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A Venezia, Guadagnino supera il modello Dario Argento

Prosegue il concorso di alto livello della Mostra del cinema di Venezia 2018. Guadagnino conferma le aspettative per il suo "Suspiria".

Grande varietà di generi nella selezione di quest'anno della Mostra del cinema di Venezia: tornano a competere per il Leone d'oro il western e l'horror e si conferma la centralità del documentario.

Ecco i primi due italiani in concorso a Venezia 75: “Suspiria, di Luca Guadagnino, e “What You Gonna Do When the World’s on Fire” di Roberto Minervini. Remake dell’horror cult di Dario Argento il primo, documentario sul razzismo che caratterizza ancora il sud degli Stati Uniti il secondo. Entrambi ci hanno convinto ed entrambi si candidano a ricevere premi sabato. Meno convincente il ritorno di Mike Leigh, con “Peterloo”. Ancora tanti big nei prossimi giorni: Jacques Audiard, Lazslo Nemes e il terzo italiano in concorso, Mario Martone con “Capri Revolution”.

“Suspiria” di Luca Guadagnino – Concorso

Luca Guadagnino a partire dal cult di Dario Argento del 1977, realizza un’opera totalmente autonoma ed energicamente diversa dal Suspiria originale, un’opera matura e ambiziosa, cerebrale e simbolica.

Ambientato nel 1977 – l’anno del film di Argento ma anche l’anno dell’Autunno tedesco e della Banda Baader-Meinhof – in una Berlino divisa dal Muro, Suspiria segue la storia di Susie, venuta dall’Ohio e da una famiglia di Amish nella quale le donne vengono concepite solo in quanto “madri” e pilastri della famiglia. Trasgressiva e ossessionata fin da piccola da Madame Blanc, ex ballerina e direttrice della scuola (Tilda Swinton eccezionale e somigliante a Pina Bausch) la ragazza è destinata ad assumere subito una posizione centrale in questa compagnia che, come nel film di Argento, si rivelerà essere una setta di streghe.

Queste, però, non sono semplici vittime, come nel film di Argento, ma consapevoli carnefici: il 1977 è infatti anche uno degli anni chiave della storia del femminismo e le istruttrici e allieve dell’accademia si configurano potentemente come “potenziali madri” che hanno scelto di non esserlo e di ribellarsi fieramente a qualsiasi forma di patriarcato. La natura sinistra dell’Accademia viene dichiarata subito e da subito si comprende come quasi tutte le allieve siano orgogliosamente consapevoli del lato oscuro dell’istituzione. Tanto nella tetra scuola Tanz di Madame Blanc quanto nel film ci sono solo donne: il tandem Guadagnino/Kajganich fa piazza pulita dei personaggi maschili e crea un mondo di donne “fasbbinderiane”, tormentate ma mai vittime e mai sconfitte. L’unico personaggio maschile di rilievo, lo psicologo junghiano Jozef Klemperer, è interpretato – sotto tonnellate di makeup e lo pseudonimo di Lutz Ebersdorf – proprio dalla stessa Swinton. La danza, inoltre, in Suspiria è rappresentata in modo decisamente originale e coerente con questo disegno “politico”: liberata dalla mediazione di un immaginario tipicamente maschile, diventa un baccanale dionisiaco e primitivo, trasformata un sulfureo sabba che rivendica la forza prepotente del “femminile”.

Perfette le musiche sofferte di Thom Yorke.

Per i fan: nella parte della moglie di Klemperer, cameo per Jessica Harper, che interpretò Susie nel Suspiria di Dario Argento.

“What You Gonna Do When the World’s on Fire” di Roberto Minervini – Concorso

“What You Gonna Do When the World's on Fire” di Roberto Minervini - Concorso

“What You Gonna Do When the World’s on Fire” di Roberto Minervini – Concorso

Dopo la “trilogia texana” (“The Passage”, “Bassa Marea”, “Ferma il tuo cuore in affanno”) e “Louisian”a, Roberto Minervini continua ad esplorare le tematiche, gli stati d’animo e la vita delle persone dell’America più profonda, dimenticata ed emarginata con “What You Gonna Do When the World’s on Fire”, in concorso alla 75a Mostra del Cinema di Venezia.

Il film è non solo una profonda riflessione sul razzismo in America ma anche un intimo ritratto di una comunità che, nell’estate del 2017, mentre gli Usa registrano negli stati del sud una serie di violenze razziali, tra cui la brutale uccisione da parte della polizia in Mississippi di due giovani afroamericani, cerca di contrattaccare all’isolamento sociale e culturale lottando per la giustizia e la sopravvivenza in una nazione che sempre più volta loro le spalle e cerca di emarginarli sempre più.

Un’escalation di violenze di matrice razzista iniziata già nel 2016, con le uccisioni a sangue freddo di diversi afroamericani disarmati. Un trend che tende a consolidarsi sempre più se, come confermano i dati, sono già 69 quelli finora uccisi quest’anno dai poliziotti e il 32% degli omicidi da loro perpetrati nel 2017 hanno visto come vittime proprio persone di colore.

Personaggi centrali del film-documentario del 48enne Roberto Minervini – che vive e lavora tra l’Italia e gli Stati Uniti – sono Judy, alle prese con la sua “famiglia allargata” mentre gestisce un bar, unica fonte di entrate sempre più minacciato dalla invasiva e spietata gentrificazione delle società immobiliari; ci sono poi due giovanissimi fratelli, Ronaldo e Titus, alle prese con le difficoltà di crescita in un quartiere segnato dalla violenza e dove è difficile anche “chiudere gli occhi” per sopravvivere; infine Kevin, Gran Capo nella tradizionale parata indiana del Martedì Grasso, che lotta per mantenere vivo il patrimonio culturale pellerossa sottolineando i valori socio-culturali del canto e del cucito. Il tutto mentre i rivoluzionari delle Pantere Nere organizzano una protesta contro le brutalità della polizia.

Senza dubbio “What You Gonna Do When the World’s on Fire?” spinge a riflettere sull’era Trump, sul ricorrente razzismo americano con la forte rinascita del Ku Klux Klan, ma anche su quello italo-europeo e alla realtà politica e sociale che sta caratterizzando, soprattutto negli ultimi mesi, il nostro paese.

“Peterloo” di Mike Leigh – Concorso

"Peterloo" di Mike Leigh - Concorso

“Peterloo” di Mike Leigh – Concorso

Il 16 agosto 1819, 60-70 mila persone di Manchester e sobborghi si riunirono in Saint Peter’s Field per chiedere una riforma del Parlamento inglese, un’estensione del diritto di voto e protestare contro il crescente livello di povertà . Un raduno pacifista che ebbe però una tragica svolta quando, durante l’arresto del leader Henry Hunt, la cavalleria britannica perse il controllo della situazione e cominciò a sparare sula folla: 11 morti e centinaia di feriti. Quanto successo diede vita a proteste in tutta la nazione, ma anche a nuove repressioni da parte del governo, e segnò un momento fondamentale nella definizione della democrazia britannica, inclusa la nascita a Manchester dell’ancora vivo ed apprezzatissimo quotidiano The Guardian, tanto che 13 anni dopo fu votata in Parlamento quella passata alla storia come “la grande riforma”.

Quel tragico 16 agosto è l’ispiratore del nuovo film di Mike Leigh, “Peterloo”, in concorso a Venezia. Al massacro fu dato il nome “Peterloo” (da cui il titolo) come ironico riferimento alla battaglia di Waterloo, avvenuta quattro anni prima dei tragici fatti di Manchester.

Ancora una volta il regista inglese, Palma d’oro a Cannes nel 1996 per “Segreti e bugie” e Leone d’oro per “Il segreto di Vera Drake” del 2004, nonché 7 volte candidato all’Oscar, sceglie una storia di persone semplici, legate alla classe popolare, un confronto tra chi ha il potere e chi non ce l’ha, ma qui i suoi personaggi mancano di spessore cinematografico, di sfumature che facciano riflettere, risultando così in certi momenti più un documentario storico che un film. Non bastano, insomma, l’ottima recitazione – nel cast Maxine Peake, Rory Kinnear e David Bamber – e la fotografia raffinata a giustificare un lavoro che risulta “riuscito a metà”.

È pur vero che Mike Leigh ha ammesso che a spingerlo a fare il film è stato soprattutto il desiderio di dare finalmente la giusta risonanza ad un evento storico che ancor oggi pochi conoscono in Inghilterra, anche nella stessa Manchester – perché di quanto avvenuto a Saint Peter’s Field non c’è traccia in quasi tutti i libri scolastici inglesi.

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