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Zibaldone

L’Expo 2015 di Milano sta nutrendo il pianeta o il malaffare del Belpaese?

di C. Alessandro Mauceri

L’interrogativo è tutt’altro che campato in aria alla luce non soltanto degli ultimi arresti, ma dei ritardi nell’organizzazione della manifestazione. “La nostra faccia non basta, ci vuole il vostro cuore” ha detto Renzi agli operai. Ma il rischio è proprio la perdita della faccia…

I numeri non mentono mai. Neanche quando si tratta dell’Expo 2015, fiore all’occhiello del governo Renzi e simbolo dell’italianità “che avanza”. Numeri come i giorni, ormai pochi, che mancano all’inaugurazione della manifestazione. Anzi delle inaugurazioni.

Sì, perché per l’Expo 2015 sono previste due inaugurazioni: la prima, il 30 aprile 2015, in Piazza Duomo, a Milano (preceduta da una sfilata di Giorgio Armani); la seconda, il giorno dopo, con il “taglio del nastro”.

Numeri a volte contraddittori, come quelli sullo stato di avanzamento dei lavori. Secondo il sito dell’Expo (Open Expo, proprio quello “ufficiale” e ideato per consentire ai cittadini di conoscere i numeri dell’evento), ad oggi risultano “conclusi” solo il 9% dei lavori. L’indice globale di avanzamento temporale (ossia il rapporto tra i giorni lavorati rispetto a quelli previsti dai contratti) mostra un grave ritardo (solo l’82% delle opere sono state realizzate). Diversa l’opinione del commissario unico dell’evento Giuseppe Sala che ha dichiarato: “Non si può fare una percentuale esatta dell’avanzamento dei lavori, ma siamo obiettivamente intorno al 90%. I lavori sono quasi completati per quanto riguarda le infrastrutture”. Una discrepanza che la dice lunga sul modo in cui finora è stato gestito l’ ‘affare’ Expo 2015.

L’indice globale di avanzamento dei lavori (quello che mette in relazione gli stati avanzamento lavori, sal, emessi mensilmente per il pagamento delle prestazioni, e quelli complessivi) sarebbe “solo” del 55%. Negativo, invece, il numero che indica il potenziale ritardo (“quanto il procedere dei lavori sia in linea con il trascorrere del tempo”) che si attesta  sul -37%. Negativo come molti dei numeri legati all’Expo 2015 che rischia di diventare (ammesso che non lo sia già) una dimostrazione della incapacità di gestire progetti dai grandi numeri in Italia.

È da molto tempo che i numeri dell’Expo sono poco chiari: già dal governo Letta. In quel periodo Riccardo Luna (che poi ha raccontato tutta la vicenda in un libro dal titolo “Cambiamo tutto!“), dopo essere stato incaricato di coordinare l’Innovation Advisory Board dell’evento milanese, ha presentato le sue dimissioni vista l’impossibilità di lavorare serenamente. Numeri a volte esagerati come il numero dei commissari nominati: ad oggi la gestione dell’evento sarebbe passata per le mani di almeno cinque commissari. Passaggi a volte obbligati e volontari (come nel caso delle dimissioni di Pisapia), altre volte inevitabili a causa di processi e indagini legati proprio alla gestione dell’Expo 2015.

Il numero delle persone indagate, rinviate a giudizio o, in alcuni casi, già condannate per presunti reati riguardanti l’Expo 2015 ormai non si conta più. Come non si contano più le inchieste che hanno come oggetto qualcosa legato alla manifestazione. L’ultima, proprio nei giorni scorsi, ha visto finire in manette Ercole Incalza, per ben 14 anni dirigente e poi consulente del Ministero dei Lavori Pubblici. Con lui sono state arrestate altre tre persone e 51 sono indagate. Dagli atti emergerebbero “interferenze” del Perotti sui numeri per l’aggiudicazione dei lavori di realizzazione del cosiddetto Palazzo Italia dell’Expo 2015. Tra gli indagati anche l'ex manager di Expo, Antonio Acerbo, già arrestato a ottobre nel filone d'inchiesta milanese sulla cupola degli appalti. Sarebbe accusato di turbativa d'asta per aver ‘pilotato’ la gara per il Palazzo Italia dell'Expo.

Un “mangia mangia” generale che va avanti da anni. A proposito di “mangiare”, anche la gara d’appalto per gestire la ristorazione nell’area italiana è indietro con i “numeri”: la gara è già andata deserta due volte e sulla vicenda pende un ricorso al Tar (Tribunale amministrativo regionale). Il 7 febbraio alla presentazione di «Expo delle idee» del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si è capito subito che i numeri dell’Expo non c’erano: alla manifestazione non era presente neanche un traduttore. Come ha raccontato Rezina Ahmed, console del Bangladesh a Milano, che in una intervista al Corriere della Sera ha dichiarato di essersi sentita completamente abbandonata: “Abbiamo chiesto dove trovare gli auricolari per seguire la traduzione simultanea, hanno risposto che questo servizio non era disponibile”. Zero anche le traduzioni del materiale distribuito: tutti i depliant erano stati stampati soltanto in italiano.

E anche quando qualcuno ha pensato di ricorrere alle traduzioni i problemi non sono mancati. Il sito ufficiale dell’evento dovrebbe essere consultabile in due lingue straniere. Come ha segnalato il Corriere della Sera le traduzioni in inglese e in francese del sito ufficiale dell’Expo 2015 contengono un numero enorme di errori. “È scandaloso e imbarazzante”, ha detto Antoine Boissier, insegnante all’Institut Français di Milano. A farle eco Sandra Bertolini, presidente dell’Associazione Italiana Traduttori e Interpreti che, in una intervista ad Adnkronos, ha detto che alcune parti del sito non sembrano nemmeno “tradotte da un essere umano” e “certamente non da un professionista”.

Tornando ai numeri, non si sa quale sia attualmente lo stato dei 53 padiglioni dei Paesi ospiti. Si sa solo che all’Expo 2015 dovrebbero partecipare, stando al sito ufficiale, 145 Paesi. Di questi però quelli che hanno aderito al tema principale della manifestazione, la nutrizione, sono “solo” 94.

Alti, invece, altri “numeri”: per esempio, quelli relativi al costo per le ‘casse’ pubbliche. Secondo alcune stime (il condizionale è d’obbligo dato che i lavori non sono stati ancora completati), l’Expo 2015 comporterà una spesa pubblica di circa un miliardo e 300 milioni di euro (di cui 833 milioni stanziati dal governo e 467 a carico di Comune di Milano, Regione Lombardia e Camera di Commercio). Numeri importanti, ma che potrebbero lasciare una traccia piuttosto labile. In alcuni casi, come a Parigi con la torre Eiffel o a Bruxelles con l’Atomium, l’eredità delle opere realizzate per l’Expo sono ancora visibili e fruibili (e costituiscono una risorsa per i Paesi che hanno ospitato la manifestazione). Diversa la situazione per l’Expo 2015 a Milano dove, tra qualche mese, della manifestazione potrebbe non rimanere traccia.

Una volta terminata la manifestazione, il 31 ottobre 2015, la società Expo 2015 – che è incaricata di realizzare, organizzare e gestire tutto l’evento – avrà tempo fino al 30 aprile 2016 per liberare l’area da tutte le strutture costruite per l’Expo. Il terreno sarà poi riconsegnato al legittimo proprietario, cioè Arexpo: una società cui partecipano la Regione Lombardia, il Comune di Milano, la Fondazione Fiera Milano e il comune di Rho. Sarà questa società che deciderà cosa fare dell’area. E già non mancano le polemiche circa la possibile speculazione edilizia che potrebbe seguire.

Il tema dell’esposizione universale 2015 a Milano, si sa, è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Fino ad ora però ad essersi nutriti, e lautamente, sono stati giri di malaffare e quanto di peggio il Belpaese poteva mostrare di essere. L’Expo 2015 avrebbe dovuto essere un ritratto dell’Italia. A dirlo è stato lo stesso Renzi in visita solo pochi giorni fa all’Expo. Rivolgendosi agli operai, Renzi ha detto: “La nostra faccia non basta, ci vuole il vostro cuore. In ballo c’è l’idea stessa dell’Italia”.

Il problema è che tra inchieste, processi, ritardi accuse di violazione di copyright e gare d’appalto andate deserte o bloccate dal Tar e interessi privati, pare proprio che l’Italia, con l’Expo 2015, stia rischiando di rimetterci la faccia.

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