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Scheggia n. 5: I’m a boy! E so correre come solo un’ala sinistra sa fare

Marco è un anno più grande di me. Non mi ha mai parlato, ma quando palleggio mi guarda sempre...

Immagine da https://www.peakpx.com

Il quinto di un ciclo di 46 racconti brevi, "Schegge", capaci di catturare l'attenzione del lettore e validi strumenti per lo studio dell'italiano

Non farò la doccia con loro a fine partita, ma già avere la possibilità di giocare insieme a loro per me è una conquista.

Devo essere al campo alle tre del pomeriggio, avrò appena il tempo di mangiare un boccone, mia madre mi farà le storie come al solito perché mangio poco e non cresco, ma ho dodici anni, avrà paura che la mia statura sia come la sua o quella del babbo. 

Ha letto che le ultime generazioni sono più alte di dieci centimetri rispetto alle vecchie generazioni, ma a me non interessa l’altezza, per ora mi basta fare le cose che mi piacciono, tanto, con altezza o senza, un lavoro si trova lo stesso, mica gli alti sono ricchi e i bassi sono poveri!

Forse ho bevuto troppa acqua e ho un dolor di pancia come mai prima d’ora, e dire che ho lo stomaco di ferro.

O forse non dovevo mangiare le patate lesse con la fettina di carne. Grazie a Dio nessuno ha insistito per farmi mangiare la pasta, nemmeno il fidanzato di mia sorella che ormai si presenta ogni giorno a pranzo.

Mia sorella è già maggiorenne, ha un corpo da modella e io capisco quando Roberto le guarda il seno che lei lascia volutamente intravedere dalla scollatura delle magliette super attillate, o dalle camicie che hanno sempre così pochi bottoni abbottonati.

È inutile che mamma lanci occhiatacce, tanto mia sorella ormai lavora e i vestiti se li compra lei. Nessuno può dirle niente.

Finalmente fuori casa!

I’m happy, happy! Sono strafelice, è il primo giorno che gioco con loro.

Se Marco non mi avesse visto palleggiare fuori dal campo non mi avrebbe chiesto niente. Io avevo notato che mi guardava, ho fatto finta di niente e ho continuato.

Marco è un anno più grande di me. Non mi ha mai parlato, ma quando palleggio mi guarda sempre. Ogni tanto abbiamo fatto quattro tiri insieme, ma solo durante il riscaldamento della squadra, quando l’allenatore mi concede di stare in campo insieme ai giocatori.

Già se avessi potuto entrare come riserva e guardare dalla panchina per me sarebbe stata una vittoria.

Lo so che quella di oggi non è una partita importante, sono soltanto loro, senza allenatore, ma a me non importa, voglio fare vedere cosa so fare.

C’è tutta la squadra comprese le riserve e poi qualcuno che come me viene spesso a vedere gli allenamenti.

C’è anche qualche genitore con alcuni bambini piccoli. Significa che qualcuno è venuto col padre e mezza famiglia. A me non importa. L’importante è che oggi mi vedranno giocare.

Gioco di sinistro e mi hanno messo ad ala. Marco è nella squadra avversaria, ma non importa. Anzi meglio, così magari poi parla di me all’allenatore e mi fa fare il provino.

Se passo il provino allora sì che parlo con i miei. Non so come la prenderà mia madre, ma mio padre potrebbe farmi la guerra.

Ma a me che me ne frega. Che mi butti fuori di casa, se mi prendono in squadra di soldi ne farò più di quanto lui ne fa in un anno. Io lo so quanto valgo. Shit!

Ci siamo, forza, adesso devo mettercela tutta. Go! Go! Go!

Marco è incredulo. Abbiamo vinto noi! Lo sono anche io, ho fatto due gol.  Per fortuna sono tutti molto sportivi, si sono complimentati con noi.

Marco mi ha stretto la mano e mi ha detto che sono proprio in gamba. “L’allenatore ti direbbe che prometti bene”, ha detto mentre ci dirigevamo verso gli spogliatoi. Io però non farò la doccia con loro, devo tornare subito a casa. La maglietta è tutta bagnata di sudore e anche un po’ sporca di terra, ma non mi importa camminare così, oggi mi sento veramente grande!

Sono dietro a tutti gli altri, così posso andarmene senza che si accorgano della mia assenza.

Sento un rivolo caldo che sta uscendo dal mio corpo. No! Ti prego, fa che non siano le mestruazioni! Non adesso!

Una mano mi si posa sulla spalla e mi trattiene. È Marco. Mi sorride. Credevo mi avesse superato e invece era dietro di me. Mi si avvicina e nel frattempo mi spinge leggermente contro il muro. Il suo viso è a due centimetri dal mio. Vorrebbe baciarmi. “Lo hai capito che mi piaci?”. Lo dice quasi sussurrandomi all’orecchio. Allora ha capito, penso in una frazione di secondo. Mette una mano tra le mie gambe, si ferma. Mi guarda. “Ma sei una femmina! Che cazzo!”. Io corro come solo un’ala sinistra sa fare.  Non voglio più giocare a calcio con loro, ma non sono una femmina. I’m a boy!

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