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“Vir bonus dicendi peritus”: quando a Roma l’eloquenza serviva la (buona) politica

In Italia ci lamentiamo che nulla cambia mai radicalmente, nonostante le disinvolte alternanze dei Governi. Ecco cosa ci insegnavano i latini

Vincenzo Foppa, giovane che legge Cicerone dal Banco Mediceo di Milano (Wikipedia).

Oggi il popolo italiano si lamenta frequentemente del fatto che nulla cambia mai radicalmente, con disinvoltura si alternano al Governo del nostro Paese i diversi schieramenti politici, salgono nuovi leader, ma nulla, la situazione rimane nella realtà inalterata e gli elettori si rendono conto di questo e purtroppo ne sono molto rattristati. Purtroppo assistiamo al comportamento di alcuni uomini politici che si nascondono dietro a cavilli giuridici e ad abili giochi di parole per evitare le conseguenze di atteggiamenti palesemente senza giustificazione. Nell’antica Roma, invece, a fine mandato (un anno) veniva richiesto dal popolo ai consoli di illustrare  l’operato svolto affinché questo fosse sotto il giudizio di tutti e affinché potessero essere sollevate colpe e imputate le giuste responsabilità. Ancora oggi se passeggiamo per le vie di Roma leggiamo un po’ ovunque la sigla e il smbolo S.P.Q.R. “Senatus Populusque Romanus” ovvero “il Senato e il Popolo di Roma”, i Patrizi e i Plebei. Cosa significa?  Proprio grazie alla congiunzione coordinante “que” “e” si deve intendere che il Senato era considerato sul medesimo piano del popolo, non di certo ad un livello superiore, ma in una condizione collaborativa, di sinergia con i concittadini al fine di rendere sempre migliore la “res publica”, “il bene di tutti”, cioè lo Stato.

Allora quali sarebbero stati i consigli del grandissimo uomo politico, oratore, filosofo Cicerone (106 a.C./63 a.C.) ai politici attuali? Innanzitutto si sarebbe rivolto agli uomini avidi solamente di denaro e di potere e, per utilizzare un’ espressione ricorrente, di “poltrone”, che amministrano disonestamente, che pongono le loro persone al di sopra del bene della comunità, dei concittadini che, speranzosi e spesso illusi, comunque in buona fede, si sono recati alle urne a votarli. L’avidità, la corruzione e l’inganno consumano a poco a poco lo Stato  e lo rendono vulnerabile. La corruzione non è solo un piaga  morale, bensì induce le persone a non occuparsi più di politica, ma a nutrire delusione e rancore nel proprio animo.

Il danno provocato è quindi gravissimo, perché va ben oltre le conseguenze concrete. Perciò può essere utile, in questo periodo di grande confusione nel quale le doti personali, la cultura, l’impegno, la propensione al sacrificio sono decisamente sottovalutati e sostituiti da  cupidigie personali, epoca in cui l’amicizia sincera, quella basata sulla condivisione, quella veramente disinteressata, è soppiantata da rapporti clientelari di “do ut des” “do perché tu dia”, volgere lo sguardo al passato e ascoltare la voce di chi, dotato di massima saggezza e competenza, ci ha preceduti. Non è un anacronismo, anche nella Roma del I a.C. si sono verificati numerosissimi episodi di malgoverno contro i quali Cicerone si rivolse nelle sue orazioni con tanto aspra veemenza e questo significa che l’uomo non è mai cambiato in sostanza, significa che, nonostante lo scorrere dei secoli, il principale richiamo rimangono sempre la ricchezza, il potere e la scalata sociale. “Historia magistra vitae” “La Storia è maestra di vita”, egli sosteneva, il passato non è trascorso inutilmente, ma tutto si è verificato sia nel bene sia nel male perché noi potessimo vedere più chiaramente la realtà, perché noi potessimo evitare i medesimi errori già commessi da altri, perché noi potessimo seguire il giusto percorso. La Storia deve essere ascoltata, altrimenti è come se noi fossimo degli infanti, senza alcuna esperienza e, per questo, pronti a cadere in pericolo ad ogni passo.

Innanzitutto Cicerone era convinto dell’assoluta necessità di dialogo tra membri dello stesso schieramento, ma soprattutto tra esponenti di schieramenti diversi: il silenzio, tanto quanto la menzogna, insabbia la verità, è parimenti nocivo. Per il bene dello  Stato, per costruire un futuro su solide basi, non su fango, è assolutamente necessario un confronto continuo, leale e rispettoso delle opinioni altrui e perché questo si verifichi bisogna inevitabilmente superare le antipatie di parte, collocare l’orgoglio dopo tutto. E’ difficile, è faticoso, ma indispensabile. Soprattutto disdicevole chi, dopo avere avuto momentaneamente la meglio, si accanisce contro il proprio avversario, atterrandolo, umiliandolo spietatamente difronte a tutti.

“Vincere” non significa “ridicolizzare” un altro uomo, questa è viltà.

Lo stesso C.G. Cesare (100 a.C./44 a.C.), ben noto generale romano, provava e manifestava sommo rispetto nei confronti di nemici vinti da lui, ma che si erano comportati valorosamente fino in ultimo.  Un vero uomo di Stato deve essere inoltre come un onesto “pater familias”, “padre di famiglia” verso i propri figli. In effetti nel termine latino “patres conscripti”, “senatori”, sono presenti la parola e il concetto di “padre”. Di conseguenza Cicerone faceva coincidere il “politico” con “l’uomo di Stato”. Spesso in Cicerone ricorre l’immagine (tratta probabilmente dal poeta greco arcaico Alceo) della nave-Stato: ecco, il politico durante i giorni più neri è come il comandante di una nave che deve salvare la sua imbarcazione che sta attraversando onde altissime nel cuore di una tempesta in alto mare. Secondariamente per Cicerone chi si occupa del “bene comune” deve possedere lungimiranza, ma soprattutto una salda conoscenza in più discipline.

Deve sapersi esprimere con proprietà , chiarezza, efficacia ed eleganza e a questo proposito apro una piccola parentesi su “chiarezza” e “proprietà, eleganza” : i discorsi che rivolge un politico al popolo devono essere compresi a fondo da tutti, anche da coloro che non sono particolarmente eruditi, perché possano condividere le scelte fatte da chi governa in quanto tali scelte non rimarranno sempre parole su un foglio di carta, ma diventeranno presto una realtà per tutti; oggi, invece, soprattutto nel nostro Paese, il linguaggio di chi ci governa è spesso enigmatico, nebuloso e può significare tutto e niente. E’ necessaria quindi maggiore trasparenza, termine che coincide in questo caso con lealtà. “Proprietà, eleganza”, non assistiamo più a discorsi eleganti, come avveniva alcuni anni fa, degni del ruolo ricoperto, ma i termini e gli atteggiamenti sono sempre meno appropriati, a volte addirittura errati e auguriamoci che evitino la volgarità! Già nel I a. C. Cicerone raccomandava che il vero uomo politico, colui che deteneva una carica di responsabilità nei confronti del popolo, il quale è sovrano, avesse un bagaglio culturale degno di rispetto che allora doveva comprendere la conoscenza della Storia, dell’Arte militare, del Diritto, della Filosofia, delle Scienze.

A Roma i consoli avevano durata annuale, ma i Senatori, in quanto raccoglievano la conoscenza e l’esperienza propria degli “anziani”, rimanevano  invariati. Non a caso a Roma le persone in età avanzata, naturalmente ancora lucide, erano tenute in somma considerazione perché il declino fisico, coerente con l’età, risultava di secondo ordine rispetto alla saggezza dalla quale i giovani avrebbero potuto trarre grandi vantaggi. Ancora, questa volta un rimprovero agli elettori… molto spesso con estrema superficialità, senza documentarci a sufficienza eleggiamo un candidato politico, magari sulla base dell’istinto, di una simpatia momentanea, mentre paradossalmente dedichiamo più tempo e spendiamo più energie per un oggetto da introdurre nelle nostre abitazioni. E già Platone (428 a.C./348 a.C.) nella “Politéia” affermava, amareggiato, rivolgendosi ai suoi concittadini Ateniesi, che suscita negli animi più interesse l’allestimento di una trireme o di una scena teatrale piuttosto che la scelta di chi ci governerà. Secondo Cicerone un giusto Governo dovrebbe fondarsi sulla salda convinzione che non esistono né urgenza né necessità alcuna né tantomeno convenienza che possano in qualche modo indurre ad eludere leggi costituzionali, se pensiamo che gli antichi indugiavano a modificare addirittura i termini di una legge nella convinzione che questa fosse stata ispirata dagli dei stessi al legislatore.

Ma come spesso avviene ed è avvenuto, le parole e gli insegnamenti di un uomo che desiderava il bene del suo popolo sono rimaste inascoltate, perché scomode. Ottaviano, il futuro imperatore Augusto, in accordo con Antonio e Crasso, si assicurò che le parole di Cicerone non tornassero ad essere udite in Senato e ordinò che gli venissero tagliati testa e mani per esporli nel Foro. Rimane però un’espressione ciceroniana che pare egli abbia ereditato a sua volta da Catone il Censore (234 a.C./149 a.C.) “Vir bonus, dicendi peritus” “Uomo onesto ed esperto nell’arte della parola”: in breve il politico vero, l’autentico uomo di Stato deve essere innanzitutto onesto.

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