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“Abbracciami, papà”: il calvario dell’antieroe che ancora divide l’Italia

Alessandro Borghi, nei panni di Stefano Cucchi: "Messi da parte emotività e giudizio personale, ho letto la sceneggiatura e ho detto sì"

Alessandro Borghi, in un fermo immagine del film su Stefano Cucchi.

Stefano Cucchi era un perdente, non ha vissuto da eroe e non se n’è andato da eroe. Il film "Sulla mia pelle" ha il pregio di ricordarci che Stefano poteva essere figlio nostro, e di non chiudere gli occhi mai di fronte ai più deboli. Ora riposa in pace, ragazzo. Il tuo nome non sarà mai santificato, ma se la tua storia salverà una vita, una vita soltanto, non sarai morto invano

Sulla mia pelle è il lungometraggio-racconto, uscito su Netflix e nelle sale cinematografiche italiane da pochissimo, dell’ultima settimana di vita di Stefano Cucchi, morto in circostanze misteriose dopo giorni di agonia all’ospedale Sandro Pertini. Diretto da Alessio Cremonini, giovane e talentuoso regista e sceneggiatore, il film ha aperto la sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia. Alessandro Borghi, già visto in Suburra, è il protagonista. Inizialmente restio nell’accettare una parte così delicata, è stato poi conquistato dalla sceneggiatura, scegliendo così di prendere parte al film e restituendo un volto umano al volto sfigurato di Stefano.

È il quindici ottobre di nove anni fa quando Stefano Cucchi, geometra trentunenne, viene arrestato in periferia a Roma mentre cede bustine trasparenti all’amico Emanuele Mancini in cambio di denaro. La perquisizione in caserma rivela che nelle tasche di Stefano ci sono venti grammi di hashish, suddiviso in dodici dosi, tre dosi di cocaina e alcune pillole dell’antiepilettico che Stefano assumeva regolarmente. Dal verbale, peraltro zeppo di errori – il ragazzo viene inizialmente scambiato per albanese senza fissa dimora – in poi, di quella prima notte infernale le versioni sono state molte e molto confuse. Il primo referto dice ecchimosi sacrale coccigea, tumefazioni al volto, algia della deambulazione. Stefano entra senza un livido, ma già al mattino non si regge in piedi ed è visibilmente sofferente. Ha la schiena a pezzi, la vescica dolorante dai calci ricevuti, la mandibola fratturata. Diversi testimoni ricordano il pestaggio, le urla, le richieste di aiuto. Già debilitato nel fisico dopo quindici anni di tossicodipendenza a fasi alterne, si spegnerà dopo appena sette giorni in custodia cautelare. Non vedrà più la sua famiglia.

Il film è essenziale, senza fronzoli. Le guance scavate e l’andatura barcollante di Cucchi ricordano gli eroinomani del primo Caligari, quello di Amore tossico. Laddove la camera di Caligari indugiava realista su quegli occhi spenti dalla droga, sulla morte – l’overdose fatale di Michela richiama Pasolini -, Cremonini nasconde alla vista degli spettatori sia il pestaggio, sia gli ultimi attimi di vita di Stefano. Il cast funziona: Jasmine Trinca è un’efficace Ilaria Cucchi, combattiva sorella maggiore che negli anni a venire si batterà per ridare giustizia a un caso insabbiato con troppa rapidità; a tratti invece opachi Milvia Marigliano e Max Tortora nel ruolo dei genitori. La bravura di Borghi meraviglia: la sua versione di Stefano è credibilissima: lamentoso, brusco, irritante. Cucchi è uno spacciatore di morte, per usare un’espressione cara a Salvini, ed è un bugiardo. Cucchi inganna i genitori, Cucchi vende per consumare e consuma ciò che vende. Stefano era un perdente, non ha vissuto da eroe e non se n’è andato da eroe. Ma questo film ha il pregio di ricordarci che Stefano poteva essere figlio nostro, e di non chiudere gli occhi mai di fronte ai più deboli. Ora riposa in pace, ragazzo. Il tuo nome non sarà mai santificato, ma se la tua storia salverà una vita, una vita soltanto non sarai morto invano.

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