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Zibaldone

Ricordando quei miei avi interventisti, giacobini e gentiluomini nel centenario della Prima guerra mondiale

Non erano militaristi i miei nonni, ma si sentirono chiamati a partecipare allo sforzo della Nazione in guerra, un dovere cui era inammissibile sottrarsi. E dettero l’esempio, pensando più ai propri commilitoni che a se stessi

Si rievoca in questi giorni il centenario dello scoppio della Grande Guerra, le analisi su La VOCE di New York e su tante altre testate, sono assai numerose, molte delle quali convincenti o comunque meritevoli di attenzione. Mi sembra però che manchi un po’ la testimonianza diretta, quella, s’intende, dei discendenti di chi combatté nella Prima Guerra Mondiale con l’uniforme del Regio Esercito.

Della mia casata la Grande Guerra la fecero in quattro: i miei nonni Antonio De Santoli e Guido Brocchi, Giuseppe Brocchi (fratello del nonno Guido), Ettore Davitti, fratello della mia nonna paterna Piera. Per fortuna tornarono tutti e quattro, tutti e quattro dal Fronte, non dalle lussuose stanze dello Stato Maggiore o da quelle del Ministero della Guerra (allora lo chiamava così, non lo si chiamava Difesa). Due di loro riguadagnarono i propri focolari coi segni delle ferite patite: il nonno Guido e lo zio Ettore, Sottotenente di Fanteria (pistoiese, classe 1896), interventista repubblicano; colpito a una mano da due pallottole austriache nella celebre Trincea delle Frasche, dove morì Filippo Corridoni, marchigiano, uomo d’intelligenza e sensibilità “mostruose”, caposcuola del Sindacalismo Nazionale, autentico difensore della classe lavoratrice; volontario, perciò interventista. Il nonno Guido rimase ferito a un ginocchio nel ’17, alle Cave di Selz, durante un assalto alla baionetta (col Terzo Battaglione Bersaglieri Ciclisti, Brigata Acqui, prese parte a 22 assalti alla baionetta). Le Legge Militare per via della ferita specifica, gli avrebbe consentito di chiedere e ottenere il congedo assoluto permanente, eppure lui non volle farne nulla: dimesso dall’Ospedale Militare di Verona, preferì tornare dai suoi commilitoni, tornare al Fronte. Rifugiarsi nel congedo permanente gli sarebbe sembrato di commettere tradimento. Gli sarebbe sembrato di macchiarsi di un’onta che poi non avrebbe certo potuto essere lavata. Non era un interventista. Non era quindi un militarista, ma chiamato alle armi ai primi del ’16, capì all’istante di doverla fare “bene” la guerra; capì che nel grande mistero della vita, ecco, la vita di uno o più commilitoni poteva certo dipendere anche da lui.

Era un gentiluomo di campagna toscano fornito di un alto senso di responsabilità: riteneva che non dovessero essere soltanto “gli altri” a fare la guerra. Ebbe sempre in uggia Colonnelli e Generali (odiava il Generale Cadorna, l’ottuso Cadorna delle Undici Spallate sull’Isonzo); come scrisse nelle sue memorie, stese nel ’34, ebbe invece la massima stima dei Sottotenenti, dei Tenenti, tutti o quasi tutti interventisti, “i quali sempre si esposero, sempre furono di grande conforto e di grande esempio verso i loro subalterni”. Fu però un fascista della “prima ora”, marciò su Roma anche lui con gli squadristi del Casentino, ma dal Fascismo prese rumorosamente le distanze alla promulgazione delle leggi razziali del ’38.

Non era militarista nemmeno mio nonno Antonio, classe 1884; il nonno anch’egli repubblicano, l’avo sannita, l’avo molisano nato e cresciuto in un paese “rintanato” fra le pieghe del Massiccio del Matese. Laureatosi in Ingegneria a Pavia, assunto nel 1910 presso il Genio Civile di Firenze, nella primavera del ’15 (subito dopo l’entrata in guerra dell’Italia) si presentò come volontario al Distretto Militare di Firenze, Oltrarno. Annullò se stesso come “viveur”, come “diceur”, come frequentatore del Caffè Le Giubbe Rosse; come corteggiatore, come amante di floride, spregiudicate, annoiate (già allora!) signore fiorentine: partecipare allo sforzo della Nazione in guerra gli parve come un dovere al quale sarebbe stato inammissibile sottrarsi.

Veniva, appunto, dal Sannio a cavallo dell’Otto e del Novecento; era stato un “ragazzaccio”, uno spericolato, un temerario, uno da scazzottata quotidiana in un paese di ragazzi assai bellicosi. Eppure, nella primavera del ’18 fu ricoverato non ricordo dove a causa di un profondo esaurimento nervoso: inquadrato nel Genio Pontieri e poi nel Genio Zappatori, per oltre due anni, due anni e mezzo, giorno e notte, aveva fatto la sua parte; l’aveva fatta, come imponeva, l’ordine bellico, davanti alla prima linea amica! Quindi sotto tiro nemico, il più delle volte sotto tiro nemico.

Semmai, quello “tutto d’un pezzo” era Giuseppe Brocchi, riassumo: il fratello del mio nonno materno Guido. Ardimentoso, collerico ufficiale di carriera uscito dall’Accademia Militare di Modena, una ‘quercia’, un ‘blocco di granito’. Pluridecorato, monarchico di ferro, a differenza di suo fratello, a differenza di mio nonno Antonio, detto Nino; e, certo, a differenza dello zio Ettore, che avrebbe voluto una “repubblica dell’egalitarismo”, lui che pure era nato e cresciuto negli agi. Un “giacobino” però interventista…? Ma quale contraddizione… Ma che scandalo! Scandalo e contraddizione un corno! I giacobini si recarono in massa a Valmy sotto la guida del Generale Dumoriez; vi si recarono in difesa della Francia e della Rivoluzione repubblicana. Prima viene la Patria, poi tutto il resto, a tutto il resto ci si pensa dopo.

Quanti repubblicani nella Grande Guerra morirono per la Patria e per il Re. Quanti interventisti, che non rimasero appunto alla finestra, ma partirono col sorriso sulle labbra. Credevano con fermezza che il popolo italiano dovesse immergersi in “un lavacro di sangue” per poi accampare e conquistare diritti sacrosanti e uscire perciò dalla morsa rappresentata dalla contrapposizione fra Socialismo massimalista e Reazione. La morsa dell’immobilità.

Quanti ne morirono alle Cave di Selz, a San Vito al Tagliamento, Monfalcone, Doberdò, Asiago, sul Monte Grappa, sul Carso infuocato d’estate, gelido d’inverno. Interventisti lombardi, piemontesi, veneti, emiliani, toscani, napoletani, siciliani, sardi. Come scrisse appunto il nonno Guido, dettero sempre l’esempio, pensando più ai propri commilitoni che a se stessi.

 

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