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Zibaldone

Estate Romana: la movida su commissione eredità degli anni ’80

Col baccano pacchiano delle TV private, con l’invadenza manichea e gaglioffa del neo-liberismo, abbiamo voluto gettarci nelle braccia di una decadenza di cui quel divertimento a comando che si impadronisce di Roma è espressione “sublime”

Fine giugno: implacabile, torna l’Estate Romana, “invenzione” dell’assessore Niccolini che, se la memoria non ci tradisce, risale alla prima metà degli anni Ottanta. Anni Ottanta, l’Italia cambiava, cominciava a “vestirsi a festa”, si profilava il surclassamento della Sostanza a favore della Forma… Nasceva, se non andiamo errati, il concetto di “immagine”. Concetto balordo, standardizzante, quindi “”omogeneizzante””. Esauritosi per mancanza di capi veri lo slancio anticonformista che aveva influenzato buona parte della società italiana degli anni Sessanta e Settanta, rialzava appunto la testa, e s’irrobustiva come fiera, come belva appagata, ma mai sazia, da pasti abbondantissimi; il conformismo italico tanto caro a insegnanti mediocri, a mamme e mogli assidue sostenitrici, anche ‘registe’, di figlioli e mariti impegnati in scalate sociali, in scalate ‘monetarie”; tanto caro ai pavidi, agli aridi; ai tanti amanti del viver di luce riflessa…

Era un conformismo, gelido e amaro, che neppure il Futurismo e neanche la corrente fascista di “Stracittà” (contrapposta a “Strapaese”) avevano saputo piegare, dominare, ridurre insomma a dimensioni di ben poco conto. Con gli anni Ottanta e, ancor più, con gli anni Novanta, il conformismo nostrano viene istituzionalizzato, codificato… Se ne celebra il “senso d’equilibrio”, se ne celebra un interclassismo che in realtà interclassismo affatto non è: è la distorsione di cui si rendono artefici tv e giornali. Non a caso l’Estate Romana nasce appunto una trentina di anni fa. E oggi, come ogni anno, ci risiamo. Rimonta in sella “il popolo della notte”, concetto e linguaggio grondanti di retorica, esaltazione del vuoto. Dilaga “la movida”… La “movida”, importazione proveniente dalla Spagna, ben più arrembante, assai più vistosa dell’antico “struscio” di casa nostra. La “movida”: incolonnamento di sapore un poco dittatoriale; dimostrazione di un ben falso senso di superiorità: chi non vive e non si comporta come noi, altro non è che uno “sfigato”.

L’Estate Romana: il divertimento organizzato, il divertimento a comando, perfino su commissione. L’esatto contrario di uno sano spirito indipendente, l’esatto contrario dello spirito creativo: la capitolazione, inconscia, dinanzi a chi sa “fare da sé”. Ma di quelli che sanno fare da sé, oggi in Italia il numero scende, cala in modo allarmante mentre non c’è modo che di questo s’accorgano i “fabbricanti d’opinione”, i quali ci fanno quasi rimpiangere quelli di quarant’anni fa, tipo Barbiellini Amidei, Fortebraccio, altri ancora. Vittorio Sgarbi non può fare tutto da sé, e meno male che la sua voce continua a levarsi in nome dell’Arte, del buon gusto, della libertà individuale.

L’Estate Romana nelle vie, nelle piazze, ai “concerti”… È il raggruppamento deforme… Il raggruppamento inguardabile. Masse di donne e uomini dall’abbigliamento che è uno “statement”, una infinita serie di “statement”; è l’auto-pubblicizzarsi puerile, presuntuoso. Cafone. Folle ingombranti le quali tradiscono un’euforia forzata, artefatta. Voci aspre, metalliche, inascoltabili, come inascoltabile è il neo-romanesco che dista anni luce dal romanesco di Aldo Fabrizi, Ettore Petrolini, Mario e Memmo Carotenuto, Anna Magnani, Marisa Merlini, Giovanna Ralli.

Ci troviamo dinanzi alla società italiana che oramai tutto tollera. A Roma, come anche altrove, tollera il fracasso, il frastuono snervanti che si prolungano fino alle cinque di mattina: un’offesa, un insulto, un serio pericolo schiaffati sulla faccia di cittadini ai quali viene negato il sacrosanto diritto di dormire, il diritto al riposo, alla quiete. Diritto negato a chi deve per forza alzarsi alle sei di mattina e recarsi al posto di lavoro. Negato agli anziani i quali, una volta svegliati, è arduo che riprendano sonno.

Questa, care lettrici, cari lettori, è un’infezione; una grossa, estesa infezione morale e sociale. È prova, sì, del vuoto in cui sono finiti gli italiani, e vi sono finiti per mancanza di sana preparazione culturale. Gli italiani i quali ci ripetono che “i tempi sono cambiati”, come se i tempi fossero folate di vento. Nossignori: sono gli uomini a fare i tempi. In Italia, col baccano pacchiano delle TV private, ma anche della Rai; con l’invadenza manichea e gaglioffa del neo-liberismo, abbiamo voluto gettarci nelle braccia della decadenza. Della quale l’Estate Romana è espressione “sublime”.

 

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