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La Grande Guerra è di scena a New York con Angela’s wars di Giuseppina Facco

Al Festival InScena! uno spettacolo che parla di guerra e di donne: Le Guerre di Angela

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Abbiamo fatto due chiacchiere con Giuseppina Facco, che dopo un anno di ricerche, dà vita a Le Guerre di Angela, one woman show nel quale l’attrice savonese interpreta quattro donne per raccontare la Grande Guerra: “Angela è tutte le donne della Guerra, ma è anche i mariti, i figli, i soldati”.

Le Guerre di Angela (produzione Nuvole Associazione Teatrale) nasce dall’idea di Giuseppina Facco, con la collaborazione drammaturgica di Andrea Bavecchi e la regia di Annapaola Bardeloni. È un spettacolo fortemente voluto e sentito da Giuseppina, selezionato al Torino Fringe Festival nel 2016 e al Milano OFF Festival nel 2017. Lo spettacolo è ambientato nel 1915. La guerra è da poco iniziata. Gli uomini tutti partiti. A casa sono rimaste le donne: mogli, madri, figlie. Il mondo cambia, in pochi mesi. La vita di tutte le donne italiane cambia. Le Guerre di Angela ci porta lì, nella guerra e ci racconta della vita di quattro donne: una maestra, una contadina, una prostituta e la moglie di un ufficiale. Tutte portano il nome di Angela.

Ci racconti la genesi di questo progetto?

Ero sul treno Bologna-Savona. Tornavo a casa dopo un periodo di lavoro per Lisistrata di Andrea Battistini: due mesi immersa nella Guerra vissuta con gli occhi delle donne. Un periodo intenso, pieno di emozioni. Stavo maturando la decisione di scrivere un testo mio sulla guerra, era da tanto che lo volevo fare. Ho avuto una nonna che mi ha trasmesso tanti ricordi legati alla guerra, la Seconda. Sono cresciuta con quelle storie raccontate con quella magia e quell’ironia che solo lei sapeva usare. Storie di persone, valori, sentimenti, passioni, di vita quotidiana. Tornando al treno…ero sull’intercity Bologna- Savona…avevo in mano un libro, Il dovere o la ragione, Diario di Un cecchino italiano a Serra Nevea, regalatomi da Andrea Bavecchi, esperto in materia di Guerra e grande conoscitore della Prima Guerra Mondiale, conosciuto proprio quel giorno. Un amico gli aveva parlato del mio progetto e lui era venuto apposta da Firenze per portarmi due dei suoi libri sulla Grande Guerra, per conoscermi e conoscere il progetto. Iniziai a leggere le prime pagine del libro. Era un ragazzo che scriveva, un ragazzo giovane, sui vent’anni. Raccontava della sua esperienza in guerra e della prigionia. Quando mi accorsi che quello che stavo leggendo non era un semplice libro, ma un diario e che quelle parole non erano state scritte da lui mentre realmente viveva quelle situazioni così difficili e tremende e che le sue parole erano un modo per restare vivo e che erano indirizzate proprio a me che 100 anni dopo le leggevo, scoppiai in un pianto di commozione: “dalla Patria non arriva niente di niente, ma è vero, come io credo, che siamo stati dimenticati al nostro destino e compito di sofferenti prigionieri. Io, da parte mia, spendo le mie corone, che avevo nascosto al momento della cattura, per un calamaio, un pennino attaccato ad uno stecco di legno, un po’ di inchiostro e una matita che devo strusciare su una pietra appuntita, visto che non è permesso tenere coltelli o rasoi. La carta, altro patrimonio raro, la prendo qua e là a seconda di quello che trovo. Il responsabile austriaco della baracca, che fa anche da contrabbandiere, non credeva ai suoi occhi quando gli ho allungato 15 corone per un pacco di questa cancelleria, abituato com’è di ricevere denari in cambio di indumenti, cibo e medicine. Penso di non avere speso male i miei soldi perché voglio ordinare il mio diario giornaliero, che ho tenuto in questi 11 mesi di guerra trascorsi per lasciare qualcosa di mio, non solo a me stesso, ma ad altri, che possano imparare, capire e rivivere in una maniera comprensibile e leggibile, quello che ho vissuto da solo o con altri”. [Andrea Bavecchi, Davide Tonazzi (a cura di), Il dovere o la ragione, Alpi Giulie, Ottobre 1917 – Diario di un cecchino italiano a Sella Nevea]. E così ho deciso di prendere le testimonianze di tanti altri come lui e di raccontarle per non dimenticare le loro parole, i loro pensieri e le loro storie. Perché anche noi possiamo imparare, capire e rivivere.

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Giuseppina Facco in una scena di Le Guerre di Angela

Quali sono i punti di forza dello spettacolo e perché è da vedere?

Le Guerre di Angela è una valanga di ricordi, di emozioni e sentimenti, di valori raccontati da quattro donne che hanno vissuto la Guerra. È uno spettacolo che emoziona, che coinvolge emotivamente. Attraverso la voce di queste quattro donne si rivive la storia della Guerra, non solo dal loro punto di vista, ma da quello di tutta una popolazione. Ognuna di noi ha qualcosa di Angela. Dal pubblico è emerso che lo spettacolo coinvolge ed emoziona senza opprimere e delinea in poche pennellate un intero universo femminile coinvolto dalla guerra. Qualcuno mi ha scritto che lo spettacolo è da vedere se si ha voglia di riflettere piacevolmente su aspetti della Grande Guerra che probabilmente, tra i banchi di scuola, non sono mai stati considerati.

Cosa significa per te andare in scena a New York?

Significa poter portare la cultura italiana e la nostra storia a tutti coloro che, pur vivendo ormai da generazioni oltreoceano, non hanno dimenticato le loro radici italiane, ma anche e soprattutto per poter dar loro un caro ricordo della storia e della vita dei loro padri e dei loro nonni, del loro Paese e delle loro origini. Di un pezzo importantissimo della storia di tutti noi.

Chi è Angela e quali sono le sue guerre?

Angela è tutte le donne della Guerra, ma è anche i mariti, i figli, i soldati. Angela è tanti punti di vista, è la Guerra vissuta da tante angolazioni. Ogni Angela porta con sé le storie di tanti, le battaglie che milioni di donne e di uomini hanno vissuto nel loro quotidiano in quegli anni terribili. Ma Angela è anche un nome, un nome comune che può appartenere a qualsiasi donna. Angela è tutte le donne che hanno aspettato, con la loro forza, in attesa di un piccolo segnale, cercando una mediazione fra la vita e la morte, occupandosi dei bambini ma portando avanti l’Italia lasciata in mano alle donne, in una quotidianità difficile, complessa, spesso pesante e soprattutto non sempre riconosciuta. E in fondo, nel massimo rispetto per tutte le donne che hanno vissuto la Guerra superando momenti davvero terribili, mi permetto di dire che anche grazie all’eredità dell’esempio che ci hanno lasciato, tutte noi siamo un po’ Angela. Ad una donna nessun altro può insegnare il significato delle parole aspettare, capire, soffrire, aiutare, perché le conosce da sempre. E quindi credo sia molto importante riportare in vita attraverso il teatro l’esempio di queste donne così forti e meravigliose, capire e non dimenticare.

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Giuseppina Facco in una scena di Le Guerre di Angela

Lo spettacolo è ambientato durante la Grande Guerra. Hai effettuato delle ricerche in particolare per costruire il contesto storico e i personaggi?

Assolutamente sì. Ho avuto il preziosissimo aiuto di Andrea Bavecchi, storico fiorentino e ricercatore, esperto in materia di Guerra e tecniche belliche. Lui ha fornito testimonianze per la composizione delle quattro storie e mi ha aiutata per la creazione del testo. Ho inoltre letto numerosi diari e materiale sulla Guerra in genere. La ricerca è stata molto lunga: ho letto per circa un anno, quando si intraprendono lavori di questo tipo il rischio è che si sfori in una “bulimia” di informazioni. Invece a un certo punto bisognerebbe darsi uno stop e creare il lavoro da ciò che si è raccolto fino a quel momento. Ma per me è stato impossibile. Sapevo di inoltrarmi in un terreno sconfinato, gli scritti e il materiale su questo argomento sono tantissimi. Io mi sono dedicata soprattutto alla lettura dei diari dei soldati, a lettere e manoscritti, ma poi ho voluto approfondire anche le conoscenze storiche, gli avvenimenti, ho letto saggi, inerenti al periodo storico e ai meccanismi sociali e politici dell’epoca, al territorio. Ma poi sono tornata ai diari e alle lettere, perché quello era il materiale che mi interessava, dai cui poi sono nati i quattro personaggi.

Come hai lavorato per interpretare quattro personaggi diversi dal punto di vista attoriale?

Innanzitutto le quattro Angela hanno quattro diverse età, quattro diversi ceti sociali, quattro diverse connotazioni geografiche e quattro diverse situazioni di vita. Vengono da esperienze completamente diverse tra loro, vivono tutte la stessa realtà, ma con quattro diversi approcci: la contadina vive nel presente, nell’immediatezza nella praticità; la moglie dell’ufficiale vive in una sospensione legata tutta al passato, nell’impotenza; la maestra è proiettata nel futuro e la giovane prostituta ha invece tutta una situazione a sé. Tutto questo influisce moltissimo sulle quattro figure. Inoltre ho lavorato fisicamente immaginando quattro persone ben precise, molto chiare nella mia mente dai punti di vista del peso, dell’altezza e della conformazione fisica. Ho immaginato di porre i loro corpi nelle precise situazioni, nella loro realtà, cercando di capire quale peso avessero. Una donna che lavora la terra porta il suo corpo diversamente da una donna di un ceto sociale alto. Ho fatto anche un lavoro sul linguaggio e su alcune inflessioni dialettali per il personaggio della contadina e per la prostituta.

Le guerre di Angela andrà in scena presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò il 15 maggio alle ore 20 e al The Brick Theatre di Brooklyn il 17 maggio alle ore 20.

Per maggiori informazioni: InScena!

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