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Zibaldone

Nell’ecosistema artificiale di Milano, un duro senso di non appartenenza

Foto: Nicolago, via Wikimedia Commons

Foto: Nicolago, via Wikimedia Commons

Tornato dalla spedizione sullo Yukon, mi ritrovo a Milano per montare il documentario. Ma faccio fatica a riprendere il passo. La città cerca di farmi perdere di vista l'essenza in favore dell'apparenza e sembra di vivere in un alveare 

 

Vivere nel wilderness o in strada per mesi, in spazi enormi e poco popolati come l'Alaska, abitua presto il corpo e la mente a uno stile di vita libero, per quanto duro.

Potrebbe sembrare assurdo che una persona nata in una città, forse anche più caotica di Milano (Palermo), faccia fatica a "riprendere il passo" nelle correnti del formicaio umano.

Il mio corpo qua si affanna più del previsto, si ammala facilmente, respira male. La mente appassisce, assediata dalla presenza costante di  qualcosa che blocca costantemente il salto verso l'orizzonte, che di tutti i sogni è la scintilla. Come faccio a vivere senza l'orizzonte?

Provo a rifugiarmi guardando il cielo: grigio, cupo,  non volano che aerei di linea e stupidi piccioni grassi e pigri, nutriti nelle grandi piazze come polli in batteria. In sovrannumero e senza predatori… come noi. 

Non posso non notare l'alienazione della società "civile" dalla quale mi assento spesso, ma dove sono costretto a tornare per organizzare il materiale video e la sua promozione. Qui i gesti di umanità sono ridotti al minimo indispensabile e il senso del fastidio rispetto al vivere in un alveare sembra colpire, in modo più o meno evidente, tutti. Ho l'impressione che gli input visivi e le immagini che mi circondano, siano un tentativo subdolo di farmi perdere di vista l'essenza in favore dell'apparenza. Vedo i miei simili e li sento strillare il proprio bisogno di essere notati: "Io! Io! Ci sono anche io!", ma nessuno ascolta. L'essere paradossale della nostra specie, capace assieme di geniali e meravigliose opere e delle più atroci crudeltà, qui è palpabile anche nel senso di solitudine di cui si è vittima tra la folla, nelle corse in metro, al semaforo, nei centri commerciali, negli uffici. Non riesco a stare al passo.  Anche a piedi sono troppo lento e spesso litigo con la gente perché mi trovo controcorrente nel passare da una fila all'altra. Devo riadattarmi da zero a questo "ecosistema artificiale", così come le prime settimane che mi trovavo nel wilderness. 

Nelle foreste o per strada, la "Grande Strada", è così diverso! La maschera dell'apparenza non ha nessuna funzione e, prima o poi, è destinata a cadere. È una maschera di carta, che non sopporta il vento e la pioggia, le attese sotto il sole, le tempeste di sabbia. E appena cade, finalmente riecco attivarsi l'istinto, lo sprigionarsi di energie insospettabili, che solitamente hai mortificato su una sedia nella vita "comoda" e che aumentano di giorno in giorno, rendendo il corpo felice, forte, perché impiegato per quello per cui è stato creato: muoversi. È uno stato di grazia che non hai bisogno di spiegarti, perché è naturale e sembra l'unico possibile.

Ieri ho trovato un parco dietro casa. C'è un prato e qualche albero, ma non riesco a godermelo più di tanto, perché è un fazzoletto di terra tra i palazzi e c'è sempre gente. 

So che ora dovrò concentrarmi sul montaggio del documentario (prodotto da Kobalt Entertainment. Qui il trailer), perché condividere questa storia non sarà facile. La suddivisione in episodi del racconto è una soluzione molto stimolante da un punto di vista creativo e questo mi spinge oltre con il pensiero. Ecco, posso dire che sopravvivere a questa folle città e nel frattempo trovare il modo di raccontare lo Yukon, sarà una nuova avventura. Un'avventura in un mondo che mi appartiene sempre meno, ma come tutto anche questo passerà e ci sarà un altro capitolo da scrivere e nuovi orizzonti da tornare ad ammirare.

 

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