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Zibaldone

L’ultimo dei templari: Jacques de Molay, 700 anni

Bruciato sul rogo nella Parigi di inizio primavera del 1314, il Gran maestro aveva provato a riformare l'ordine in profondità ricavandone l'accusa di eresia. Dalla sua esecuzione l'aneddotica popolare derivò leggende e presagi arrivati sino ai nostri giorni

In Il Cimitero di Praga Umberto Eco evoca la figura del Gran maestro templare Jacques de Molay, all’interno di uno dei suoi tenebrosi racconti sul sempiterno intrigo antiebraico. De Molay è personaggio vissuto tra il Duecento e il Trecento, bruciato per eresia sull’isolotto della Senna detto “dei giudei” vicino a Nôtre Dame, nella Parigi d’inizio primavera del 1314. Vale la pena ricordare il delitto che suggellò la fine dell’Ordine che Jacques aveva diretto per venti lunghi anni, provando a riformarlo in profondità.

Il Gran maestro era stato processato nel 1307 e condannato all’ergastolo, mentre tutti i cavalieri dell’Ordine venivano arrestati un venerdì d’ottobre. Le accuse, risibili, erano: rinnegamento di Cristo, l’aver sputato sulla Croce, la sodomia e l’idolatria. De Molay aveva ceduto alla tortura e fatto delle ammissioni, subito usate dai nemici per proporre la soppressione dell’Ordine, poi effettivamente deliberata dagli Stati Generali dell’anno successivo. Alla ritrattazione, aveva fatto seguito la condanna al rogo, insieme al compagno di prigionia Geoffrey de Charney, nonostante il papa, tra i tanti comportamenti contraddittori riguardo alla vicenda, scrivesse di non ritenere i Templari eretici e si dichiarasse pronto a riformarli.

Il rogo e le spoliazioni che ne seguirono, maturati nel torbido clima nel quale sguazzava il regno di Filippo il Bello (quello, per capirci, dello schiaffo di Anagni a Bonifacio VIII) fecero così scalpore, che l’aneddotica popolare ne derivò leggende e presagi arrivati sino ai nostri giorni, ripescati recentemente anche da pubblicistica e film, non sempre di qualità. Tra i tanti racconti, quello della maledizione templare su tredici generazioni di re di Francia, con la profezia della decapitazione di Luigi XVI negli eventi rivoluzionari di fine Settecento. Il boia della ghigliottina avrebbe sussurrato al re di essere il templare inviato dal destino a vendicare de Molay.

Se tuttora, nonostante il rifiuto della storia verso i Templari, il luogo dell’esecuzione di settecento anni fa è commemorato dalla piccola lapide sul Pont Neuf nell’Île de la Cité, significa che Francia ed Europa vogliono ricordare e fare i conti con quella pagina di storia. Accade, perché la società europea non ha trovato un modo definitivo per gestire la diarchia dei poteri civile e religioso, presente nel suo tessuto dalla comparsa del cristianesimo. Nel caso dei Templari l’evidenza mostra come fosse il regno di Francia a volersi sbarazzare di un’istituzione, insieme religiosa e militare, che la Chiesa intendeva preservare pur con le necessarie correzioni. Filippo, in accordo con altri reami, voleva inoltre le proprietà e il denaro di quella multinazionale ante litteram.

Il rapporto stato-chiesa è questione che la popolarità di papa Francesco non potrà che rilanciare, per almeno due ragioni: l’attrazione che Roma sta esercitando verso le gerarchie del protestantesimo e i fedeli dell’ortodossia, la crisi nel rapporto fiduciario tra cittadini europei e rappresentanza politica. Nel frattempo il monopolio della forza è saldamente in mano agli stati, e istituzioni armate come quella del Tempio sono definitivamente superate.

L’eredità dei Templari non tocca solo il vecchio continente. Da quasi un secolo opera un’associazione internazionale per ragazzi, basata sui principi della Massoneria, fondata negli Stati Uniti: si fa chiamare Ordine di DeMolay. La massoneria sembra far confusione sulle responsabilità storiche della repressione qui rievocata.

 

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