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Evviva i Maraini, che in Giappone vissero non felici né contenti, ma liberi e coerenti

La toccante presentazione alla Casa Italiana Zerilli Marimò NYU del film "Haiku on a Plum Tree", con la regista Mujah Maraini Melehi e Dacia Maraini

Un momento della presentazione alla Casa Italiana Zerilli Marimò della NYU: da sin. Stefano Albertini, Mujah Maraini Melehi e Dacia Maraini (Foto di Terry Sanders)

Il film racconta una storia vera, verissima di amore, dignità e resistenza, ma è riduttivo definirlo un documentario... Il risultato finale è quasi una versione poetica e personale della storia vera, di Topazia Alliata e Fosco Maraini che rifiutarono il razzismo fascista a costo della fame e della prigionia per loro e le loro figlie 

Lunedì scorso è stata una giornata strana a New York.  La sera prima il Sindaco aveva annunciato che il giorno dopo tutte le scuole e le università sarebbero rimaste chiuse causa neve. In realtà la neve non è mai arrivata e il cielo è rimasto azzurro, anche se sferzato da raffiche di vento ben al di sotto dello zero. Io ero molto preoccupato perché proprio quella sera alla Casa Italiana Zerilli-Marimò avevamo in programma la proiezione del film “Haiku on a Plum Tree”, seguito da una conversazione con la regista Mujah Maraini Melehi e Dacia Maraini, scrittrice assai nota ed amata anche negli USA. Nonostante le premesse metereologiche (sbagliate) e il gran freddo (oggettivo) alla sera si è presentata una piccola folla che il nostro auditorium, né la saletta di proiezione annessa, sono stati in grado di contenere.

Il film racconta una storia vera, verissima di amore, dignità e resistenza, ma è riduttivo definirlo un documentario perché, oltre alle interviste, la regista utilizza animazione e anche burattini elegantissimi, così che il risultato finale è quasi una versione poetica e personale della storia.  Una storia che inizia quasi come una favola, con una giovane e bellissima principessa-pittrice siciliana, Topazia Alliata corteggiata da un giovane esploratore fiorentino bello come un dio greco che attraversa mezza penisola in moto di bianco vestito per arrivare a Bagheria a chiedere la mano della sua amata. Il giovane non è solo bello, è anche un brillante e avventuroso studioso, tra i pionieri dell’antropologia italiana nonché fotografo di talento e scalatore di cime. Si chiama Fosco Maraini e poco dopo il matrimonio con Topazia vince una borsa di studio e nel 1938 parte per studiare la tribù degli Ainu nel Nord del Giappone insieme alla moglie e alla figlia Dacia di soli due anni.

Sono anni felici per la giovane famiglia: presto arrivano altre due bimbe Toni e Yuki che crescono parlando giapponese con le amichette e italiano a casa coi genitori. Ma sono anche anni terribili per milioni di persone in tutto il mondo. Il conflitto è ormai veramente mondiale e nel 1941 il Giappone entra in guerra attaccando a tradimento la base americana di Pearl Harbour. I Maraini seguono con apprensione le notizie dall’Europa, anche se sono poche e filtrate dal regime militare filofascista dell’impero nipponico.  Con la caduta del fascismo e la fondazione della Repubblica di Salò, Mussolini è ormai un fantoccio nelle mani di Hitler. Il governo giapponese, preoccupato che all’interno della piccola comunità italiana possano esserci nemici del duce e potenziali spie, chiede a tutti il giuramento di fedeltà alla Repubblica fascista. È un momento drammatico per i Maraini, perché i funzionari di polizia li costringono a fare la loro scelta separatamente.  I due coniugi sanno che ci saranno ripercussioni serie se rifiuteranno di firmare fedeltà al regime e sono consapevoli che le loro scelte finiranno inevitabilmente per coinvolgere le loro bambine. Nonostante ciò, con una dignità e un coraggio straordinari, rifiutano di mettere i loro nomi.

La figlia Dacia, durante l’incontro alla Casa Italiana ci ha tenuto a precisare che il rifiuto dei suoi genitori non era motivato politicamente. Era ovvio che entrambi non provassero nessuna simpatia per il fascismo, ma il loro rifiuto era motivato dalla più assoluta e netta repulsione per il razzismo in qualunque sua forma.  E il fascismo proprio in quegli anni era passato dalla discriminazione giuridica contro gli ebrei alla deportazione finalizzata allo sterminio.  Mentre in Italia la quasi totalità dei professori universitari firmava l’abominio del manifesto della razza, Fosco predicava l’assoluta mancanza di basi scientifiche del concetto stesso di razza.

I due anni che seguirono furono terribili. Nel campo di concentramento una ventina di italiani (tra cui le tre bimbe) soffrirono la fame, torture psicologiche e ogni sorta di umiliazione da parte di guardie sadiche. Topazia tenne, fin che ebbe un mozzicone di matita, un diario recentemente pubblicato insieme a una lunga introduzione e a un’intervista dalla figlia Toni Maraini (Sellerio, 2003).  La voce di Topazia ci accompagna per tutto il film e segue in qualche modo anche il viaggio della nipote Mujah in Giappone alla ricerca dei luoghi di quella prigionia dolorosa. Mujah resta visibilmente delusa quando si rende conto che la memoria di quei fatti che hanno sconvolto e forgiato la sua famiglia è stata completamente cancellata. Vedendo tre bambine giapponesi nel cortile delle case popolari che sono sorte al posto del campo, però le sembra di riconoscere in loro per qualche momento la sua mamma e le sue zie bambine. E questo è un altro grande merito del film di Mujah Maraini Melehi: l’assoluta mancanza di rancore verso il Giappone, i giapponesi e la loro cultura.

Ma la lezione più duratura che ci viene dalla storia della principessa e dell’esploratore è che, a volte, si deve scegliere di non vivere felici e contenti, come nelle favole, ma liberi e coerenti come nella storia vera di Topazia Alliata e Fosco Maraini che hanno rifiutato il razzismo a costo della fame e della prigionia per loro e le loro figlie.

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