalista non dovrebbe stare un po’ più sulla notizia? Noi, nel 2013, siamo costretti ancora a fare slalom tra i sacchetti dell’immondizia, tra le discariche abusive, altro che progresso.

Ecco questo giochino di mezza estate non mi ha fatto per nulla ridire. Mi fa pensare ad un mestiere che non ha più senso, col fiato corto, che non riesce mai a fotografare la realtà. E che vive di altre logiche, di appartenenze, queste sì fondamentali per fare carriera.

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