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Zibaldone

Neorealismo: travesty of truth, travesty of History

La Farfalla, di Mario Finocchiaro, una delle foto della mostra alla Keith De Lellis Gallery.

La Farfalla, di Mario Finocchiaro, una delle foto della mostra alla Keith De Lellis Gallery.

La mostra sulla fotografia italiana del dopoguerra allestita alla Keith De Lellis Gallery di Manhattan forse commette una grave omissione: il Neorealismo è nato prima del 1945

 

Apprendiamo che in questi giorni, alla Keith De Lellis Gallery di Manhattan è allestita una assai interessante mostra sul Neorealismo cinematografico italiano: oltre trenta fotografie scattate fra la fine della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Cinquanta da diversi fotografi su film, attori, attrici che fecero in tutto il mondo la fortuna del Cinema italiano. Questo, una quarantina di anni dopo che il celebre regista americano Griffith (celeberrimo soprattutto per il fim Birth Of A Nation) aveva dichiarato alle case cinematografiche di Hollywood e alla stampa del suo Paese: “Se il Cinema americano intende diventare adulto, allora deve raggiungere le vette artistiche conquistate dal Cinema italiano”.

Su La Repubblica, nella presentazione del programma della Keith De Lellis Gallery, si legge che con le foto in questione si volle all’epoca rompere con l’indirizzo “eroico, “trionfalistico del Fascismo”. Ma a noi quell’indirizzo sembra anche casareccio, rurale, piuttosto “alla bona”, di una semplicità oggi inimmaginabile. Andiamo comunque per ordine.

Il Neorealismo italiano sedusse subito mezzo mondo. Incantò Orson Welles, Ingrid Bergman, l’attore americano Farley Granger e tante altre personalità del mondo della celluloide d’allora. Pellicole costruite tutte quante a meraviglia, impeccabili sul piano tecnico, basti citare Ladri di biciclette girato da Vittorio De Sica con attori non professionisti (1948), Roma città aperta, di Roberto Rossellini, protagonisti Anna Magnani e Aldo Fabrizi (1945) e Molti sogni per le strade, diretto da Mario Camerini nel 1948, protagonisti Anna Magnani e Massimo Girotti.

Attori non professionisti. Con questa espressione si indica appunto il Neorealismo italiano. Si fa credere che il Neorealismo, ecco, sia nato a partire dal 1945; non prima. È da quando avevamo una diecina d’anni che ce lo sentiamo ripetere. Lo credevamo anche noi pianticelle in crescita, virgulti; sapete, no, il famoso discorso che “dopo cento menzogne, la centunesima diventa verità”? Finché, all’inizio degli anni Novanta, grazie al critico cinematografico della Rai, Santalmassi, e grazie all’immissione sul mercato nazionale, da parte della compagnia Hobby & Work, di film italiani realizzati fra il 1929 e il 1943, scoprimmo che ci avevano mentito per anni e anni. Avevano raccontato con spudoratezza la solita bugia. Già, il Neorealismo sboccia fra il ’45 e il ’46. Un’offesa alla Storia, una presa in giro; una beffa ai danni di ragazzi che “non” potevano sapere; ragazzi fatalmente ingenui, pronti a credere in quel che leggevano, in quel che si sentivano dire.

Il Neorealismo nacque ben prima del 1945. Non lo si chiamava così, ma era del tutto simile al filone arrivato, appunto, nell’immediato dopoguerra. La stessa incisività, la stessa “crudezza”; la presenza di “maschere” tipo quelle di Massimo Girotti, Carlo Ninchi, Emilio Cigoli, Clara Calamai; e della Magnani di Campo de’ Fiori (1943), girato da Mario Bonnard, Aldo Fabrizi e Peppino De Filippo gli altri protagonisti.

passaporto rosso

La locandina di Passaporto Rosso.

Fu il Cinema sociale dello Stato fascista. Un Cinema che riscosse i favori del pubblico, specie attraverso Passaporto rosso (1935), realizzato da Guido Brignone (protagonista Isa Miranda), Stasera niente di nuovo (1942), girato da Mario Mattòli con due “pilastri” quali Carlo Ninchi e Alida Valli; Un pilota ritorna, a opera di Roberto Rossellini, Massimo Girotti la stella.

Stasera niente di nuovo. Un giornalista, scapolo e trasandato (come lo erano i giornalisti di allora, anche per vezzo e snobismo), finisce per fingersi marito della giovane donna al cui capezzale sono accorsi i genitori di lei, che nulla sanno della vita a lungo condotta in segreto dalla giovane ormai gravemente, fatalmente ammalata.

Un pilota ritorna. Il critico Giuseppe De Santis nel maggio del ’42 scrisse, nella propria recensione: “Se questo film voleva essere un film di propaganda, ebbene non ha centrato i propri scopi”. Il pilota è Massimo Girotti che, abbattuto dalla contraerea nel cielo della Grecia, è fatto prigioniero dagli inglesi e nella prigione in cui è rinchiuso, conosce la figlia di un medico italiano che assiste esseri umani di ogni nazionalità e condizione. Fra i due fiorisce l’idillio, ma a prevalere è il cataclisma rappresentato dalla guerra, con tutti gli interrogativi che esso pone. Né lui (poi fuggito alla volta dell’Italia) né lei credono di doversi legare l’uno all’altra per suggestione, per comodo borghesismo.

Passaporto rosso. È l’amara rievocazione dell’Italia giolittiana e anche ante giolittiana, la quale ai poveri, disperati emigranti consegnava appunto il passaporto rosso, valido soltanto per il Paese di destinazione: un’umiliazione, una cocente umiliazione che s’aggiungeva a tutte le altre mentre in Italia si seguitava a crepare di pellagra, febbri reumatiche, tifo, difterite.

È film neorealista Alfa Tau, per la macchina da presa di Francesco De Robertis. Pellicola in cui appaiono attori non professionisti. Anzi, ufficiali, sottufficiali, marinai della base navale di La Spezia e del sottomarino “Enrico Toti” sono tutti marinai veri, prestati appunto al Cinema. Signorine “qualsiasi” le ragazze che vi compaiono. Vi si narra della licenza di 72 ore dell’equipaggio del “Toti”. È un’opera, si direbbe oggigiorno, intimistica. È secca, asciutta, ma con numerosi momenti di pathos autentico. Nessuna pompa, nessun cedimento alla retorica, non ci s’imbatte in nessun saluto romano.

È film neorealista I bambini ci guardano, del 1943, firmato De Sica, con Isa Pola, Emilio Cigoli e il piccolo Luciano De Ambrosis: pellicola in cui si mette a nudo la crisi della famiglia italiana iniziata grosso modo negli anni Venti (e come fioccavano negli anni Trenta le istanze di separazione legale presentate in gran parte da signore ormai esasperate dal consorte al quale spettavano solo diritti e nessun dovere…).

luchino visconti

Il regista Luchino Visconti.

È film neorealista Ossessione (1943), realizzato da Luchino Visconti, il film che divide il Partito Nazionale Fascista: da una parte gli scandalizzati, gli offesi, i tonitruanti, i lapidari: questo film non rispecchia “lo spirito della società italiana”! Dall’altra, i fascisti che invece seguivano i cambiamenti morali, spirituali, i problemi interiori che si manifestavano anche in Italia; e affermavano di volerne e doverne tener conto. Già, Ossessione è la vicenda d’un mascalzone, d’uno spostato (Girotti) che per pura passione carnale, ma anche per interesse, ammazza l’agiato marito della conturbante, voluttuosa Clara Calamai nella torrida estate della Val Padana. Insomma, un cazzottone allo stomaco.

Viene così sfatata la leggenda secondo la quale il Cinema italiano fra il 1930 e il 1943 fosse fatto di soli “telefoni bianchi”. Non era così. Non fu così.

Certo, dispiace che alla Keith De Lellis Gallery stia per andare in scena l’ennesima, grave omissione storica. Che si stravolga la Storia per semplice gusto settario, in ossequio al solito conformismo che, di per sé, non può fare affatto bene. Sconcerta che stia per dipanarsi, ancora una volta, un facilissimo esercizio chiamato, in Inglese, “travesty of truth, travesty of History”.

 

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