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Zibaldone

Ma nel Pd lo sanno chi è stato Marx?

Il viceministro dell'Economia Stefano Fassina

Il viceministro dell'Economia Stefano Fassina

Il Viceministro dell’Economia Stefano Fassina svolge preoccupate e coraggiose riflessioni su evasione fiscale e libertà dell’individuo. E, forse, anche su altro

Se n’è scritto e parlato un po’. Vedremo quanto dura. Stefano Fassina, Viceministro dell’Economia in carica, ha riconosciuto che esiste un’“evasione fiscale di sopravvivenza”. Ed è stato molto preciso: “Ci sono ragioni profonde e strutturali che spingono molti soggetti a comportamenti di cui farebbero volentieri a meno''; ''Non è una questione di carattere prevalentemente morale'', poiché  ''C'è una relazione stretta tra la pressione fiscale, la spesa e l'evasione''. Ampi consensi dalla Lega e dal PDL che, col focoso Brunetta, è giunto ad offrirgli, tra il provocatorio e lo scherzoso, una tessera onoraria del partito.

Certo, potrebbe risultare una divagazione estiva, e molti esponenti del PD (dallo spento e ambizioso Epifani, all’etereo ed inoccupato Colaninno, alla reazionaria e ministeriale Camusso), pare ci tengano a farlo credere, essendosi affrettati a “correggere” Fassina e a ripristinare l’ottusità litaniante che, anche in questa materia, si vuole costituisca la cifra sotto-culturale unica della c.d. sinistra italiana: “La linea del PD è che l’evasione si combatte punto e basta”, è stato il raffinato e sofferto approdo analitico del Segretario Epifani.

Ma il tentativo di Fassina rimane promettente, perché sembra retto da un ragionamento. Il ragionamento pone in discussione il valore intrinseco del comando normativo, della Legge. E lo ha fatto con parole e pensieri schiettamente, propriamente di sinistra (“ci sono ragioni  profonde e strutturali…”). A Fassina gli è scappato Marx. Struttura e Sovrastruttura che significavano, in fondo? Che la Legge (sovrastruttura) se la facevano i potenti per giustificare il loro comodo verso gli inermi (struttura). Bisogna svelare l’impostura, diceva “il Moro”, e tornare ad occuparsi delle persone in carne ed ossa e, soprattutto, bisogna occuparsi delle sopraffazioni e degli squilibri che gli assetti economici dominanti provocano e che le loro coperture istituzionali e normative proteggono e favoriscono.

Sicchè, se Fassina non cedesse e coltivasse questo seme, gli sviluppi potrebbero essere, specialmente in una stagione congressuale, molto ma molto interessanti. Significherebbe cominciare a diradare la nebbia che negli ultimi trent’anni ha trasformato la Legge, da strumento dell’uomo e della comunità dei consociati a feticcio sacerdotale. Che l’ “evasione di sopravvivenza” riguardi piccoli e medi imprenditori è fuori discussione, se non altro per ragioni banalmente tecniche. E che i medi e i piccoli imprenditori non siano figure marginali e sparute, e che, pertanto, Fassina non si riferisse ad evasioni presunte (presunte, le evasioni sono sempre presunte) da cento euro ma che, per non rimanere sul vago, si parlasse di gente che, fino a cinque anni fa, fatturava anche decine di milioni di euro e occupava decine di addetti, è pure confermato dalla sede in cui quel ragionamento è stato espresso: un convegno di Confcommercio.

Il nocciolo del ragionamento proposto è che quando la Legge si sottrae al confronto con la realtà si isola, sprezzante, nel suo tabernacolo codicistico e diviene ingiusta: da ombrello si fa bastone; e anche chi ignora o finge di ignorare questo confronto, ed anzi spinge perché questo confronto si eviti, invocando il valore sclerotizzato dell’involucro normativo, è autore di ingiustizia e fonte di sofferenza e di vessazione.

Allora se oggi, nel pieno della peggiore crisi economica dall’Unità in poi, la prima linea è costituita dai “bottegai” (falliscono, chiudono, si suicidano ad un ritmo da pogrom), e le loro carni misurano prima e peggio degli altri i colpi dell’economia e la protervia del diritto, in termini politici, questo significa che Fassina potrebbe magari ringraziare Brunetta per la tessera onoraria del PDL, ma rimanendo dov’è, a casa sua: perché lì c’è tutto quello che serve per restituire al concreto il primato sull’astratto, all’uomo indifeso quello sul potente sopraffattore, alla “roba” quello sulla “noblesse de robe”, la “nobiltà di toga”. E significa pure che lì, a casa sua, ci deve essere spazio per chi è stato insultato come “antropologicamente diverso” e minacciato dal “diritto unilaterale”, altrimenti noto come “legalità”, sentina di ogni privilegio per chi lo maneggia e per chi ne difende la sua immonda falsità.

Ad una condizione irrinunciabile, però. A patto di nutrire quel seme di libertà e di sana tradizione. E così di dire e scrivere a chiare lettere che non ci sono italiani che sognano un paradiso anarcoide e per questo votano Berlusconi; ma c’è stato e c’è, insinuatosi poco alla volta nel campo della sinistra italiana, come un morbo sfuggente e velenoso, un pensiero, “una certa idea dell’Italia”, incurante della complessità delle dinamiche economiche e sociali e incapace d’essere altro che parolaio e pennivendolo, il quale ha sterilizzato la riflessione e ha catturato un patrimonio di immagini e di riferimenti ideali: facendone mero strumento per la nota lobby editoriale-finanziaria, al carissimo prezzo di aver generato, diffuso e consolidato istupidimento collettivo ed imbarbarimento del discorso e della critica pubbliche.

Il Male e il Bene, tracciati come su una lavagna di classe elementare da una maestrina bigotta e ignorante, non sono stati la salvezza della sinistra italiana dopo il Muro di Berlino. Sono stati e sono la sua più grave e quasi mortale malattia.      

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