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L’America libera di Vittorio Alfieri: il conte ribelle sul sogno americano

Gli anni dei cosiddetti populismi, tra antisemitismo e nazismo e leadership individuali autoritarie, rendono più attuale che mai il suo pensiero

L'America libera (L’America libera-Odi, Kehl, 1787; Padova Nicolò Zanon Bettoni, 1810, pp. 53-93), scritta quando Vittorio Alfieri riteneva di aver ormai chiusa la carriera di autore tragico. Essa è composta da cinque odi, quattro composte a Roma nel dicembre 1781 e la quinta, intitolata "Pace del 1783", a Venezia da Kehl e nei caratteri Baskerville da lui preferiti, per evitare "stitichezze censorie" in Francia e circolò a Parigi prima della Rivoluzione. La quinta, dopo appena tre anni, esprime il pessimismo di base della sua concezione politica.

Vittorio Amedeo Alfieri:
Asti, 16 gennaio 1749 – Firenze, 8 ottobre 1803

Fu un uomo eccezionale, di grandezza titanica, in un’epoca eccezionale. Basterebbero solo il Saul e la Mirra, senza disturbare Maria Stuarda, Antigone ed Oreste. Basta riflettere sull’arco della sua vita, di conte e pur tuttavia radicale. Egli stesso così scrive nella Vita scritta da esso intorno al 1790 e completata l’anno della morte a Firenze il 1803: «Nella città di Asti, in Piemonte, il 17 gennaio dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti». Anno, ribadisco, eccezionale: il 28 agosto nacque Johann Wolfgang Goethe, il papa Benedetto XIV fu molto attivo con quattro encicliche di rilievo. Per un terminus ante che riguarda la nostra inchiesta, il 19 maggio la Compagnia dell’Ohio, fondata da abitanti inglesi della Virginia otteneva dal re Giorgio II la concessione di cinquanta mila acri lungo l’alto Ohio.

Una breve analisi, persino una semplice citazione della sua opera variegata e immensa ci porterebbe troppo lontano e prenderebbe ore. Alla sua morte l’intellettuale dei circoli fiorentini e chiacchierata sua amante, Luisa di Stolberg-Gedern, nota come contessa d’Albany («La persona che ho sovra ogni altra cosa venerata ed amata») si occupò con l’aiuto di Tommaso Valperga di Caluso, filosofo, astronomo e fisico, a lui legato da profonda amicizia, di raccogliere le sue opere edite ed inedite. Basta pensare che uscirono a Firenze sotto la falsa indicazione di “Londra 1804” (escluso il dirompente Misogallo, uscito a parte) in ben tredici volumi.

Torino Museo Civico con Louise Stolberg Contessa d’Albany, Fabre 1796

In una sintesi perfetta della sua personalità e del suo pensiero egli  stesso avrebbe voluto scritto sulla sua tomba, affidata dalla contessa a Canova, l’epigrafe:

«Quiescit. hic. tandem / Victorius. Alferius. Astensis / Musarum. ardentissimus. cultor / veritati. tantummodo. obnoxius / dominantibus. Etc.».

Anche lui, di madrelingua piemontese e di lingua francese, sentì il bisogno di lavare i panni in Arno per ‘spiemontesizzarsi’, ‘sfrancesizzarsi’ e ‘disfrancesarsi’. Poi la lettura dei grandi da Dante a Machiavelli, senza trascurare Plutarco in linea con l’eterna questione della lingua dai tempi di Bembo fino a Manzoni. Ma  quello che lo rese unico e diverso dagli scrittori italiani, fu l’essere multi-versatile, drammaturgo immenso di argomento vario, undici tragedie dal Saul (1782) alla Sofonisba (1789), ma anche cinque di argomento greco, in ossequio alle celebri tre unità aristoteliche, poeta, scrittore e via di seguito, formatosi sullo studio di Voltaire e Montesquieu. Piemontese e aspirante italiano, divenne pertanto illuminista e razionalista, anti-tiranno e sostenitore della libertà senza se e senza ma. Basta elencare le sue opere di carattere politico, a parte le tre tragedie “della libertà”, La congiura dei pazzi nel 1788, e nell’1789 Virginia e Timoleonte; e poi i trattati Della tirannide (1777-1790), Del principe e delle lettere (1778-1786), Panegirico di Plinio a Trajano (1787), La virtù sconosciuta (1789), Elogio di Niccolò Machiavelli (1794). Esse percorrono l’itinerario della sua progressiva evoluzione ideologica riguardo al governo e al concetto di libertà che si spinge ad esaltare il tirannicidio, fino all’assurdo del panegirico.

Questa sua inesauribile sete di libertà lo portò ad esaltare tali principi in poesia e quale strumento poteva essere più adatto dell’ode. All’inizio l’influenza ariostesca e l’uso dell’ottava nel poema in quattro canti L’Etruria vendicata (1778) per esaltare il vindice della libertà Lorenzino che uccise il tiranno Alessandro de’ Medici. Poi le odi, ampie, distese, come quel celebre Carmen saeculare di Orazio per i Ludi secolari del 17 a.C. Nascono così l’ode Parigi sbastigliato e L’America libera in cinque odi. Tra l’insurrezione del luglio 1789 e il 1798 con l’occupazione di Roma, dall’assalto alla Bastiglia al terrore di  Robespierre siamo giunti alla giustificane di Luigi XVIII anche con il Misogallo che è una piena ritrattazione della rivoluzione sfociata nella nuova forma di tirannide. Non era una rinnegazione dei suoi principi libertari, ma una conferma della lotta alla tirannide. qualunque essa fosse e alla difesa della libertà dell’uomo.

Nei fulminei e radicali mutamenti politici a cui assistette e che visse intensamente, troppo complesso e variegato fu questo percorso ideologico e sarebbe arduo analizzarlo in un breve intervento nei suoi sviluppi diacronici attraverso le tante opere accennate. Al di là quindi del processo della sua ideologia politica mi interessa sviluppare un tema che forse è stato considerato minore e assai poco noto, sottotono e trascurato, coinvolti nell’entusiasmo della rivoluzione per antonomasia e dalla riflessione sugli estremismi tirannici.

La tomba di Vittorio Alfieri in Santa Croce, a Firenze (Wikipedia/Jolly Roger)

In questo anno i cosiddetti populismi, tra antisemitismo e nazismo e leaderships individuali autoritarie, rendono attuale il suo pensiero. Perciò nello specifico voglio qui ricordare un pindarico epinicio alla pace americana e il suo elogio L’America libera (L’America libera-Odi, Kehl, 1787; Padova Nicolò Zanon Bettoni, 1810, pp. 53-93), scritta quando riteneva di aver ormai chiusa la carriera di autore tragico. Essa è composta da cinque odi, quattro composte a Roma nel dicembre 1781 e la quinta, intitolata “Pace del 1783”, a Venezia da Kehl e nei caratteri Baskerville da lui preferiti, per evitare “stitichezze censorie” in Francia e circolò a Parigi prima della Rivoluzione. La quinta, dopo appena tre anni, esprime il pessimismo di base della sua concezione politica.

L’ode, potremmo dire un poemetto in cinque odi, fu l’omaggio del conte ribelle a quel primo sogno americano di fine Settecento e la sua soluzione con la pace tra America ed Europa, nell’inno al suo più valoroso combattente, George Washington. Lui che aveva scritto a Ranieri de’ Calsabigi proprio nel 1783, quel «Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli.», lui che sull’ossessione di Ossian trovava in Svezia «il divertimento della slitta con furore, per quelle cupe selvone , e su quei lagoni crostati».

Nel 2013, a cura  di Carlo Cerrato, è stato pubblicato il testo con traduzione di Adolph Caso (editrice Scritturapura), L’America libera, Ode to America’s Independence. L’occasione raccoglieva due omaggi e due commerazioni: usciva nell’anno dedicato alla cultura italiana negli Stati Uniti ed era tratta dal volume edito a Boston nel 1976, nel Bicentenario della Dichiarazione di Indipendenza, come omaggio al pensiero e all’opera dell’Astigiano. E in effetti è una sorta di poemetto lirico sulla guerra d’indipendenza d’America, dedicata agli eroi della rivoluzione americana e della guerra per l’indipendenza dagli inglesi. Il traduttore era autore di origine italiana, docente e editore in Boston di Branden Books e fondatore della Dante University of America. Egli dava una breve storia attraverso i riferimenti che Alfieri ne fa nella Vita, e mette «a fuoco la cura scrupolosa di un aristocratico ribelle in anticipo sui tempi, non solo per i contenuti, ma anche per la forma delle proprie opere e sottolineando l’estrema attualità del suo pensiero in tema di lotta alla tirannide e di difesa della libertà di espressione.» (2013!).

Scriveva Alfieri nella Vita:

«nel decembre di quell’anno stesso composi d’un fiato le quattro prime lodi dell’America libera. A queste m’indusse la lettura di alcune bellissime e nobili odi del Filicaia, che altamente mi piacquero. Ed io stesi le mie quattro in sette soli giorni, e la terza intera in un giorno solo, ed esse con picciole mutazioni sono poi rimaste quali furono concepite. Tanta e la differenza (almeno per la mia penna) che passa tra il verseggiare in rima liricamente, o il far versi sciolti di dialogo» (p. 272).

Lui stesso ne dà la ragione:

«In Venezia poi, allorché sentii pubblicata e assodata la pace tra gli americani e l’Inghilterra, pattuitavi la loro indipendenza totale, scrissi la quinta ode dell’America libera, con cui diedi compimento a quel lirico poemetto. Ottenuta io dunque direttamente dal Beaumarchais di Parigi la permissione di prevalermi in Kehl della di lui ammirabile stamperia, con quell’occasione d’esservi capitato io stesso, lasciai a que’ suoi ministri il manoscritto delle mie cinque odi, che intitolate avea L’America libera, affine che quest’operetta mi servisse come di saggio. Ed in fatti ne riuscì così bella e corretta la stampa, ch’io poi per due e piu anni consecutivi vi andai successivamente stampando tutte quelle altre opere, che si son viste o che si vedranno. E le prove me ne venivano settimanalmente spedite a rivedere in Parigi; ed io continuamente andava sempre mutando e rimutando i bei versi interi; a ciò invitandomi, oltre la smisurata voglia del far meglio, anche la singolare compiacenza e docilità di quei proti di Kehl, dei quali non mai abbastanza mi potrei lodare» (339-40).

E aggiungeva:

«Quanto poi alle sei mie diverse opere stampate in Kehl, non voglio pubblicare per ora altro che le due prime, cioè l’America libera, e la Virtù sconosciuta» (p. 345). E ribadiva: «Con tutto ciò ho stampate quelle opere, perché l’occasione, come dissi, mi v’invitò; e perché son convinto, che chi lascia dei manoscritti non lascia mai libri, nessun libro essendo veramente fatto e compiuto s’egli non è con somma diligenza stampato, riveduto, e limato sotto il torchio, direi, dall’autore medesimo. Il libro può anche non esser fatto ne compito, a dispetto di / tutte queste diligenze; pur troppo e cosi; ma non lo può certo essere veramente, senz’esse» (pp. 345-346).

Già l’epigrafe con i versi di Dante esprime il suo pessimismo:

«e s’io al vero son timido amico, /
temo di perder viver tra coloro / che questo tempo chiameranno antico». Paradiso XVII 118- 120.» Ma andiamo per ordine. Nella prima ode in otto canti (i titoli sono suoi) «Accenna le cagioni della guerra»; nella seconda ode di otto canti «Annovera i popoli belligeranti»; nella terza in sei canti «parla del signor de La Fayette»; nella quarta in otto canti «commenda il generale Washington»; infine nella quinta in otto canti celebra la «Pace del 1783».

Opportuna qualche citazione ove risulta evidente la sua insistenza anche e soprattutto sulla libertà:

«In di re d’ogni bell’arte ignudo, / ministri infidi, e cupidigia fella» (I, I), «or fa, ch’io innaspri / sì il dir, che vero e libero si chiami» (I, 2); si appella all’onore degli Inglesi e invita «Deh! Fate almen, che libertà non pera» (I, III);

«Tu solo omai di libertade figlio, / popol nocchier, tu resti; e in te sta il tutto» (I, IV); «tu dai guasti guasto, / venduto hai te co’ liberi voti; / E in crapule, bagordi, ebbrezze pasto» (I, V);

«Vegg’io / tremar quei prodi, o sbigottir? Dolenti / li veggio ben, ma impavidi: lor Dio / è Libertà; non fieno in lei vincenti?» (I, 7); «Stansi in tenebre e  lutto afflitti e stanchi / tra il servaggio e la morte / di libertà que’ figli generosi» (II, II); 

«Entro a guadagni lordi, fatti immemori son di se costoro» (II, V); e l’elogio di La Fayette:

«<vedil, s’ei piglia lena; / se nel difender libertà mai dorme» (III, V);

«Esci, Wasington (sic!)), esci, ecco l’istante, / ove scontar le offese / ai traditor di libertà farai. / Tra le guerriere memorande imprese / nulla starà davante / a questa tua» (IV, 8);

«Ben dell’armi sue prime andarne altera / può l’America a dritto; essa che il vanto / ritratto n’ha di libertade intera» (V, II);

«dispotismo t’appelli, e sei custode /  tu solo omai di nostre infauste rive, / dove in morte si vive» (V, VI).

Eppure si chiede

«Che canto io pace omai?» in un mondo che rimane in arme e dove la libertàè «quella che or là protegge / chi assoluto qui regge».

Nell’invito a recuperare a New York quella prestigiosa e significativa traduzione di Adolph Caso, il ricordo di quel grandioso omaggio tributato al genio, oggi dimenticato, voglio chiudere con il suo pessimismo finale su pace e governi e con un appassionato invito che conferma l’occhiello apposto dal direttore Stefano Vaccara a questo quotidiano:

«Pace era quella, che d’Atene in grembo, / con libertade ogni bell’arte univa; / dove a un tempo si udiva / di varie e dotte opinioni un nembo… Ahi, null’altro che FORZA (sic maiuscolo) al mondo dura» (V, VIII).

Per un breve promemoria sulla prima rivoluzione moderna dalla quale tutte le altre sono originate ricordo che tutto era cominciato con il Tea Act del 1773 e con i Coercitive Acts, che abolivano le libertà locali, accentrando il potere politico e militare in mano delle autorità inglesi. Era seguito nel 1774 il Congresso di Filadelfia con il boicottaggio e la Dichiarazione dei diritti dei coloni. Dai primi scontri si passò alla ribellione armata e alla Dichiarazione di indipendenza  di Thomas Jefferson del 4 luglio 1776, che sanciva la forma repubblicana e la sovranità popolare con i diritti naturali ed inalienabili (vita, libertà e felicità) sui quali si sarebbero conformate le successive dichiarazioni universali. Effimera sarebbe stata la vittoria di Saratoga Springs (1777) di George Washington, se non lo fossero intervenute la Francia nel 1778, la Spagna nel 1779 e l’Olanda nel 1780, che portarono alla vittoria di Yorktown (1781). Le sette province ottennero l’indipendenza con la pace di Parigi del 1783.

George Washington incoraggia le sue truppe prima della battaglia di Princeton (da https://www.goodfreephotos.com)

Questo cantò e tant’altro Alfieri nella sua L’America libera.

In questa breve sintesi e nelle brevi citazioni si ricava l’entusiasmo che lo sollecitò nella fase iniziale della guerra, durante la guerra e alla conclusione vittoriosa della pace. Sono evidenti l’intreccio di interessi di Francia e Gran Bretagna, la glorificazione del mito francese con Gilbert du Motier de La Fayette, nominato dal Congresso ufficialmente Major general (1777), chiamato da Washington «amico e padre», e massone come lui, e infine il canto agiografico, a ben ragione, dell’eroe fondatore. La nascita degli Stati Uniti non ha niente a che vedere con Amerigo Vespucci, ma si deve dare atto che quella confederazione fu opera di Washington e perciò sono gli Stati Uniti di Washington, che meritò solo il nome della capitale federale (D.C., District of Columbia).

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