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Zibaldone

A New York, never give up. Anche se sei tra gli ultimi

Children sleeping in Mulberry Street, Jacob Riis

Children sleeping in Mulberry Street, Jacob Riis

In questa città non mollare mai significa anche cambiare pelle e abbandonare vecchie convinzioni, ritrovarsi a fare cose che mai si sarebbe pensato di poter fare e continuare a crederci. Perché quello che conta è rimanere fedeli a se stessi

Dopo un infinito inverno polare, a New York è arrivato marzo, e nonostante la neve sia ancora una presenza bella costante, i raggi di sole che fanno brillare l’East River iniziano a essere meno gelidi, annunciando che una nuova primavera sta aspettando proprio dietro l’angolo.

Dicono che questa città sia di chi non molla mai, sembra una frase fatta, ma vivendo qui ci si rende presto conto quanto il never give up sia veramente un requisito indispensabile per la sopravvivenza newyorchese.

Questa città può essere molto rude, specie se si è sprovvisti di cuscinetti economici di tutto rispetto, ma se si riesce a restare in piedi, a volte capita di percepire quella promessa di primavera nell’aria, una luce che ti fa andare avanti ancora e ancora… Fino a quando un giorno ci si accorge di aver cambiato pelle come i serpenti e di aver abbandonato vecchie convinzioni, riscoprendo una nuova capacità di stupirsi ed emozionarsi.

Oggi vorrei dedicare questo piccolo spazio a tutte quelle persone che nonostante le difficoltà non mollano, a New York e in tutto il mondo.

Vorrei lasciare un attimo da parte i grattacieli patinati e i locali supercool per ricordare che New York significa anche esibirsi nelle stazioni della metropolitana, invece che su un palco di Broadway, come fa H., aspirante cantante d’opera. H. non è mai stata ingaggiata da nessuna compagnia, ma lei non demorde e continua a cantare nelle stazioni dei treni, per raccimolare qualche soldo in attesa che qualcuno si accorga della sua esistenza.

New York è anche lavorare per pochi dollari in cucine invase da ratti insieme a clandestini di ogni nazionalità e provenienza, come fa E., che tutti i giorni si reca nella desolata terra della profonda Brooklyn per preparare tortini ed intascare pochi dollari senza che gli vengano fatte domande.

New York è accorgersi di leggere strani annunci per escort fino alla fine, stupendosi di stare davvero prendendo in considerazione l’opzione, come racconta S., che dopo settimane senza un lavoro ha iniziato a valutare anche il passaggio al lato oscuro.

New York è anche ritrovarsi a dormire in un magazzino, sui treni, o per strada, perché non si riesce a pagare l’affitto, come è successo a D., che dopo aver perso il lavoro ha perso anche la casa perché non poteva più sostenerne il costo.

New York è anche il fetore pungente dei vestiti impregnati di urina e alcol dell’homeless che ti passa accanto per strada, e al quale hanno tagliato le dita dei piedi a causa del congelamento. Ti stupisci di mettergli in mano quei pochi spiccioli che hai in tasca, perché ti rendi conto che non è poi così impossibile finire in quelle condizioni.

New York è imparare a incassare schiaffi col sorriso sulle labbra, ringraziando per la lezione ricevuta e uscendone sempre un po’ più forti, invece che sconfitti.

New York è scoprire che gli umili sono spesso migliori dei potenti, e che quello che conta alla fine è restare fedeli a se stessi, senza perdere quella sensibilità che permette di connettersi al mondo vivendo, e non solo lasciandosi vivere.

 

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