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Zibaldone

Italia, paese della contraddizione

La scultura di Luciano Fabro

La scultura di Luciano Fabro

Tutta la storia dell'Italia e degli italiani sembra intrisa di contraddizioni, da quello stare insieme, ma divisi al tempo stesso, tra un Nord e un Sud sempre conflittuali, e tra la dimensione locale, regionale o cittadina, in contrasto con quella nazionale. Ed è su queste contraddizioni che agisce la politica

C’è qualcosa che non va. Qualcosa che si fa fatica a comprendere se non attraverso una certa rassegnata abitudine. Salvemini diceva che in Italia “si punisce il peccato come se fosse un delitto, e si perdona il delitto come se fosse peccato.”

Sì perché questa è l’Italia delle grandi contraddizioni. Contraddizioni che fanno parte di un agire comune, di un sentire comune percepito come normale.

Già l’Italia era nata da una contraddizione. Fu fatta dall’alto, da Cavour. A Plombiers, lo statista piemontese e Napoleone III segnavano i confini geografici sulla cartina per definire l’intervento francese contro gli austriaci. Ma a molti italiani interessava davvero? Molti andarono a votare per il referendum costretti a mettere una croce da quella piccola parte di latifondisti o borghesi desiderosi di un spazio commerciale più ampio. Ai contadini cambiava poco. Al Sud, interessava ancora meno. Ad un padrone se ne sostituiva un altro.

Tutta la storia degli italiani sembra intrisa di contraddizione. A partire da quello stare insieme, ma divisi al tempo stesso, tra un Nord e un Sud sempre conflittuali, e tra la dimensione locale, regionale o cittadina, in contrasto con quella nazionale.

Su queste contraddizioni e sul modo di risolverle agisce la politica: la disparità di trattamento tra potenti e meno potenti, tra immigrati e cittadini italiani, tra tasse pagate e servizi ricevuti. Qualcuno obietterà: non si tratta di una storia solo italiana. È vero. Tuttavia ci sono fatti talmente paradossali che fanno pensare: “Questo accade solo in Italia”.

Cosa è successo? Cosa ci fa pensare tutto questo? Alcuni fatti che vogliamo raccontare.

Il 4 ottobre 1964 veniva inaugurata l’Autostrada del Sole, sotto la Presidenza del Consiglio di Aldo Moro. Furono necessari otto anni per unire Milano a Napoli, la prima pietra fu posata il 19 maggio 1956. Era quella un’Italia speranzosa, che voleva crescere. Ed infatti cresceva. La costruzione fu affidata a Società Autostrade, costituita dall’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), ente italiano che ha operato dal 1933 al 2002. L’autostrada, oltre a rendere più efficiente il trasporto delle merci, permise una loro diminuzione dei prezzi. Ma la sua funzione andò oltre quella commerciale. Fu anzitutto culturale e politica: unì ancor più l’Italia. Otto anni non furono niente per quella grande opera, dove purtroppo, durante la costruzione, persero la vita molti operai. Alcuni numeri: 759 chilometri, 853 tra ponti e viadotti, 572 cavalcavia, 38 gallerie. Tutti volevano quell’autostrada, l’opinione pubblica, la critica e i politici fecero a gara per tagliare nastri e a presentarsi come i promotori.

Ma c’è un altro pezzo di strada, quello che sta subito dopo. Quel secondo tratto che avrebbe dovuto unire tutta l’Italia: è la Napoli-Reggio Calabria. Venne iniziata prima dell’A1, nel 1929. L’ultima pietra non è stata ancora posata. La fine viene sempre rimandata, ora si parla del 2016, ma è giusto avere dei dubbi. Tratti mai costruiti, altri da buttare giù e rimodernare, ruberie e tangenti. Questa autostrada ha alimentato camorra e mafia. Poi, notizia di questi giorni, crolla la campata di un viadotto. Un’operaio muore dopo un volo di 80 metri. I lavori di ammodernamento sul viadotto erano iniziati nel 2005 e terminati due anni fa. Esattamente otto anni. Definito come un ponte sicurissimo, è crollato bloccando la circolazione. Il viadotto si chiama “Italia”. Che sia un segno dei tempi?

Ma ci sono altre due notizie che mi hanno stupito. In un paese dove bisogna, come in questi giorni, fare una legge per rendere reato il falso in bilancio, accadono fatti che lasciano perplessi.

Una netturbina peruviana si accorge che c’è un uomo a terra dopo un’incidente stradale. L’uomo necessita di un massaggio cardiaco, la donna che sa come farlo, non indugia e inizia a spingere sul costato dell’uomo. Gli salva la vita. Ma cosa succede? I vigili urbani gli fanno la multa, quasi 60 euro, perché aveva lasciato il suo furgone in divieto di sosta. Assessori e società delle pulizie stradali si offrono di pagarla al suo posto, ma lei dice di aver già regolato. Dice che le regole si devono rispettare.

A Napoli un salumiere è stato multato dalla Guardia di Finanza per non aver fatto uno scontrino. Aveva regalato un panino ad un disabile. Il salumiere, dopo la multa salata, dice che continuerà a donare a quel suo amico un panino e a chi ne ha bisogno. Dice che “la legge deve essere sempre e comunque rispettata, ma chi la fa rispettare deve avere cuore”.

È un Italia con cuore e senza cuore. Un Italia rispettosa e irrispettosa. Un Italia bella e brutta. Due Italie che convivono.

In Italia si vive male? Si vive bene? Diciamo che non è proprio un inferno: troppo amabile e colta; ma non è neanche un paradiso: troppo indisciplinata e disordinata. È piuttosto una sorta di purgatorio sui generis, “all’italiana”.

 

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