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Zibaldone

Il ladro dell’anima

L'avevano soprannominata la banda dei vecchierelli perché vittime delle loro truffe erano gli anziani cui non solo rubavano impietosamente soldi, ma che costringevano a un duro impatto con lo spettro della lentezza. A mio padre presero 3.000 euro e la poca forza che gli restava, sottratta da un senso di vergogna

Mio padre, scomparso due anni fa, era molto religioso e andava a messa tutti i giorni. All’età di 89 anni usciva da casa a piedi la mattina, comprava il giornale all’edicola e poi si incamminava lentamente verso la piccola chiesetta delle suore che stava nel nostro quartiere. Ma un giorno, tornando verso casa al termine della funzione, fu avvicinato da un’automobile, a bordo della quale c’era un giovane ben vestito e dal viso simpatico e gentile.

“Buongiorno, non mi riconosce? Sono l’amico di suo figlio?”

“L’amico di Marco?”

“Certo, non si ricorda? Io e Marco giocavamo insieme da piccoli, sono venuto un sacco di volte a casa vostra.”

“Ah, è vero, mi scusi, non l’avevo riconosciuta. Sa, l’età.”

“Non si preoccupi, capita a tutti. Piuttosto ho appena parlato al telefono con suo figlio perché gli ho comprato un computer e un televisore nuovi di zecca, una vera occasione. Ne ho presi due anche per me, pensi. Mi ha detto se li può pagare lei, che lui stamattina ha da fare per lavoro.”

“Li devo pagare io? E quanto costano?”

“Tremila euro.”

“Ma io non ce li ho adesso a casa tutti questi soldi.”

“Suo figlio l’aveva prevista ‘sta cosa. Mi ha chiesto il favore di accompagnarla in banca, così lei può prelevare il contante. Sempre se può, naturalmente.”

E così mio padre, fidandosi ciecamente, salì in macchina e fu accompagnato in banca da quel giovane elegante il quale aspettò fuori, dietro l’angolo. Alla cassa prelevò il contante e poi consegnò tutto al ragazzo che lo riaccompagnò infine sotto al portone e scomparve. Non appena salì a casa papà mi telefonò per dirmi che era tutto a posto e che aveva pagato il mio amico. Io gli dissi che non c’era nessun amico e che non avevo mai comprato né computer né televisore.

Era stata una truffa, una delle tante che una banda di napoletani in trasferta ha effettuato nella nostra città negli ultimi quattro anni. La cricca per fortuna è stata sgominata proprio nei giorni scorsi dai carabinieri della sezione di polizia giudiziaria della procura, in seguito a numerose denunce ed esposti e a un lunghissimo lavoro di intercettazioni telefoniche e appostamenti. L’avevano soprannominata “la banda dei vecchierelli” perché colpivano solo ed esclusivamente gli anziani, prelevando sempre con lo stesso stratagemma somme varianti dai cinquecento ai cinquemila euro.

Sembra che così abbiano racimolato nel corso del tempo più di un milione e mezzo di euro. Era un’organizzazione pressoché perfetta. Arrivavano a Roma il lunedì sera con auto utilitarie intestate a prestanome, soggiornavano in alberghi della periferia e il venerdì pomeriggio ripartivano per Napoli con il bottino che poi provvedevano a spartirsi in base ai vari ruoli ricoperti nell’azione. Per comunicare usavano utenze telefoniche intestate a personaggi stranieri di fantasia. La tecnica era così collaudata e redditizia che il capo dell'organizzazione l’aveva presto estesa anche a Viterbo, Genova e Bari, anche se la loro meta preferita restava sempre la capitale per le ampie possibilità che venivano offerte da una città così grande e dal numero delle persone anziane presenti. Sono proprio contento che la banda sia stata scoperta e che i vari componenti siano stati arrestati, vendicando così tutti i vecchietti che, come mio padre, sono stati truffati nel corso degli ultimi anni.

Nel caso specifico del mio papà, ma sono sicuro che sia stato lo stesso per molti altri, c’è stato però qualcosa di più forte, di più profondo. C’è stata la vergogna.

La vergogna di accorgersi improvvisamente di essere ormai così rimbambito da non essersi assolutamente reso conto dell’inganno. La vergogna della vecchiaia che si manifestava così in modo implacabile e impietoso, la vergogna di guardare in faccia i propri cari e, soprattutto, sé stesso.

Ricordo che, subito dopo, non voleva neanche andare al commissariato a fare la denuncia e che ho dovuto penare non poco per convincerlo. Nei giorni successivi non parlava più, non si interessava alle cose, era assente, non guardava neanche la televisione. Mio padre era sempre stato un uomo molto intelligente, un ingegnere con una gran bella testa, furbo, scaltro, capace. Nella sua vita si era occupato di tante cose, aveva risolto problemi, aiutato persone, organizzato il prossimo nel lavoro.

Nella sua sconfitta di quel giorno ha brutalmente impattato con lo spettro della vecchiaia, della lentezza che non ti fa capire, che non ti fa afferrare bene le cose, quella in cui sei sempre in ritardo, arrivi sempre dopo, non riesci mai ad accelerare e quando lo fai, è ormai troppo tardi e ti hanno già sorpassato tutti. La banda dei vecchierelli non gli ha preso quel giorno solo tremila euro, ma molto di più. Gli ha preso la poca forza che gli restava, i suoi ricordi di uomo adulto ben piantato sulla faccia della terra, la sua consapevolezza di padre accorto, perché, in fondo, il passo falso lo aveva fatto a fin di bene, per dare una mano e aiutare suo figlio e cioè il sottoscritto. Insomma, papà, se mi senti da lassù sappi che i cattivi di quel giorno sono stati presi e che tu sei stato vendicato e, insieme, a te tutti gli altri anziani.

Ma racconta loro, ai tuoi coetanei che adesso ti tengono compagnia, che in fondo, per fare davvero male ad un uomo, per quanti anni possa avere, ci vuole molto di più di un branco di criminali da strapazzo. Non sono queste le cose, papà, che dovrebbero lasciare il segno. Ho provato a dirtelo anche all’epoca ma eri troppo arrabbiato con te stesso per darmi retta perché forse ti sembrava che quel furbo e impietoso ladro napoletano, invece di tremila euro, ti avesse rubato anche l’anima.

 

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