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Zibaldone

Stefano Cucchi: una storia sbagliata

In Mi cercarono l'anima. Storia di Stefano Cucchi, Duccio Facchini racconta tutti i particolari di una storia sbagliata, pasoliniana e crudele, che puzza di cattiverie da poco, di fatalismo e di Italia

Questa settimana parliamo di una storia sbagliata, e di un libro che la racconta. Si tratta di Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi di Duccio Facchini, pubblicato da Altreconomia.

Stefano Cucchi, geometra romano di 31 anni, è morto cinque anni fa, il 22 agosto del 2009, ad una settimana dal suo arresto per spaccio di droga (20 euro incassati per strada da un ragazzo, flagranza di reato). Il certificato di morte parlava di "presunta morte naturale". Durante le indagini che seguirono al suo decesso in ospedale, si fece strada un'ipotesi diversa, ovvero che Cucchi fosse stato vittima di un pestaggio, forse più di uno, e in seguito non avesse ricevuto le cure medico-sanitarie che il repentino peggioramento delle sue condizioni fisiche avrebbero richiesto.

Il 5 giugno 2013 la Corte d'Assise ha condannato in primo grado i medici dell'ospedale Sandro Pertini, dove Cucchi era stato ricoverato, assolvendo invece le guardie penitenziarie accusate dei maltrattamenti (assieme agli infermieri del Pertini). In sostanza, era stata stabilita una correlazione fra il degrado fisico che ha portato la persona alla morte e la mancanza di cure adeguate, compresa la somministrazione di cibo e liquidi. Ma non fra le lesioni riscontrate sul suo corpo e una violenza inflitta dai tre poliziotti chiamati a giudizio.

Al processo di appello, il 31 ottobre 2014, tutti gli imputati sono stati assolti, medici compresi. Il sindacato di polizia SAP ha scritto in un comunicato diffuso dopo la sentenza di un Cucchi vittima del suo "disprezzo per le proprie condizioni di salute" mentre il Sappe – Sindacato autonomo di polizia penitenziaria ha depositato a Roma una querela nei confronti di Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, che si sta battendo strenuamente per far luce sulla vicenda, e un esposto ai vertici degli organi di controllo dell'informazione italiana. 

Fin qui, in estrema sintesi, i fatti. Questa non è la sede per dotte disquisizioni sul filo del diritto. Nella vicenda Cucchi c'è un fatto incontestabile, che è quello detto chiaramente da Luigi Manconi e Valentina Calderone nella loro prefazione al libro: "Una persona che si trovi sotto la custodia dello Stato, dei suoi apparati, dei suoi uomini, deve essere considerato, dallo Stato, il valore più prezioso: un bene sacro. Per una ragione insieme elementare e fondamentale: perché la legittimità giuridica e morale dello Stato a chiedere lealtà e ubbidienza ai cittadini si basa sulla sua capacità di garantire l’integrità del corpo affidatogli in custodia, la sua incolumità fisica e le sue essenziali prerogative".

Siamo qui alle radici della dottrina dello Stato moderna, quella hobbesiana, che fa discendere la legittimazione del sovrano non dal volere divino, ma dal fatto che, nel monopolizzare l'esercizio della forza, esso si fa garante della sicurezza dei suoi sudditi, che in definitiva lo hanno "delegato" ad esercitare questo compito (nella più famosa rappresentazione del Leviatano, il potere sovrano indagato da Thomas Hobbes è raffigurato infatti come un gigante che è però la somma di tanti piccoli uomini).

Detto in altro modo: l'esercizio "legale" della violenza – e, specularmente, la protezione assicurata al cittadino nei confronti della violenza arbitraria – è ciò che ci separa dal Far West, o dal totalitarismo. Da molte evidenze, ciò che ha sperimentato Stefano Cucchi nella settimana maledetta decorsa dal suo arresto alla morte non è molto lontano dal Far West. Solo che ha come teatro il carcere, il tribunale, l'ospedale. Ovvero, quelli che dovrebbero essere dei presidi di civiltà.

La copertina di “Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi”, di Duccio Facchini (Altreconomia).

Vediamo i contenuti del libro di Altreconomia. La prima parte è affidata al racconto del padre, Giovanni Cucchi. La famiglia non propone di Stefano un'immagine edulcorata. Non ci sono le formule stantie che utilizzano i giornali (soprattutto locali) ogni volta che una persona muore. Stefano viene descritto – con amore, questo sì – come un bambino fragile. Nato settimino, nel quartiere di Tor Pignattara, a 13 anni ne dimostra 8. Studia alle Geometri, fino a 16 anni fa lo scout. A 17 anni comincia un percorso "strano". La famiglia pensa inizialmente che il problema sia l'alcol, invece è droga. Ad un certo punto, sono i primi anni Duemila, le cose precipitano.

"Stefano si faceva sempre più turbolento – dice il padre – la sera tornava tardi e teneva comportamenti che ci facevano soffrire parecchio".

Ma quella di Stefano non è una famiglia che si disinteressava, come qualcuno ha ipotizzato, perché in un paese familista come l’Italia scaricare su padri e madri i problemi dei figli funziona sempre.

"Nel settembre 2004 è entrato nella comunità di Don Picchi, ha fatto tre o quattro mesi di pre-comunità, dove io (il padre ndr) lo accompagnavo il giorno e poi ritornava a casa, e poi – poco prima del Natale 2004 – è entrato proprio nella comunità terapeutica ed è andato a Castel Gandolfo, per quasi tre anni. Noi, in quel momento, respiravamo per lui”.

Nel 2007 c'è una ricaduta, eroina. Quindi ancora comunità, a Villa Maraini e San Patrignano (dove trascorre 6 mesi, la cosiddetta "pre-comunità"). Ma c'è anche vita – almeno apparentemente – normale. Il padre, a sua volta un geometra, lo fa lavorare nel suo studio.

"Nella fase successiva all’uscita dalla comunità Stefano aveva capito che doveva darsi delle regole. Lo sport poteva aiutarlo. Stefano era anche portato per lo sport – era un atleta fin da bambino – e siccome gli piaceva la boxe allora aveva deciso di andare regolarmente in una palestra storica di Roma, l’Indomita, vicino a Santa Maria Maggiore, dove io lo portavo un pomeriggio sì e uno no".

Stefano è stato proprio in palestra quel giovedì 15 ottobre 2009. Poi, sono le 23.30, la cronaca ce lo consegna a via Lemonia, dove cinque carabinieri lo arrestano per spaccio. Ha appena ricevuto 20 euro (sottolineiamo ancora l'ammontare della cifra, non stiamo parlando di uno stinco di santo, ma neanche di un narcotrafficante) da Emanuele Mancini. Tutti e due (e la cagnetta che Cucchi aveva con sè) vengono portati alla Stazione Carabinieri di Roma Appia, in via del Calice. Dalle testimonianze rese a processo dai carabinieri che l’hanno appena arrestato, emerge “una persona tranquilla, spiritosa”. È molto magro ma in buono stato di salute. Non è in astinenza, non chiederà mai metadone o altro.

Il verbale di arresto contiene bizzarre inesattezze: parla di “Cucchi Stefano, nato in Albania il 24.10.1975 in Italia S.F.D. (senza fissa dimora)". Stefano Cucchi non è nato in Albania, è nato a Roma, il primo ottobre 1978. Non è stato arrestato alle 15:20, come dice il verbale. Non è senza fissa dimora, da un anno circa, cioè da quando è uscito dalla comunità, vive da solo in una casa dei genitori, anche se, questo è vero, non lo dichiara subito (saranno i familiari a farlo per agevolare le indagini, e nella convinzione che cooperare con la Giustizia significhi fare bene). Addosso gli trovano dell'hashish, per un totale di 21 grammi, tre confezioni impacchettate di cocaina, ognuna di una dose ciascuna, due presunte pasticche di ecstasy del tipo brown sugar che si riveleranno in realtà un farmaco (Cucchi aveva sofferto di attacchi di epilessia).

Da qui in avanti, emerge uno stupefacente calvario fatto di verbali redatti in maniera sbagliata, di burocrazia kafkiana (per una volta l'aggettivo non è fuori luogo), di lettere inutili o non spedite, di negligenza. Anche di rifiuti, da parte di Cucchi, di una serie di interventi sulla sua persona, "atteggiamento oppositivo per nulla collaborante", lo definisce una delle lettere che alla fine approderanno al Tribunale (il riferimento è a esami clinici e a terapie, ma anche al suo rifiutare il cibo). Stupisce che questi rifiuti, posti in essere da una persona già comunque sofferente e che ha subito dei maltrattamenti in carcere, vengano accettati sic et simpliciter, quando probabilmente un'azione più impositiva da parte delle autorità competenti, in particolare dei medici del Pertini, avrebbe potuto salvare il detenuto/paziente.

Dopo l'arresto, Stefano Cucchi passa la notte nella caserma di Tor Sapienza. Al mattino, la pattuglia che lo viene a prendere per portarlo in tribunale per l’udienza di convalida dell’arresto nota già qualcosa di strano. Cucchi presenta delle ecchimosi, cammina a fatica e così via. Comunque, viene portato in Tribunale per la convalida dell'arresto. È qui, nella cella dove attende l’udienza, che forse avviene il peggio. Comunque, il pubblico ministero riconoscerà al processo di non avere nemmeno guardato in faccia colui per il quale stava chiedendo il carcere. Non per crudeltà, ma per prassi, quella della "direttissima” applicata agli “arrestati della notte”. Incuria, indifferenza. Il voler fare in fretta di un apparato della giustizia notoriamente lentissimo, farraginoso.

Dopo la convalida del fermo le condizioni di Cucchi peggiorano. Lasciamo ai lettori farsi un'idea del suo calvario, nei giorni che precedono la morte. Le autopsie eseguite in seguito sulla salma (in particolare la seconda autopsia) mostreranno un quadro impressionante: "A parte il deperimento fisico, moltissime e vistose lesioni da traumi recentissimi, al cranio e in altre parti del corpo. C’è inoltre una lesione alla mandibola, non rilevata prima. Sono state inoltre confermate le fratture alla colonna vertebrale”.

Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi.

Ilaria, la sorella di Stefano Cucchi, mostra un’immagine che ritrae il corpo del fratello

Nel frattempo, però, la famiglia non sa nulla, non può parlare con Stefano. A dirla tutta si sente anche un po' "tradita" da lui, pensava che con la droga avesse chiuso una volta per sempre. Comunque, non lo abbandona.

La sorella Ilaria viene contattata solo mercoledì 21 da una volontaria del Pertini, dove il detenuto è ricoverato; Cucchi le ha chiesto in realtà di di telefonare al cognato per pregarlo di prendersi cura del suo cagnolino, fin quando non sarà tornato a casa. Alla stessa volontaria Cucchi chiede di poter avere una Bibbia. Nella biblioteca dell'ospedale dove il detenuto è stato trasferito e dove poco o nulla stanno facendo per curarlo la Bibbia non c'è: "Te la porterò la prossima volta", gli dice.

Un infermiere trova Stefano morto la mattina di giovedì. Stefano Cucchi muore senza avere mai potuto parlare col suo avvocato (cosa che aveva più volte espressamente richiesto), con i genitori o con qualcuno di coloro che lo avevano supportato durante i suoi tentativi di fuoriuscita dalla droga.

Oltre alle battaglie legali che si intrecciano dal momento del decesso, resta anche una testimonianza, fondamentale: quella di un detenuto gambiano, Samura Yaya, incarcerato in una cella del Tribunale vicina a quella dove è stato brevemente rinchiuso Cucchi in attesa dell'udienza di convalida. Samura Yaya, con l’aiuto di un interprete, parla di un “ragazzo” spinto dentro ad una cella, pestato. Questa la trascrizione della sua testimonianza, riportata nel libro.

“Porta nera, c’era un piccolo finestrino, i finestrini non hanno il vetro, io ero solo dentro mia cella, ero là e ho sentito rumori. C’era il ragazzo e qualcuno dava calci, faceva rumore con i piedi, sentito che ragazzo caduto e stava piangendo. Poi io ho guardato da quel finestrino e visto che loro metteva lui dentro la cella, prima di picchiare a lui sentito che loro parlavano, però non ho capito lui di che cosa parlava, ma ho capito che la Polizia diceva di entrare dentro ed il ragazzo non voleva entrare dentro. Tanto tipo visto che loro parlavano e quello ho sentito. Il ragazzo sempre voleva uscire, poi non so lui voleva uscire fuori ma non so se voleva andare al bagno o voleva andare dal giudice…".

Yaya vedrà brevemente Stefano Cucchi anche dopo l'udienza, Questa volta sono rinchiusi nella stessa cella, aspettano di essere tradotti in carcere. Dividono una sigaretta. Un caffè e dei biscotti. Stefano si alza un pantalone fino al ginocchio, gli mostra la gamba ferita: "Stefano dire me: senti guarda, guardia fare me… è stronzo, picchiato me”.

Ecco, questa in breve la storia. Una storia miseramente pasoliniana. Una storia che puzza di cattiverie da poco, di rimpalli, di fatalismo. Di Italia.

Muore un debole, muore un piccolo consumatore di sostanze stupefacenti, come tanti, occasionalmente dedito allo spaccio, come tanti, comincia a morire prima ancora di essere incarcerato, muore perché il giudice non lo guarda neanche in faccia, perché nessuno chiama il suo avvocato, perché non ha in tasca il numero di telefono di un ministro di Grazia e Giustizia, perché i medici che lo hanno in cura si limitano ad ammonirlo, "guarda che così finisci male", lo stesso atteggiamento che le persone semplici usano con i bambini, gli stranieri o gli handicappati. Muore perché vive a Roma, non a Oslo, o perché viene dalla parte sbagliata di Roma. O forse anche questa è sociologia d’accatto e Cucchi è morto per delle responsabilità ben precise di persone – medici e/o poliziotti – ben precise, solo che la nostra magistratura non è riuscita ad appurare chi ha fatto cosa.

Il libro si ferma al primo grado. La vicenda, come già detto, nel frattempo è approdata all'appello. E non si conclude qui, per l'impegno della famiglia e anche perché il caso ormai è diventato patrimonio pubblico.

In chiusura del libro, diversi materiali interessanti, fra cui un intervento di Ilaria Cucchi, un altro di Patrizio Gonnella dell'associazione Antigone, un'intervista a Mauro Palma, presidente della Commissione ministeriale sul sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani, "Per non morire di tortura", una disamina delle proposte di riforma della legge Fini-Giovanardi.

 


Duccio Facchini, Mi cercarono l’anima. Storia di Stefano Cucchi, edizioni Altreconomia. 192 pagine, 14 euro. In libreria, sul sito web dell'Altreconomia e nelle botteghe del commercio equo e solidale.

 

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