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Zibaldone

Elezioni ad Agrigento: alla ricerca del nuovo sindaco nella città dell’inciucio tra Pd e Forza Italia

Un 'fidanzamento' elettorale andato a male, ma che pesa ancora nell’immaginario degli elettori. Lo ‘sgusciante’ Firetto. Le contraddizioni di Silvio Alessi. La farsa dell’acqua pubblica targata Pd-grillini. La sorpresa di Marco Marcolin. E Giuseppe Arnone, sottovalutato da tutti, ma pronto a sovvertire i pronostici di queste elezioni di Agrigento 

Siamo andati ad Agrigento per provare a capire che aria si respira a poche ore dal voto per l’elezione del nuovo sindaco e del nuovo Consiglio comunale. Nella Città dei Templi la competizione si annuncia incerta. Ci sono elementi politici che potremmo ritrovare nello scenario nazionale, come la presenza della Lega Nord, che potrebbe riservare sorprese, anche clamorose. Poi, ovviamente, ci sono il Pd e Forza Italia, due formazioni sempre più deboli. Quindi i grillini, che non incantano più come qualche anno fa. E c’è il candidato della sinistra alternativa al Pd, Giuseppe Arnone, molto sottovalutato, ma che potrebbe raccogliere i consensi dell’elettorato di sinistra deluso dal renzismo a Roma e infastidito dai papocchi regionali e locali.

Insomma ad Agrigento, in questa campagna elettorale, sono tanti gli elementi politici interessanti. Degni di nota sono i problemi sociali e amministrativi di una città che appare piuttosto abbandonata. Sì, la città è stata amministrata male. Malissimo. La gestione dei rifiuti, ad esempio, è un mezzo disastro sotto il profilo finanziario. La Tarsu è elevata. L’unico dato positivo è un timido ritorno alla raccolta differenziata, che da queste parti era sulla buona strada prima dell’arrivo dei governi regionali di Raffaele Lombardo e di Rosario Crocetta, governi discariche-dipendenti. Non va meglio con l’acqua. Con gli agrigentini che pagano le bollette idriche tra le più care d’Italia. Con un gruppo privato – Girgenti Acque – è il caso di dirlo, che fa acqua da tutte le parti.   

L’acqua, ad Agrigento, è un triplo disastro. I cittadini, come già ricordato, pagano bollette salatissime. E questo è il primo disastro. Poi c’è il secondo disastro: la beffa dell’acqua di Santo Stefano di Quisquina, sui monti Sicani. Una sorgente di acqua purissima, che è sempre stata pubblica, è finita alla Nestlè, la multinazionale che oggi la imbottiglia e la vende con il marchio ‘Vera’. Con la Regione siciliana che, nel maggio del 2013, con il decreto numero 183, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana del 12 luglio 2013, n.32, ha accordato alla San Pellegrino spa il raddoppio dello sfruttamento delle risorse idriche dei pozzi Margimuto della sorgente nel territorio del Comune di Santo Stefano Quisquina, portandolo da 10 a 20 litri al secondo per tutta la restante durata della concessione trentennale di cui è titolare la società multinazionale Nestlè-Vera. Insomma, l’acqua che tradizionalmente ha dissetato tanti centri di questa provincia è stata ceduta a una multinazionale. Un’assurdità.

Il terzo disastro idrico è rappresentato dai depuratori che, da San Leone (la spiaggia degli agrigentini) a Siculiana (passando per Porto Empedocle, Realmonte, Scala dei Turchi, Giallonardo, sino ad arrivare alla Roserva naturale di Torre Salsa) sono in tilt. Ad affermarlo non siamo noi, ma i magistrati della Procura della Repubblica della Città dei Templi (i particolari di questa storia incredibile li trovate in questo articolo). Convocati a Montecitorio dalla Commissione legislativa che si occupa di tali questioni, i pubblici ministeri hanno dipinto un quadro a tinte fosche. Un disastro per Agrigento e, in generale, per una zona turistica che punta anche sul mare!

Un’altra storia – che comunque non è solo agrigentina, ma di tanti Comuni della Sicilia – riguarda le cause che il Comune perde regolarmente. Ribadiamo: questo non avviene solo ad Agrigento (nel Comune di Palermo il fenomeno è presente). Insomma, la storia dei procedimenti che vedono quasi sempre i Comuni soccombenti lascerebbe pensare a una nuova ‘frontiera’ di certe ‘operazioni…

Agrigento viene fuori da un commissariamento in seguito alle dimissioni dell’ex sindaco di centrosinistra, Marco Zambuto, oggi nel  Partito democratico dopo trascorsi nel centrodestra. In Sicilia questi ‘salti della quaglia’ da uno schieramento all’altro sono ‘normali’, soprattutto dopo che Pd e Forza Italia, proprio ad Agrigento, hanno celebrato insieme le elezioni primarie per individuare un candidato a sindaco comune. Un ‘fidanzamento’ burrascoso, quello tra Partito democratico e azzurri all’ombra dei Templi. Elezioni primarie finite, come si usa dire in Sicilia, “a fischi e piriti”, con la segreteria regionale del Pd che le ha dichiarate nulle, forse perché le ha vinte il candidato di Forza Italia, Silvio Alessi.  

Sono stati i renziani a premere per l’accordo con i berlusconiani agrigentini. Gli azzurri hanno messo in pista il già citato Silvio Alessi, presidente della locale squadra di calcio e già vicino a Marcello Dell’Utri, oggi caduto in disgrazia dopo la condanna per mafia. Alessi, come già ricordato, ha sbaragliato tutti piazzandosi al primo posto con oltre 2 mila e 100 voti circa. Terribile il risultato del candidato del Pd, Epifanio Bellini, fermo a circa 800 voti, pur avendo alle spalle quattro parlamentari nazionali del Pd, un deputato regionale, l’ex sindaco Zambuto e il vice presidente della Regione siciliana, Mariella Lo Bello! Insomma, un risultato da dimenticare, per il Pd. Questa almeno la speranza del segretario regionale del Partito democratico siciliano, Fausto Raciti, che, come già ricordato, ha dichiarate nulle le primarie del centrosinistra agrigentino in salsa berlusconiana.

Riusciranno gli elettori della sinistra di Agrigento a dimenticare gli inciuci del Pd? In realtà, l’atmosfera di una sconfitta anticipata pesa sul Partito democratico di questa città. Il Pd non ha presentato un proprio candidato a sindaco. Nessun dirigente se l’è sentita di metterci la faccia. Il partito sta appoggiando, non riusciamo a decifrare con quanta convinzione, Calogero ‘Lillo’ Firetto, sindaco uscente di Porto Empedocle, la cittadina quasi attaccata ad Agrigento. Firetto è un ‘artista’ della politica. Nella sua città – la già citata Porto Empedocle – ha tirato fuori dal cilindro un mega rigassificatore. Lui, il sindaco, si è fatto consegnare dall’Enel – sponsor dell’impianto di rigassificazione – un bel po’ di quattrini con i quali ha cambiato in meglio il volto della città.

Non sono mancate le polemiche, sollevate da chi è contro il rigassificatore. Il risultato è che i lavori per la realizzazione di questo mega impianto, tra inchieste della magistratura e beghe romane, sono fermi. Grosso modo, il rigassificatore da realizzare in Italia dovrebbe essere uno, ma è in corso una contesa che riguarda il possibile luogo dove piazzarlo. Con Porto Empedocle che compete con una città, forse pugliese. Intanto Firetto, come già accennato, con i soldi ‘scuciti’ dall’Enel, piaccia o no, ha sistemato la cittadina dell’Agrigentino con il plauso di tutti, a cominciare dallo scrittore Andrea Camilleri, nativo di Porto Empedocle e dunque ‘marinisi’  (gli abitanti di Porto Empedocle, da queste parti, si chiamano ‘marinisi’ oltre che empedoclini).

Firetto si candida con una lista civica alla guida della Città dei Templi. E parte pure con i favori del pronostico, se è vero che fa campagna elettorale da circa un anno.   Firetto nasce democristiano. E come i democristiani agrigentini di buona scuola è sgusciante, imprevedibile e irreggimentabile. L’Udc pensava di averlo ‘agganciato’, visto che nel 2012 è stato eletto nel Parlamento siciliano e nominato anche capogruppo. Ma lui, Firetto, con un colpo di coda, ha lasciato l’Udc, partito un po’ ammaccato dopo l’infelice e disgraziata alleanza con Mario Monti. E si muove un po’ da battitore libero, un po’ da Udc ribelle. Ad Agrigento, di fatto, si è fatto un baffo di tutti i partiti e si è candidato da solo a primo cittadino. Forse l’unico con il quale ha stretto un mezzo accordo è il deputato regionale Roberto Di Mauro, altro grande ‘navigatore’ di estrazione democristiana, grande professionista della politica.

Su Firetto il deputato del Parlamento siciliano Giovanni Panepinto – un dirigente del Pd un po’ ‘giapponese’, visto che continua a credere di militare in un partito di sinistra – ha manifestato dubbi. Ma questo non ha impedito al suo partito, dopo la disastrosa avventura delle primarie andate a mare, di provare a mettere il ‘cappello’ sulla candidatura di Firetto. A giudicare da quello che abbiamo ‘naschiato’ (in Sicilia ‘naschiare’ significa provare a interpretare gli umori, in questo caso elettorali), l’alleanza con il Pd non avvantaggia né Firetto, né lo stesso Partito democratico. Il Pd, tra le contestate ‘riforme’ di Renzi e lo sputtanamento agrigentino con Forza Italia non gode di grandi favori. Non è da escludere che tanti elettori del Partito democratico, come diremo in seguito, votino per Arnone. In cambio di pochi voti Firetto ha ‘imbarcato’ tra i propri alleati un partito dall’immagine appannata, che rischia di fargli perdere voti, soprattutto in un probabile ballottaggio.

Come se questo non bastasse, due assessori regionali della giunta di Rosario Crocetta – Giovanni Pizzo e Cleo Li Calzi – non hanno trovato di meglio che piombare ad Agrigento portando l’aurea di una Regione mezzo fallita. Promesse di qua, promesse di là. Solita vecchia politica. Il risultato è che la ‘gita’ dei due assessori regionali a sostegno di Firetto – fatta di promesse che non potranno essere mantenute, perché l’amministrazione regionale della Sicilia è praticamente in default – si è rivelata un boomerang. Addirittura c’è chi dice che sia stata organizzata da alcuni esponenti del Pd non per sostenere Firetto, ma per affossarlo, facendolo passare per espressione della vecchia politica. Tesi avallata dal fatto che alcuni dirigenti del Partito democratico agrigentino, sottobanco, proverebbero a far votare per Silvio Alessi. Vero? Falso? Chissà.

Dimenticavamo: il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, agrigentino di Agrigento pure lui, è schierato con Firetto. Un altro peso mezzo-morto, per lo stesso Firetto, se è vero che nella Città dei Templi il Nuovo centrodestra democratico e lo stesso Alfano, a parte le clientele costruite sull’asse Agrigento-Roma (incarichi, incarichi e ancora incarichi e i centri di accoglienza per i migranti con annessi & connessi), non sembrano avere molto seguito elettorale.

E Silvio Alessi? Il candidato di quello che resta di Forza Italia parte come favorito. Addirittura, c’è chi lo dà davanti a Firetto. A noi sembra inverosimile. Alla fine, i due personaggi di Forza Italia che godono di un certo seguito elettorale ad Agrigento sono il parlamentare regionale Michele Cimino e l’ex europarlamentare Salvatore Iacolino. Ma il loro apporto potrebbe non bastare, se è vero che in tante parti d’Italia Berlusconi ha sfasciato il centrodestra e adesso sta sfasciando Forza Italia per sostenere sottobanco Renzi. Ad Agrigento l’ex cavaliere sosterrà Alessi o l’affosserà? Sinceramente, non l’abbiamo capito.

Noi, ‘naschiando’ qua e là, abbiamo invece intuito che dovrebbe essere Firetto a fare il primo degli eletti e ad andare con certezza al ballottaggio (nessuno dei candidati a sindaco dovrebbe superare il 50% dei voti e quindi si andrà al ballottaggio). A noi Alessi, benché vincitore delle primarie-farsa del centrosinistra non sembra irresistibile. Soprattutto per gli elettori agrigentini di Forza Italia. Che lo scorso marzo sono stati chiamati a votare per Alessi alle primarie del centrosinistra. E adesso dovrebbero votarlo in alternativa al candidato di centrosinistra! Vabbé che siamo ad Agrigento, terra di Pirandello e di ‘pirandellismi’, tra “Uno, nessuno e centomila” e la “ragione degli altri”. Ma c’è un limite anche alla decenza e all’intelligenza…

Chi a noi sembra messo bene è invece Marco Marcolin, il candidato leghista. Nel suo caso potrebbe funzionare il “sentimento del contrario”, sempre di pirandelliana memoria. Un esponente della Lega Nord che si candida a sindaco di una città siciliana, dopo aver tifato “forza Etna” è un controsenso. Insomma, l’avvertimento del contrario è chiarissimo. Ma, riflettendoci, l’avvertimento del contrario potrebbe trasformarsi, per l’appunto, in “sentimento del contrario”, ovvero nell’identificazione degli elettori di Agrigento con un candidato leghista che, tirando le somme, si pone in netta contrapposizione verso chi ha fatto sprofondare la Sicilia nel baratro: si pensi ai danni prodotti dal governo regionale di Rosario Crocetta e alle contestatissime ‘riforme’ del governo Renzi.

Insomma, per dirla in breve, Marcolin potrebbe essere la vera sorpresa di queste elezioni comunali che la vecchia politica agrigentina non controlla più. Lo stesso Firetto, sui 30-33 mila voti disponibili pensava di prenderne 15-16 mila e, magari, risultare eletto al primo turno. Invece, con molta probabilità, dovrà rivedere i propri piani. Anche perché non lui, ma la vecchia politica che lo condiziona – Pd, Udc e ‘frattaglie’ varie – non ha più soldi e può promettere solo cose che non manterrà: e questo gli agrigentini l’hanno capito benissimo.

Tra l’altro, Marcolin è espressione di una forza politica che sui migranti dice cose che, magari, possono risultare non condivisibili, ma che fanno presa su tanta gente. Soprattutto in una città dove di migranti ne arrivano tanti (leggere i continui sbarchi a Porto Empedocle). E dove vengono ricevuto senza il benché minimo controllo sanitario. Certo, c’è chi ci sta guadagnando un sacco di soldi (è il caso dei centri che ospitano i minori non accompagnati, il nuovo affare degli ultimi anni). Ma la gente è infastidita. E dentro la cabina elettorale penserà anche a questo.

Marcolin ‘rischia’ inoltre di risultare avvantaggiato anche dal grigiore del Movimento 5 Stelle. Il discorso non riguarda i dirigenti locali, che sono bravi e legati agli interessi reali della città. Il grigiore riguarda i deputati grillini del Parlamento siciliano, pieni di contraddizioni. E’ il caso della sceneggiata sull’acqua pubblica. Qualche giorno fa (come vi abbiamo raccontato per filo e per segno in questo articolo) grillini e Pd, nella Commissione Ambiente e Territorio del Parlamento dell’Isola, hanno approvato un disegno di legge che punta al ritorno alla gestione pubblica dell’acqua. Come già detto, una sceneggiata in piena regola fatta, guarda caso, a pochi giorni dal voto per le elezioni comunali. I grillini e i deputati regionali del Pd sanno benissimo che in questa legislatura la legge sul ritorno all’acqua pubblica non verrà mai approvata. Perché la mafia, quella vera, quella che all’occorrenza si traveste da antimafia, ha deciso che la gestione dell’acqua, in Sicilia, deve restare privata. A nostra memoria – e noi un po’ di memoria l’abbiamo conservata – gli ordini della vera mafia, che è mafiosa, antimafiosa, politica e finanziaria insieme, non si discutono.

Del resto, i grillini presenti nel Parlamento siciliano da due anni e mezzo presiedono la già citata Commissione Ambiente e Territorio con il parlamentare Giampiero Trizzino. Ebbene, in due anni e mezzo, sul ‘presunto’ ritorno alla gestione pubblica dell’acqua, hanno prodotto solo chiacchiere. Ora, a qualche giorno dal voto, in combutta con il Pd, i grillini inscenano la farsa del disegno di legge per il ritorno all’acqua pubblica. Una mossa da vecchia politica democristiana per cercare di carpire il voto a chi crede veramente nel ritorno all’acqua pubblica. Questa mossa un po’ ‘gesuitica’, ad Agrigento, città dove la gente ha le scatole piene delle bollette salatissime, della Nestlè che si prende l’acqua della Quisquina e dei depuratori scassati, rischia di rivelarsi disastrosa per gli stessi grillini che l’hanno promossa.

Detto questo, il Movimento 5 Stelle, come candidato sindaco, presenta Emanuele Dalli Cardillo. Non siamo riusciti a intuire quale possa essere la sua forza elettorale. Ci fidiamo solo di un paio di elementi: la capacità che Marcolin sta dimostrando nel presentarsi come il candidato della protesta (e in questo sembra aver sostituito il Movimento 5 Stelle); il grigiore dei grillini del Parlamento siciliano, troppo coinvolti nei giochi d’Aula; e, in ultimo – ma primo per importanza – la sceneggiata sull’improbabile acqua pubblica di qualche giorno fa. Tutti elementi che indeboliscono la candidatura di Dalli Cardillo.

Di Andrea Cirino non abbiamo molto da dire. O meglio, qualcosa c’è: rappresenta il tentativo di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni di provare a riprendersi l’elettorato che fu di Alleanza nazionale, che ad Agrigento non era irresistibile, ma non era nemmeno disprezzabile. Stando a quello che abbiamo sempre ‘naschiato’, Cirino potrebbe intercettare l’elettorato di Forza Italia che, come già accennato, sembra almeno in parte in smobilitazione.

Di Giuseppe Di Rosa non abbiamo molto da dire. Lo ricordiamo, tanti anni fa, democristiano. Ultimamente è stato visto ‘dialogare’ con l’ex parlamentare ed ex assessore regionale, Angelo La Russa, suocero dell’ex sindaco Zambuto. In queste elezioni si muove da battitore libero.

Abbiamo lasciato per ultimo Giuseppe Arnone, il candidato della sinistra alternativa al Pd. Arnone merita un discorso a sé. Politicamente nasce nella sinistra agrigentina non collusa con la mafia. Già a metà anni ’80 del secolo passato Arnone non era in grande sintonia con il Pci della Valle dei Templi e dintorni. E’ stato il leader di Legambiente Sicilia. Ambientalista dalle mille battaglie. Molto inviso dentro il vecchio Pci, che ad Agrigento era colluso con le peggiori logiche della politica (e degli affari, a tutti i livelli…).

Nel 1993 ha sfiorato l’elezione a sindaco. ‘Bruciato’ dai suoi compagni di partito. E’ sempre stato alternativo ad Angelo Capodicasa, personaggio ‘mitologico’ della sinistra agrigentina, ininterrottamente parlamentare dal 1986 fino ad oggi: prima nel Pci, poi nel Pds, poi tra i Ds, oggi nel Pd. Già presidente della Regione siciliana alla fine degli anni ‘90, Capodicasa incarna alla perfezione la crisi d’identità della sinistra siciliana oggi perduta dentro i labirinti berlusconiani del renzismo. Capodicasa è stato tra gli ispiratori dell’accordo con Forza Italia per le primarie. L’inciucio finito male con Silvio Alessi è anche opera sua. Per ‘castigo’ il segretario regionale, il già citato Raciti, l’avrebbe voluto candidare a sindaco di Agrigento per ‘lavare’ l’onta delle primarie con i berlusconiani finite male. Capodicasa prima non ha escluso la sua candidatura. Poi si è ritirato. A noi, il ritiro di Capodicasa l’aveva anticipato Arnone. Che dopo il casino esploso con le primarie andate a carte quarantotto ci ha detto: “Capodicasa non si candiderà mai a sindaco di Agrigento”. E così è stato.

Capodicasa e i suoi non faranno votare per Arnone. Che dovrebbe essere sostenuto dalle formazioni politiche alternative al Pd. Ma, a nostro avviso, anche da tanti elettori dello stesso Partito democratico. Alla fine, Arnone, ad Agrigento, ha sempre incarnato quello che prima il Pci, poi il Pds, poi i Ds e oggi il Pd non sono mai riusciti ad essere: e cioè di sinistra. Non solo. A differenza di altri dirigenti della sinistra di estrazione comunista, che nella vita non hanno fatto nulla, ma solo politica, vivendo di politica (lo ‘stipendio’ di parlamentare), Arnone fa l’avvocato. Vive del suo.

Tanti osservatori danno Arnone battuto in partenza. Noi, no. Per un motivo semplice: perché noi diamo per battuto in partenza il Pd agrigentino, partito dall’immagine ormai troppo appannata. Certo, per Arnone la strada è in salita. La mafia lo odia. Sono agli atti dichiarazioni di mafiosi pentiti dove si parla di fargli la pelle. Ma da quello che abbiamo ‘naschiato’ si sta battendo come un leone. E considerato che in queste elezioni comunali agrigentine nulla è scontato, tutto potrebbe succedere.          

 

 

 

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