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A New York arriva “Loro” di Sorrentino, sulle debolezze umane non solo di Silvio

Vedendo "loro" si vede noi? In questa storia dove non ci sono né buoni né cattivi, Sorrentino vuole dirci che Berlusconi non è né meglio né peggio di tanti

A partire da venerdì 20 settembre, all’IFC Center 323 6th avenue, New York, NY 10014. Per orari e biglietti qui.

Il periodo storico è sì quello compreso tra il 2006 e il 2010, ma il dittico di Paolo Sorrentino “Loro” (uscito in due parti, “Loro 1” e “Loro 2” in Italia) – diciamolo subito – non è un lavoro “politicamente schierato”, ma una “biografia tra realtà e finzione” di Silvio Berlusconi, di quel mondo circoscritto di nani e ballerine che vivevano ai margini del potere come produttori e attori della mercificazione dell’ambizione, dell’amore e della ricerca di potere: un periodo, figlio – scontato? – delle derive storiche degli anni ’90, quali individualismo, edonismo consumistico con referente il “tutto e subito”, il prevalere dell’apparire sull’essere.

Il duplice lavoro di Sorrentino è sì lo specchio, abbastanza delicato, di un paese alla deriva, ma soprattutto una parabola – bidimensionale – della spettacolarità, della voglia di mettersi in mostra “in ogni modo” che ha preso il via in quell’epoca di boom dei media e nella quale Berlusconi era per lo più… “lo specchio riflettente”. Sarebbe insomma una forzatura cercare di trovarci qualcosa di più, tipo una “denuncia” politica antiberlusconiana.

Il dittico “Loro” è infatti, complessivamente, soprattutto un affresco non del Berlusconi pubblico quanto di quello privato, un’opera che parla di sentimenti universali, portando in primo piano anche complicate paure umane, quali quelle dell’invecchiamento, della morte e dell’anonimato: paure che colpiscono Berlusconi (nel film un ineguagliabile Toni Servillo!) ma anche, con la stessa ponderatezza – raffinata sottolineatura di Sorrentino – i più giovani che condividevano con lui quel vivace, esuberante momento storico. E’ un’indagine sulle debolezze umane, senza mai giudicarle. Non è, insomma, un film sugli italiani, ma sull’Italia e i sentimenti umani del periodo post Anni ’90 (sentimenti che, diciamolo, pervadono ancora gran parte della nostra società!).

Alla presentazione di “Loro 2” in Italia (nel maggio scorso),  Sorrentino ha negato l’esistenza di un “gioco di figurine” più o meno riconoscibili: “Qualcuno potrebbe – liberi di farlo – riferirli a personaggi di quel periodo, ma sarebbe cosa da rotocalco e senza senso perché nel film ci sono personaggi reali ed altri con nomi fittizi: per cui Fabrizio (Roberto De Francesco) non è Sandro Bondi anche se recita poesie, così come Kira (Kasia Smutniak) non è ‘l’ape regina’ Sabina Began. Non si deve scherzare quando vengono chiamati  in causa personaggi che io non volevo rappresentare!”.

Loro 1” è una sorta di “prova generale di bunga bunga” – talvolta surreale e per certi versi voyeuristica -, ed ha il suo focus (molto estetico, forse troppo!) soprattutto nel sottobosco di inetti ed aspiranti parassiti che circondavano l’allora Presidente del Consiglio nella speranza di esserne beneficiati (tant’è che Berlusconi appare nel film solo dopo molto tempo!): a questo turbine di immagini e musica si contrappone un Berlusconi pacato, dispensatore di “perle di saggezza” suggerite dalla sua filosofia di vita, concentrato nel riconquistare l’amata Veronica Lario (la brava Elena Sofia Ricci), deciso a tutelare la sua dignità ma anche sempre pronto per nuove conquiste.

Se “Loro 1” era finito con una tenera scena romantica, con Silvio e Veronica ancora innamorati, pur con i “soliti” problemi coniugali di una comune coppia, “Loro 2” dà spazio soprattutto ad una riflessione sull’essere umano, con un Berlusconi, non più premier, al centro di continui scandali sessuali, e una Veronica spaventata, che non riconosce più l’uomo di cui si era innamorata tanti anni prima. E’ un Silvio più tenero, sempre più solo nella sua villa in Sardegna, preso dal costante desiderio di essere adulato. Compare anche Mike Bongiorno, che alla fine della sua carriera ebbe un dissapore con l’allora presidente di Mediaset, il quale lo aveva licenziato senza nemmeno chiamarlo: con questa apparizione il regista napoletano sembra aver voluto in un certo modo mettere fine alla loro querelle e dare a Mike Bongiorno la possibilità di quella conversazione che, probabilmente, nella realtà non ci fu.

Che dire di questo lavoro tra farsa e “tenerezza”, un dentro e fuori continuo tra generi e toni e strutturato come un insieme di continui corto circuiti? Se in alcuni momenti sembra una brutta copia di Dallas, non si può negare che il dittico di Sorrentino è in alcuni momenti davvero accattivante (molto meglio il secondo del primo) e che le battute suscitano spesso la risata, pur se si avverte la mancanza di “una stoccata vincente”: un quadro un po’ disarmonico dell’Italia e del personaggio che – volutamente? – lascia allo spettatore il giudizio finale sul personaggio e su quegli anni.

Insomma, si va a vedere “loro” ma si vede noi! In questa storia dove non ci sono né buoni né cattivi, Sorrentino vuole forse dirci che Silvio – lasciando da parte il giudizio politico – non è né meglio né peggio di tanti altri.

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