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“Bianca come i finocchi in insalata” della Compagnia del Calzino al festival InScena!

Abbiamo intervistato l'autrice e regista Silvia Marchetti prima del debutto del 30 aprile alla settima rassegna del teatro italiano a New York

Andrea Ramosi veste i panni di "Bianca"

Andrea Ramosi veste i panni di "Bianca"

Un monologo intenso, travolgente. Un continuo susseguirsi di momenti comici e momenti drammatici, interpretati da un superlativo artista, Andrea Ramosi. Il debutto nel Bronx, poi si replica a Manhattan

Il 30 aprile sul palco di InScena,  BAAD! Bronx Academy of Artes and Dance  debutterà  As White as Fennel in a Salad della Compagnia del Calzino.

Scritto e diretto da Silvia Marchetti con Andrea Ramosi e la grafica di Daniele Ferraioli “Bianca come i finocchi in insalata” è  Un monologo interessante, che esalta le doti evidenti dell’attore Andrea Ramosi nell’interpretare il malcontento di una donna perennemente alla ricerca, tra mille problemi esistenziali, della propria identità più profonda. L’attore, inoltre, interagisce con il pubblico in sala ricreando quasi perfettamente l’atmosfera di una classe scolastica, anche se più vicina a una IV ginnasiale, secondo noi, che a una IV elementare. In ogni caso, è doveroso sottolineare la buona perfomance di Andrea Ramosi, che si è dimostrato artista valido, con i suoi toni a mezza strada tra l’ironico e l’imperativo. Buona anche l’idea di voler rappresentare una fase di vita ben precisa di molte trentenni alle prese con i primi guai e ‘acciacchi’ di salute: un momento generalmente poco calcolato da molti autori, non si sa bene perché.

La Maestra Bianca è alla guida della IV elementare, pilastro della società, fidanzata del Preside. Eppure, tra l’indifferenza dell’amante che tarda, della coinquilina o dei suoi allievi, Bianca annaspa nelle sue insicurezze, tra sprazzi di consapevolezza e negazione della realtà. Spettacolo comico, grottesco, profondamente tragico che, strizzando l’occhio a Bennett, Cocteau, Ruccello e Athayde, denuncia la disperata fragilità dell’uomo moderno alla ricerca, esilarante e atroce, della propria identità.

Abbiamo intervistato l’autrice e regista Silvia Marchetti.

Ci racconti la genesi di questo progetto?

“Bianca come i finocchi in insalata” è nato dopo un momento di grossa crisi, a seguito del fallimento di un importante progetto sull’Olocausto degli omosessuali. Quello spettacolo, che non è mai arrivato alla messa in scena, ha però gettato il germe del lavoro su Bianca, anche se in contesti completamente differenti. Ciò che aveva iniziato a lavorare dentro di me, attraverso l’indagine mancata sulle cause di quell’odio così “lontano” nel tempo, era la riflessione sull’umana necessità di sentirsi dalla parte di “chi va bene”, di “chi è accettabile”, e di rifiutare (al punto di desiderare la loro distruzione) tutto ciò che, con la sua diversità, destabilizza le nostre sicurezze. È emersa quindi in maniera sempre più forte l’esigenza di parlare di negazione di sé. E da lì a Bianca il passo è stato breve: la negazione della propria sessualità ne era la rappresentazione più forte e disperata; il rifiuto del proprio essere più intimo (in quanto centrato proprio là dove carne e anima si fondono) significa annientare tutto di sé per riuscire a trasformarsi in un’aberrazione socialmente più accettabile, amabile”.

 

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Quali sono i punti di forza dello spettacolo e perché è da vedere?

“Lo spettacolo è incredibile perché tratta un argomento così delicato in maniera estremamente profonda e drammaticamente ironica al tempo stesso. È divertente, è provocatorio, è dissacrante, e attraverso tutto questo riesce a rapire lo spettatore, che non riesce a non ridere (amaramente) della tragicità della condizione di Bianca, che, mutatis mutandis, si rispecchia in ciascuno di noi. Bianca non è infatti solo la storia di un travestito, bensì il fantoccio di tutti i nostri travestitismi e le nostre maschere, e nello stesso tempo lo specchio delle disperazioni dell’uomo contemporaneo. Bianca travalica i confini delle tematiche LGBTQ per diventare ognuno di noi, cercando di trasmetterne la profonda universalità e la bigotta e incomprensibile ipocrisia che ci costringe ancora a dover lottare (e, solo per ricordarlo, morire) per poter essere ciò che siamo davvero. E lo fa in maniera assolutamente divertente, graffiante, coinvolgente (nel vero senso della parola).

Cosa significa per te andare in scena a New York?

“Andare in scena a New York è un sogno che si realizza, ma un sogno che mai avrei neppure pensato di poter fare! Poter portarvi un mio testo, e in un festival importante come In Scena, è non solo un grandissimo onore, ma rappresenta anche una straordinaria occasione di scambio e confronto, la possibilità di parlare delle mille Maestre Bianca che abitano, in forme anche molto differenti, in ognuno di noi e cercare un confronto che possa diventare davvero universale, che possa farci sentire tutti uniti nello stesso dolore e nella stessa risata, farci sentire che non siamo soli nella stessa lotta, e che abbiamo tutti lo stesso sangue”.

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Come descrivi la protagonista Bianca?

“Bianca è molto più di una maestra elementare quarantenne esaurita da una relazione inappagante. Bianca è la contraddizione dell’essere umano: strampalata e banale, confusa e dispotica, sottomessa e intransigente, materna e spietata, donna e…arrendevole nella vita, trova la sua apparente rivincita nell’insegnamento, dove riesce a diventare finalmente essa stessa una materna sopraffattrice, che col terrore tenta disperatamente di salvare i suoi giovanissimi alunni. L’effetto è assolutamente tragicomico e spassosissimo: una figura femminile saltuariamente docile e insignificante, ma capace di covare odio e risentimento che la corrodono dall’interno, sempre sull’orlo dello sdoppiamento di personalità.

“Bianca come i finocchi in insalata”, pensato inizialmente come monologo, è diventato a tutti gli effetti un dialogo di cui si sente solo una parte. La vita di Bianca procede esattamente come i suoi dialoghi: lei annaspa sempre più nelle sue incertezze, affoga nella mancanza di risposte, sballottata tra sprazzi di lucida consapevolezza e totale negazione della realtà, tra deliri di onnipotenza e completo annichilimento, fino a non capire più neppure i segnali che il suo stesso corpo le invia”.

Quale è il messaggio che vuole passare attraverso la sua interpretazione?

“Portare in scena Bianca significa parlare di ciò che siamo davvero e dell’importanza (vitale) di permetterci di esserlo, ad ogni livello. E ciò è fondamentale soprattutto in un momento come questo, caratterizzato spesso da ignoranza e demagogia, da rifiuti e slogan propagandistici che esauriscono immediatamente il loro valore, da conquiste sudate quanto precarie, da una millantata libertà che assomiglia incredibilmente a conformismo travestito. E il fatto che InScena – e Laura Caparrotti nello specifico – ci abbiano dato la possibilità di parlare di tutto questo negli Stati Uniti è davvero il coronamento del nostro sogno più grande”.

Lo spettacolo andrà in scena il 30 aprile alle 7 p.m. al BAAD! e in replica il 4 maggio alle 7 p.m. al Bernie Whol Center di Manhattan.

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