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Zibaldone

Una lectio magistralis su Cosa nostra

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

La mafia l'ho conosciuta bene. Ancora prima di diventare 'sbirro'. L'ho seguita in silenzio. Anche a New York, dove per giorni, sedevo accanto ai Gambino. Oggi dico che il grande pubblico non sa che i magistrati Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, potevano essere salvati. Ma lo Stato era troppo indaffarato

 

La mafia, questa parola mistica alla quale le cronache assegnano un valore criminale di potere assoluto di veto, di vita o di morte degli esseri umani, non è altro che l'aberrazione dell'intelligenza dell'uomo. 

La mafia non è mai stata il paradigma della mia vita. Anzi, proprio per averla conosciuta e per averci convissuto sin dall'infanzia, non mi ha mai ammaliato. I suoi adepti non hanno mai avuto il mio beneplacito e nemmeno il mio rispetto.

Ed è proprio per essere cresciuto a pane e mafia e per diretta conoscenza di chi, prima dell'avvento dei “corleonesi”, rappresentava il gotha della mafia, che fui messo in condizione di assestare, allorquando divenni sbirro, un duro colpo a gregari e capi.

Il retaggio della crescita giovanile mi permise di intrufolarmi in quei territori del palermitano di fatto conquistato, manu militare, dalla mafia. Passare inosservato o stare seduto per giorni e giorni a New York accanto ai familiari di Giuseppe e Giovanni Gambino- noti fratelli Capi dell'omonima famiglia mafiosa newyorchese- senza destare il minino interesse, era la normalità. Quindi non de relato, ma di accadimenti testimoniali che si è formata la mia conoscenza del fenomeno mafioso. 

Il giornalista Francesco La Licata, in un suo documentario edito dalla RAI sulla figura di Ninni Cassarà, disse:“ Pippo Giordano, una sorta di infiltrato permanente nelle cosche mafiose”. La frase rappresenta una definizione colorita, ma se contestualizzata nell'essere invisibile agli occhi dei mafiosi, allora sì che la locuzione di La Licata, trova un suo fondamento. Guardare, ascoltare e stare “muto” fu l'adozione comportamentale del vangelo Paolo, ovvero il dogma inculcatomi da mio padre con roboanti silenzi.

Talia (guarda), ma non vedere; ascolta, ma non sentire e attaccati o parrapicca ( in sostanza, stare muto). Nel mondo dei mafiosi, fatto di mimica, di sguardi e di intese gestuali, trovavo la mia movenza silente. Non mi piacevano le pupiate o l'eclatante affermazione dell'essere sbirro, no! E uno dei motivi perché non misi mai le manette a un mafioso fu perché conoscevo sino in fondo il loro modo di pensare. 

Qualcuno ebbe ad obiettare, quando nel mio ultimo arresto di un mafioso, prima di condurlo all'Ucciardone (il carcere di Palermo), gli offrii la colazione al bar. L'uomo era stato gentilissimo durante la perquisizione e, ad arresto avvenuto alle prime luci dell'alba,  io ritenni giusto ricambiare con altrettanta cortesia.

Del resto, uomini come Chinnici, Falcone, Borsellino, Montana e Cassarà, non prevaricarono mai la deontologia professionale: loro rappresentarono per me la linfa che alimentava l'esercizio del mio essere, con dignità e rispetto verso gli altri. Rispetto umano era l'obiettivo dell'intera Squadra mobile palermitana. 

Sovente, non ci fu nemmeno bisogno dell'esibizione della pistola per affermare che fossi un poliziotto: bastavano poche parole per farmi comprendere: solo il dialogo con gli occhi, specialità tipica di noi palermitani.

Un mio dirigente della Mobile palermitana, recentemente ha detto che : “ …. Giordano era uno degli uomini più seri della Questura di Palermo, uno dei più discreti, uno che non si metteva mai in evidenza a dire smargiassate durante le riunioni ma che poi, per strada, faceva molto bene il suo lavoro. Persona discreta ed affidabile….”. Forse per i motivi citati dal Commissario di Polizia,  io feci breccia in ben nove pentiti di mafia: si fidarono ciecamente. 

Ed ora vorrei riscrivere un passo importante delle storia della mafia palermitana. Le cronache affermano che il primo a rendere noto che la mafia siciliana si chiamasse Cosa nostra, fu Tommaso Buscetta (c'ho lavorato insieme). A me risulta che il primo a parlarci di Cosa nostra fu “U curiulano” Totuccio Contorno, che si pentì molto prima di Buscetta, tant'è che mentre il Contorno era sotto la nostra protezione, noi ascoltavamo le telefonate intercettate dal Brasile di Tommaso Buscetta, che diceva chiamarsi “Roberto”.

Fu “U curiulano” che ci prese per mano e ci fece virtualmente visitare la Cupola di Cosa nostra e l'intera organizzazione. Ricercare e stabilire quale è la linea di confine tra Cosa nostra e parte dello Stato è impresa ardua. Diviene più agevole dire che sia lo Stato che Cosa nostra sono la faccia della stessa medaglia. 

Non vi è dubbio alcuno sul fatto che lo Stato sia responsabile della crescita esponenziale di Cosa nostra e delle altre consorterie criminali. Per quanto riguarda la mia Terra, ovvero la Sicilia, per decenni e decenni, lo Stato ha mercificato gli interessi elettorali, barattando il grido di dolore che veniva dal Popolo siciliano, che chiedeva “pace”.

La Sicilia era ed è considerata un bacino di voti, per soddisfare ambizioni di potere e di supremazia: le regole democratiche erano palesemente disattese, consentendo persino l'esercizio della violenza. Portella delle Ginestra e i vari magistrati, carabinieri e poliziotti uccisi, sono li a testimoniare quanto il compendio criminale e affaristico, fosse la negazione dello stato di Diritto.

Il grande pubblico non sa che i magistrati Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, potevano essere salvati. Potrei dimostrarlo all'infinito, poiché non è una mia intima valutazione, ma una considerazione fondata da dati di fatto: inconfutabili. Si parla tanto di mancato attentato dell'Addaura e si dimentica di dire che qualche anno primo, Cosa nostra aveva pianificato l'uccisione di Falcone scegliendo uomini e luogo dell'attentato.

E che dire delle prove che Cosa nostra fece qualche giorno prima di compiere “l'attentatuni” di Capaci? Episodi dimenticati ma che invero, dimostrano che l'imbelle Stato “ dormiva”. 

Infine, l'attentato di via D'Amelio. Pure un picciriddu (un bambino) avrebbe capito che Paolo Borsellino, sarebbe stato il prossimo magistrato ad essere ucciso. Lo Stato non lo capì, era indaffarato a condurre la trattativa Stato-mafia.

Vorrei fare una domanda: quale altro Paese occidentale ha avuto dal 1963 sino al 1993 ben sette attentati ad opera di Cosa nostra, con l'utilizzo di autobombe?  In quale altro Paese, si sono stati tante vittime tra magistrati, carabinieri, polizia e inermi cittadini? 

Persino due innocenti bambine a Firenze, le sorelline Nencioni. Suvvia, non ditemi che lo Stato ha da sempre voluto combattere la mafia, fareste un torto a tutti i martiri della violenza mafiosa.

 

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