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Zibaldone

Come vincere la solitudine e conquistare New York

Dopo la laurea a Milano e un lavoro garantito, Chiara Aletti molla tutto per New York. Conclusi gli studi al Baruch College e superate situazioni difficili, ora lavora ben remunerata nel real estate

Il suo motto è "Never give up". E’ determinata e se vuole una cosa lavora duro per ottenerla. Grazie a questa filosofia non ha mollato mai, neanche nei momenti peggiori e ha sempre cercato di pensare positivo, sperando che le cose sarebbero migliorate con il tempo. E così è stato.

Ha combattuto momenti di solitudine in cui aveva solo bisogno di sfogarsi con qualcuno che la capisse, come i suoi migliori amici in Italia, ma loro non ci potevano essere…magari per la differenza di orario, magari per l'impossibilità di comunicare in quel momento. Ha avuto momenti di sconforto, soprattutto dopo la fine della scuola quando vedeva che non arrivava un lavoro e temeva di essere costretta a tornare a casa perché il permesso lavorativo scadeva. Ha pensato più di una volta di aver fallito e di voler mollare. Poi bastava una bella dormita, una passeggiata a Central Park o sull'East River, vicino al suo appartamento, e l'entusiasmo che pensava di aver perso tornava a farsi vivo e le dava la forza per combattere nuovamente ed essere positiva. 

Non anneghi cadendo nell'acqua, anneghi solo se ci resti. Non sei sconfitto per il fatto che sei al tappeto. Sei sconfitto solo se ci resti.” Zig Ziglar

Lei è Chiara Aletti, 29enne milanese da due anni a New York dove si è trasferita dopo una triennale in Architettura, una specialistica in Ingegneria al Politecnico di Milano e un anno e mezzo di lavoro. Le mancava qualcosa così, nonostante lavorasse, ha deciso che era arrivato il momento di dare un sapore internazionale ai suoi studi. Scelse di trasferirsi a New York per seguire un "certificate" di un anno in Business Management al Baruch College, CUNY (City University of New York).

chiara 2Grazie a questi studi ha la possibilità di lavorare. Infatti, avendo studiato in un’università americana per più di 9 mesi ha potuto ottenere un Optional Practice Training (OPT), un'autorizzazione lavorativa di un anno che scadrà a gennaio 2015.

“Sono a New York dal settembre 2012 e la scelta è ricaduta su questa città, perché è quella che mi ha sempre stimolato di più, oltre al fatto che amo il suo stile di vita. Un amore nato quando sono venuta in vacanza con i miei genitori a 13 anni nel 1998. Allora ero ancora una bambina e non pensavo a trasferirmi, ma ricordo quanto ero rimasta affascinata dall'atmosfera che si respirava. Sono poi venuta successivamente altre volte in vacanza e poi nel 2010, dopo la laurea, per studiare inglese per 2 mesi. Quel viaggio studio ha sicuramente tolto tutti i dubbi. In quel momento ho capito che soltanto vivendo in questa città avrei potuto davvero ‘realizzarmi’”.

Una volta presa la decisione di partire, Chiara ha pianificato il viaggio con la certezza che avrebbe studiato un anno ma con l’incognita del dopo. Avrebbe trovato lavoro? Per la risposta aveva un anno di tempo per organizzarsi. Intanto, il suo obiettivo era restare più tempo possibile a New York. Con la sistemazione è stata fortunata. Degli amici le hanno affittato il loro studio per tutta la durata del suo programma universitario.

“Sono partita con l'intenzione di iniziare una nuova vita a NY, un nuovo libro, non solo un nuovo capitolo. Avevo bisogno di nuove sfide con me stessa e di un nuovo ambiente che mi stimolasse a dare il meglio di me. Sapevo che solo qui avrei trovato le opportunità che cercavo, sotto tutti i punti di vista, e sono quindi partita con l'idea che nonostante tutte le difficoltà burocratiche in qualche modo ce l'avrei fatta. Come dicevo sempre a mia mamma ‘qualcosa mi sarei inventata pur di restare’”.

Chiara avendo già delle conoscenze che si era fatta nel 2010 è partita leggermente rassicurata. Non era completamente sola. Aveva qualche faccia amica che non la facesse sentire completamente spaesata e poi conosceva la lingua. Anche se un po’ di paura per il cambiamento c’era. “Le settimane precedenti alla partenza erano molto confuse. Un'altalena di emozioni positive e negative. Da una parte entusiasmo e curiosità per la nuova vita, dall'altra tristezza per lasciare le persone care, la cosiddetta ‘comfort zone’ per buttarmi in questa avventura. A tratti mi sono sentita egoista, perché pensavo solo a me stessa e non a quello che gli altri potevano provare per la mia partenza, ma non ho mai messo in discussione la mia decisione. Era quello che volevo. Il giorno della partenza, l'8 settembre 2012, ero talmente presa dal pensiero del viaggio che non ho realizzato quello che stava per accadere”.

“Me ne sono resa conto solo lo scorso Natale, quando non potendo tornare a casa per motivi burocratici, mi sono trovata la sera della Vigilia da sola nel mio appartamento guardando in tv un film natalizio con il mio mini-cenone della Vigilia. A quel punto ho capito davvero quanto avevo lasciato a casa e quanto fosse difficile non averlo con me, restando però convinta che questi sacrifici potessero portarmi da qualche parte”.

“Girando sempre su se stessi, vedendo e facendo sempre le stesse cose, si perde l’abitudine e la possibilità di esercitare la propria intelligenza. Lentamente tutto si chiude, si indurisce e si atrofizza come un muscolo.”
Albert Camus

Lontana dalle sue abitudini, dai suoi amici, dal conforto e dalla protezione della sua famiglia Chiara è maturata ed ha imparato a contare su se stessa e a rialzarsi ad ogni caduta. “Vivere a New York mi ha fatto crescere in fretta a tal punto che a volte mi sento quasi vecchia, perché sento di aver vissuto fin troppe esperienze. Lo considero comunque un aspetto positivo. Ora so che potrei cavarmela in quasi tutte le situazioni possibili. È stato anche un modo per vincere la mia timidezza e la paura di stare da sola. Ho imparato a farmi compagnia e a fare quello che mi piace indipendentemente dagli altri. Se voglio andare a mangiare fuori e non trovo nessuno o decido all'ultimo momento, prendo e vado da sola al ristorante. Se c'è un film che mi piace al cinema e non trovo nessuno che voglia vederlo, prendo e vado da sola al cinema. Non ero solita fare così a Milano, ma qui, a giudicare da quello che vedo intorno a me, è una cosa piuttosto normale e mi sento a mio agio”. 

“C'è comunque anche qualche lato negativo. Dopo un anno e mezzo sono diventata più cinica e ho smesso di pensare che in fondo c'è del buono in chiunque. In certe persone non c'è, inutile sbattere la testa per cercarlo. Diventa poi quindi anche difficile dare fiducia. Ora come ora, sono davvero poche le persone di cui mi fido”.

E poi ha imparato a conquistare quello che vuole nonostante i rifiuti.

“Ho imparato che questa città è capace di darti quanto di toglierti, di aprirti porte quanto di sbattertele in faccia. Niente è garantito. Per cui per me vivere a NY è un po' una sfida quotidiana con me stessa e la mie energie. Sicuramente è una città di opportunità, ma bisogna essere in grado di saperle cogliere perché qui non nessuno regala nulla”.  

Chiara ammette di aver pensato anche di mollare e tornare in Italia come hanno fatto alcuni suoi compagni di università rientrati a casa o nei loro Paesi una volta finito il programma di studio. La vita nella metropoli è troppo dura, resta solo chi ha una forte determinazione e volontà. “Io ammetto di averci pensato in qualche momento di sconforto, ma di essere poi sempre arrivata alla conclusione che questo è il mio posto adesso. Sembra che per il momento la mia tenacia stia dando i suoi frutti, almeno sul piano lavorativo!”

I momenti di sconforto li affronta ‘staccando la spina’ dalla frenesia della città “li ho affrontati e, ancora adesso, li affronto cercando di staccare per qualche ora o anche un giorno intero da tutto e da tutti, facendo una passeggiata a Central Park, sull'East River o semplicemente camminando con le mie cuffie nelle orecchie e cercando di riordinare le idee. La vita frenetica quotidiana non lascia molto tempo per pensare, per cui a volte è necessario premere il pulsante ‘pause’ e fare il punto della situazione per capire dove si sta andando e se la direzione intrapresa è quella giusta”. 

ChiaraNon esiste circostanza, né destino, né fato che possa ostacolare la ferma risolutezza di un animo determinato. Ella Wheeler Wilcox

Anche le relazioni sono una sfida a New York. “E' facile conoscere gente, si possono incontrare numerose persone a feste, eventi, cene, ma i rapporti difficilmente vengono sviluppati e restano su un piano superficiale. Questo succede nelle amicizie come nelle relazioni ed è comune che quando arrivi il momento di dare una svolta in qualcosa di più concreto, l'altra persona si tiri indietro. Devo ammettere che questo può accadere anche a Milano, dove la carriera e il successo, vengono prima degli affetti, ma qui mi sembra ancora più evidente. Come accennavo sopra qui la gente va da sola al ristorante, al cinema, al bar…e stanno bene da soli! Io mi sto abituando alla mia solitudine, ma preferisco ancora essere circondata da buoni amici e non sono ancora sicura che tutto questo individualismo mi piaccia…lo sto ancora scoprendo! Per quanta riguarda le relazioni invece, è facile incontrare persone nuove, chiudere e aprire relazioni in fretta, ma è altrettanto facile cacciarsi in situazioni assurde dovute proprio alla varietà delle persone che si possono incontrare.

Per quanto riguarda il lavoro, invece, dopo oltre un anno nella metropoli tra sacrifici, rinunce e determinazione è riuscita a trovare una posizione nell’immobiliare. Attualmente lavora per una società di Real Estate che assiste investitori internazionali nell'acquisto di immobili a NY e li gestisce per conto di quegli investitori che non risiedono in città. “Il mio percorso lavorativo è appena cominciato, ma già l'impatto è stato diverso solo in termini di stipendio. Non voglio dare numeri e dettagli, ma per dare un esempio concreto, sono stata assunta per il momento per lavorare 3 giorni a settimana e prendo quasi il doppio di quanto prendevo in Italia full-time. E' vero che anche il costo della vita è diverso, ma facendo qualche sacrificio e organizzandomi posso tranquillamente mantenermi già con questa cifra. Quando e se diventerò full-time potrò cominciare anche a mettere da parte qualcosa”. 

Chiara ama lavorare a New York perché s’incontra gente da tutto il mondo. “NY è davvero un ‘ombelico del mondo’ e soprattutto con il mio lavoro ho a che fare con investitori da tutto il mondo, soprattutto Europa e Asia, ma anche Russia e Sud America. La città attrae sempre investitori da ogni angolo del pianeta e questo è sicuramente l'aspetto più interessante del mio lavoro”.

Lei è arrivata nella Big Apple con un visto studenti F1 per frequentare l'università e ancora adesso è con un visto F1 ma con Optional Practice Training (OPT) che le permette di lavorare legalmente per un anno. “La società per cui lavoro adesso però è disposta a sponsorizzarmi il visto lavorativo di 3 anni H1B per cui sto lavorando per preparare l'application da sottomettere nei prossimi mesi”. 

Quando si è determinati, l'impossibile non esiste: allora si possono muovere cielo e terra. Ma quando l'uomo è privo di coraggio, non può persuadersene. Muovere cielo e terra senza sforzo è una semplice questione di concentrazione. Yamamoto Tsunetomo

La sua esperienza puo’ essere di esempio per molti che aspirano a trasferirsi negli Usa la terra delle opportunità. Ma come spiega Chiara le opportunità ci sono ma ce anche un’agguerrita concorrenza. “Ci sono molte possibilità di lavoro, ma ci sono anche altrettante persone che cercano lavoro, per cui la competizione è altissima. Se si aspira ad importanti società americane, è difficile riuscire ad entrare senza una laurea da una delle migliori università del Paese o della città. Soprattutto in questo momento poi, che l'economia americana non si è ancora ripresa del tutto dalla crisi. Prima di assumere uno straniero danno la precedenza a un americano, a meno che non sia strettamente necessario uno straniero. Nel mio caso per esempio la società è italiana e hanno tutto l'interesse ad avere personale italiano”. 

Il suo obiettivo al momento è stabilizzarsi con il lavoro e con il visto, in modo da avere delle basi concrete su cui costruire il suo futuro. “Sicuramente un anno e mezzo non basta per integrarsi, per cui vorrei continuare a lavorare anche in quella direzione per riuscire a sentirmi sempre più a ‘casa’ anche qui”. Il suo sogno sul lungo termine, dopo essermi stabilizzata è quello di costruirsi una vera vita qui e magari una famiglia!Se un giorno dovessi avere dei figli vorrei che crescessero qui per poter dare loro le opportunità che questo Paese offre”. 

 

 

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