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Zibaldone

Che la nostra preghiera non sia esaudita

di Elisabetta De Dominis

Gli dei non si piegano ai nostri voleri, gli dei percepiscono soltanto l’intensità del nostro amore

Ci vuole una vita intera per imparare a pregare gli dei. Gli dei esaudiscono le preghiere che raggiungono il loro ascolto e la tua vita non è più quella di prima. Le preghiere che arrivano loro non sono quelle inviate dalla ragione, dal pianto e dal volere, ma i pensieri desiderati, che nemmeno penseresti di poter chiedere. Sospesi tra la voglia di cambiare e il desiderio di libertà, raggiungono gli dei volando con le piccole ali di Eros, che si presta sempre volentieri a trasportare i fremiti della passione, anche se essa copre lo spazio di un solo giorno. Sogni ad occhi aperti una vita diversa che gli dei fatti di etere trasformano nella tua realtà. E quando ormai vecchio pregherai gli dei, sarà solo per sopravvivere e non diventare uno di loro.

Gli dei non ci ascoltano e non ci amano: è la forza del nostro pensiero che li raggiunge perché la passione è una qualità divina. Nessuno può parlare con un dio perché non è un dio. Non ci amano perché noi non li amiamo. Crediamo di amarli perché rimettiamo a loro la nostra vita fatta di desiderata. Noi siamo solo capaci di chiedere e se non ci danno li consideriamo capricciosi. Ma quando palpitiamo come loro, sono fatti di questo, quando l’amore ci rende simili a loro, ci sentono e ci esaudiscono. Crediamo di aver instaurato un dialogo, di essere entrati nelle loro grazie, di aver ricevuto quanto ci spettava di diritto. Non è così, perché quasi mai gli dei ci soddisfano come noi avevamo intensamente voluto. Quello che riceviamo è sempre qualcosa di diverso, inaspettato. Gli dei non si piegano ai nostri voleri, gli dei percepiscono soltanto l’intensità del nostro amore.

La religione cristiana invece dice che la preghiera instaura un rapporto d’amore con Dio. Perché Dio dovrebbe amare uno che non fa che chiedergli qualcosa? L’amore non è questo. Infatti Dio spesso non ascolta e non esaudisce le preghiere. Spesso non ci protegge. E ci chiediamo perché. Come se Dio dovesse tutto il tempo accudire ogni singolo suo figlio, per il corso di tutta la sua vita. Se Dio esiste, Dio ci dà la vita perché partorire è un atto d’amore, ma anche un atto di egoismo. Noi concepiamo Dio a nostra immagine e somiglianza, quindi non possiamo pretendere che Dio si comporti diversamente da noi. Dio crea e distrugge per creare ancora. Questo il Dio cristiano. Il Dio che ha parlato a Mosè e che – a detta di Mosè – l’ha scelto.

C’è un vizio di presunzione alla base. Si crede che ci sia sempre uno migliore degli altri esseri umani, uno che possa condurci e al quale ci si debba affidare. Se Dio ha creato l’uomo, l’uomo ha creato la gerarchia per paura del caos divino, per mettere ordine in terra temendo il cielo. Poi l’uomo ha diviso il bene dal male, come se questo fosse un accadimento celeste, un demone che si impossessa di noi. Il male sarebbe fuori di noi, perché noi siamo buoni, come Dio. Ma noi siamo deboli e chiediamo a Dio di liberarci dal male. Dio vede e provvede, crediamo. Poi rimaniamo sbalorditi che non sia così.

Gli dei sono altro da noi, sono estranei alle nostre sofferenze e alle nostre pretese, veicolate dalle preghiere. La parola preghiera etimologicamente ha a che fare con precarius, che in latino significa “concesso per compiacenza, mendicato, malsicuro, effimero”.

E’ ringraziando gli dei di quanto abbiamo e non di quanto vogliamo che li facciamo esistere. La gratitudine è l’unica forma di preghiera agli dei. E a Dio, se preferiamo. Consideriamo la grazia un dono che la divinità ci concede. I greci dicevano che dobbiamo fare attenzione a cosa chiediamo agli dei con le nostre preghiere, perché potrebbero non accontentarci come intendiamo e quando lo vogliamo. E Oscar Wilde scrisse: “Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere”.

 

 

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