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Zibaldone

A Palermo, tra i profumi e i colori del Capo, alla ricerca della ‘Pupa’

Una toccata e fuga nel più antico mercato storico della città. Tra basolati, vicoli e chiese sconsacrate. Passeggiando in un luogo millenario dove miseria e ricchezza, degrado ed eleganza si fondono e si confondono

Il nostro viaggio attraverso le vie che raccontano la storia di Palermo inizia da un luogo e da un mosaico.  Entrambi racchiudono molte delle contraddittorie caratteristiche che rendono affascinante, decadente ed impenetrabile questa città. Il luogo è il mercato storico del Capo. Mentre altri sono improvvisamente scomparsi, trascurati dall’irresponsabile inerzia degli amministratori, promotori di altre forme commerciali, più perverse, lasciando al loro posto un vuoto sospeso – per esempio, il ‘ritratto della ‘Vucciaria’ di Guttuso, il mercato storico del Capo conserva intatta l'autenticità del linguaggio dei venditori, accattivante e sconnesso, come il basolato scivoloso delle vie Carini e Beati Paoli, di Sant’Agostino e delle Cappuccinelle. Un percorso lungo il quale il mercato si sviluppa e serpeggia, spontaneo e senza regole. Il colorito vociare dei venditori si confonde con la variopinta mercanzia, frutta fresca, pesce, carne, dolciumi invitanti e tante spezie dall'aroma arabo come l'atmosfera che impregna questo suk locale.

Dietro l’angolo, a pochi passi, si erge monumentale nel suo rigore marmoreo dell’epoca fascista il Tribunale; ma  a nessuno qui sembra interessare la scritta austera: “La legge è uguale per tutti”.  Sullo sfondo arabo-normanno, ecco le chiese cristiane , poche facciate restaurate,  la maggior parte abbandonate all'incuria del tempo. Molte  conservano impensabili gioielli di arte e ricercate sculture barocche, tutte silenziosamente raccontano delle tante dominazioni. Tra loro collegate da sotterranei  umidi e misteriosi, dove la setta segreta dei Beati Paoli, i “vendicatori” deliberavano, tra il XVII e il XVIII secolo, la loro giustizia ribelle. Altre chiese sconsacrate, quasi profanate da inconsapevoli mercanti ed usate per l'improbabile esposizione dei prodotti migliori, cibi di ogni genere e qualità campeggiano negli androni e nelle antiche sagrestie al posto di altari ed immagini sacre. Con buona pace dei vincoli monumentali. 

Qui i rumori della città, del suo traffico malato e grigio, non arrivano. I suoni  sono quelli vivaci dei passanti incuriositi ed attenti, una babele di linguaggi delle tante etnie che popolano questi vicoli, ed i canti sono quelli degli ambulanti. Il mercato ha la sua dea protettrice, una dea pagana, Demetra, madrina della terra. E' raffigurata in uno dei mosaici più belli. Un'insegna dorata , liberty, opera di un anonimo, che abbelliva un panificio storico. (il panificio Morello) travolto dalla crisi. La chiamano "la Pupa del Capo". 

Collocata all'ingresso del Capo, la sua figura stilizzata, elegante e snella, dalle forme classicheggianti, sembra guardare con distacco al caotico andirivieni del mercato, quasi indifferente, nella sua indubbia bellezza, all'abbandono cui l'indifferenza colpevole delle amministrazioni locali l'hanno relegata. Perde i suoi preziosi tasselli, e tuttavia mantiene intatta la sua nobile suggestione.  Mentre a fianco si scorgono i cumuli di uno dei tanti crolli di palazzine cadenti del centro storico. Sono più di mille gli edifici pericolanti. Ma nessuno sembra curarsene. Le attenzioni sono rivolte verso la conquista  edilizia delle periferie. E tuttavia emerge, miracolosamente, tra resti di verdure, odore di pesce, scarti  e rifiuti che attorno ne incorniciano l'immagine, la bellezza . 

Così Palermo appare al visitatore, come un camminamento nel tempo, dove il confine tra sacro e profano, tra lecito ed illecito è sottile, ed il  degrado si miscela all'eleganza, e la ricchezza fa capolino e si impone, nonostante tutto, tra le indolenti  macerie.  Soprattutto a  questa amata Palermo dedicherò la mia rubrica.

 

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