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Viaggio negli scatti d’umanità della macchina del tempo di Steve McCurry

Per il suo libro "Il mondo nei miei occhi", intervista al grande fotografo: "La vita è breve, è importante avere un ricordo di come eravamo, di com'era il mondo"

Belo sur Mer, Morondava, Madagascar, 2019. Profilo di bambini disegnato in controluce su una spiaggia dalle sfumature iridescenti. (Foto Steve McCurry)

"Ho visitato l'Italia per la prima volta nel 1970. L'Italia è così ricca di arte. Gli italiani hanno a cuore l'arte, la bellezza e lo stile e soprattutto hanno a cuore il loro passato. Ecco perché amiamo tutti così tanto l'Italia... Quello che mi interessa è quello che vedete nelle mie foto, ovvero i comportamenti dell'uomo, il poter raccontare una storia carica di umanità. È fotografare il mondo, cercando di mostrare ciò che ci accomuna in quanto umani... L'elemento più importante della mia fotografia è lo storytelling. La maggior parte delle mie immagini è radicata nelle persone. Nella mia ritrattistica, cerco quel momento incustodito che mi permette di trasmettere ed esprimere ciò che sente quella persona, e di collegarlo in senso più ampio a quei sentimenti universali, che ricordano l'esperienza umana nel suo insieme.

Malgrado questa pandemia fatta di isolamento, immobilità e mancati abbracci, possiamo finalmente tornare a viaggiare (e sognare) grazie al fotografo statunitense Steve McCurry e al suo nuovo libro Il mondo nei miei occhi. L’autore della celebre fotografia della ‘Ragazza afgana’ dagli occhi verde smeraldo, rimasta tra le immagini più conosciute del XX secolo, e maestro incontestato non solo della fotografia di strada e del ritratto, ma anche del reportage di guerra, ci regala questo libro in un momento in cui il bisogno di evadere non è mai stato così grande.

In questa raccolta di foto inedite, prese da oltre 40 anni di archivi, riscopriamo poco a poco il gusto dell’avventura, mentre ci lasciamo trasportare in giro per il mondo – dall’India al Myanmar agli Stati Uniti, passando per l’Italia – e tra epoche diverse, come in una vera e propria macchina del tempo. Scatto dopo scatto, impariamo a vedere il mondo con gli occhi di McCurry e, attraverso il suo sguardo amorevole e pieno di compassione – come quello di un padre con i propri figli – riconosciamo la nostra comune umanità. Il messaggio è chiaro: nonostante la diversità culturale e generazionale, condividiamo più di quanto pensiamo, come ce lo ha bruscamente ricordato il COVID-19. Costretto anche lui a rimanere nella sua casa in Pennsylvania, il neo papà si dice frustrato ma segretamente contento di poter passare tempo con la famiglia e avere una routine per la prima volta nella sua vita.

Come le è venuta l’idea per questo nuovo libro, In Search of Elsewhere (in italiano “Il mondo nei miei occhi”)?

“Mentre rivisitavo i miei archivi e le fotografie che non vedevo da un po’ di tempo, tipo da 10 o 20 anni. Con il tempo e la distanza inizi a vedere le cose – e in questo caso le vecchie foto – in modo diverso, con una prospettiva più storica. Avevo già iniziato a rivedere il mio lavoro perché ultimamente abbiamo scannerizzato molte immagini”.

Calcutta, India, 2018. Un sacerdote si prepara per la puja, l’omaggio rituale che si esegue poco prima del tramonto. (Foto Steve McCurry)

Cosa spera di trasmettere con questo libro?

“Questo libro è una specie di poesia. Racconta il mio viaggio e il mio girovagare attraverso diverse parti del mondo. Riguarda anche tutto ciò a cui tengo, quello che pensavo valesse la pena di essere documentato e ricordato. Sai, la vita è breve, per questo è importante avere un ricordo di come eravamo, di com’era il mondo. Questo libro documenta i miei viaggi degli ultimi quarant’anni, ma soprattutto mostra la vita quotidiana delle persone, come vanno avanti, indipendentemente dalle gioie e dalle difficoltà”.

Rivisitare un archivio fotografico così vasto può essere un’impresa difficile e al quanto scoraggiante. Si è comunque divertito? Rivedere quelle foto è stato appagante quanto averle scattate?

“Sì, in un certo senso rivivere alcune di queste esperienze è stato affascinante, essere in grado di guardare indietro e ricordare quel luogo, quell’evento o quella persona, e pensare “non posso credere di essere stato lì!” Mi rendo anche conto di come fotografavo e di come vedevo le cose, rispetto ad oggi”.

Porbandar, India, 1983. Steve McCurry da giovane mentre documenta un’alluvione

Ha notato più continuità o evoluzione nel modo in cui fotografa oggi?

“Una certa evoluzione. Ora, con la fotografia digitale puoi fotografare in condizioni di luce molto più scarsa e quindi fotografare cose che sarebbero state impossibili da immortalare 20 o 30 anni fa”.

Parlando di cose difficili da immortalare, ha detto che diverse immagini nel suo libro sarebbero molto difficili da riprodurre oggi perché alcuni luoghi sono poco o non più accessibili. Può darci qualche esempio?

“In Yemen ci sono posti che ora sono completamente inaccessibili e alcune parti dell’Afghanistan sono oggi considerate “no-go zones” (zone proibite). Penso che la vita lì sia cambiata radicalmente”.

Guardando alcune delle sue foto scattate in Tibet trent’anni fa, ha detto di aver notato che le persone hanno da allora cambiato modo di vestirsi, e che alcune delle loro tradizioni col tempo sono sbiadite o scomparse. Secondo lei, è inevitabile che una cultura evolva e perda alcune delle sue caratteristiche o dovremmo impedire che ciò accada?

“Non credo che possiamo impedire a una cultura di evolversi. Penso che l’Italia abbia fatto una scelta consapevole nel voler conservare il proprio passato. Alcuni paesi decidono di non farlo. Per prima cosa, non vogliamo negare a nessuno l’istruzione e l’assistenza sanitaria; il progresso è inevitabile, è inarrestabile. Penso che alcune tradizioni culturali possano tuttavia essere preservate. La musica, le usanze culinarie, l’architettura, il modo di vestirsi, queste sono alcune cose che rendono unica una cultura. Le differenze regionali ci arricchiscono. Ma inevitabilmente tutti vogliamo – o semplicemente iniziamo – a vestirci allo stesso modo. È un dato di fatto, non possiamo farci niente”.

Dopo aver viaggiato in giro per il mondo, ci sono delle usanze culturali o dei modi di fare che ha ‘portato a casa’?

“Il rispetto delle altre persone, l’essere educati e gentili e l’importanza della famiglia, queste sono tutte cose che ho visto in molte culture diverse e che pratico anche io”.

Ha mai avuto scontri o momenti imbarazzanti legati a differenze culturali?

“A volte in Afghanistan, le persone possono fraintendere quello che stai facendo e devi spiegare lo scopo di quello che stai cercando di realizzare. Ad esempio, gli uomini di solito non vogliono che le “loro” donne vengano fotografate. Di solito non cerco di convincerli e lascio perdere”.

In quanto fotografo, qual è il suo processo creativo?

“Il processo creativo riguarda tutto ciò che ti appassiona, che ti ispira. Per me inizia camminando per strada. Mentre cammino, sono grato di essere vivo, e apprezzo il mondo che mi circonda, la mia vita, dove mi trovo in quel momento. Magari ad un tratto vedo qualcosa che ritengo importante, qualcosa che secondo me rivela o fa luce su alcune situazioni o alcuni luoghi, qualcosa che voglio ricordare, che voglio comunicare. Si fotografa solo dal proprio cuore e dal proprio istinto. Bisogna fotografare ciò in cui si crede, ciò che ci affascina … è l’unico vero modo di lavorare: partendo sempre dal cuore”.

Venezia, 2011. Venezia è una delle città preferite di McCurry, soprattutto per i suoi riflessi nelle acque dei canali. (Foto Steve McCurry)

Nel libro ci sono diverse foto scattate in Italia. Qual è il suo rapporto con il nostro Paese?

“Ho visitato l’Italia per la prima volta nel 1970. L’Italia è così ricca di arte. Gli italiani hanno a cuore l’arte, la bellezza e lo stile e soprattutto hanno a cuore il loro passato. Ecco perché amiamo tutti così tanto l’Italia. Alcuni paesi, ad esempio, demoliscono tutto per poi ricostruire strutture in acciaio. Ma vi è un certo fascino, una certa bellezza ed eleganza in quella particolare capacità italiana di conservare il proprio passato. Ecco perché vogliono tutti trascorrere del tempo lì!”

Roma, 1990. Una nonna e sua nipote si abbracciano su una panchina in piazza Navona, mentre un piccione attende nella speranza di ottenere qualcosa. (Foto Steve McCurry)

Dalle sue foto, sembrerebbe che lei è tornato in Italia molto spesso dopo gli anni ’70, giusto?

“Ride Sì, direi almeno una o due…centinaia di volte!”

Parlando di Elliott Erwitt come un modello che i giovani fotografi dovrebbero seguire, ne ha lodato molto l’arguzia, l’umorismo e soprattutto la curiosità. Essere curiosi è importante per lei?

“Penso che siamo tutti curiosi. La differenza, per quanto mi riguarda, è che oltre ad essere curioso io fotografo le cose che mi incuriosiscono – i luoghi, le persone, le situazioni. Siamo tutti incuriositi e affascinati da qualcosa. A me affascinano il comportamento umano, le differenze culturali e viaggiare. Credo che si possa fare un commento o dare un’interpretazione particolare di un luogo o di una situazione attraverso la fotografia. Elliott è un acuto osservatore e vede il mondo in un modo particolare. Trovo meraviglioso che ci siano tra noi delle persone con punti di vista così unici”.

E qual è il suo punto di vista? Ce lo spiega meglio?

“Quello che mi interessa è quello che vedete nelle mie foto, ovvero i comportamenti dell’uomo, il poter raccontare una storia carica di umanità. È fotografare il mondo, cercando di mostrare ciò che ci accomuna in quanto umani. Dato che siamo qui per così poco tempo, la cosa più importante per me è vedere più mondo possibile, i suoi tesori, le sue bellezze e meraviglie”.

Parlando di curiosità, come possiamo secondo lei rimanere curiosi in un mondo che ci bombarda sempre più di informazioni, rendendoci spesso insensibili?

“Penso che bisogna essere selettivi su come si vuole trascorrere il proprio tempo. Evitare di essere bombardati da un sacco di sciocchezze, evitare di perdersi in tutto questo rumore per poter rimanere concentrati su quelle cose che sono realmente importanti, che hanno valore per noi”.

Yangon, Myanmar, 1994. Questa colorata bottega di un barbiere offre un servizio professionale a una nutrita schiera di clienti. (Foto Steve McCurry)

Mentre si sfoglia il suo libro si è inevitabilmente portati a pensare allo scorrere del tempo. Lei come lo vive e lo affronta? Ha paura d’invecchiare?

“Penso che sentiamo tutti la stessa pressione. Il tempo passa, invecchiamo e siamo tutti destinati a morire un giorno. Questa è la vita, non c’è letteralmente nulla che tu possa fare al riguardo (ride). Tutto quello che devi fare è accettarlo e cercare di non ossessionarti. Che tu lo accetti o meno, il tempo va avanti comunque!”

La fotografia ha la capacità di fermare effettivamente il tempo e catturare un momento particolare. È per questo che le piace?

“Sì. È un modo per fermare il tempo e conservare un ricordo, altrimenti le cose poco a poco scompaiono, quell’istante svanisce per sempre. Senza una fotografia di tua madre o di tuo padre, dopo un po’ non ci sarà alcun ricordo di come erano in quel preciso momento, non puoi tornare indietro per rivederli. La fotografia è un modo per mantenere vivo quel ricordo. Per me è come poter conservare qualcosa che mi ha particolarmente colpito e che voglio ricordare. Penso che quello che poi piace a tutti della fotografia sia quella possibilità di rivedere come eravamo da bambini, mentre sfogliamo gli album di famiglia – cosa che faccio puntualmente”.

Parlando del passato, possiamo dire che il suo nuovo libro è come una piccola capsula del tempo?

“Sì, assolutamente. Mostra un po’ come eravamo, le cose che sono successe, a cui ho assistito e che erano importanti per me”.

Ha studiato cinematografia e si è laureato in arti teatrali. Studiare teatro l’ha aiutata più tardi nel suo lavoro?

“Per studiare cinematografia mi è stato richiesto di studiare recitazione, scenografia, teatro e anche fotografia. Non credo che le arti teatrali mi abbiano particolarmente aiutato nella mia carriera fotografica, ma non puoi mai sapere come possono averti influenzato dei corsi di letteratura, di storia o di geologia…penso che tutta la conoscenza sia utile. L’istruzione è importante per tutti, in qualsiasi luogo del mondo, in qualsiasi momento. L’istruzione è essenziale, è l’unico modo che abbiamo per sopravvivere e far sopravvivere il nostro pianeta”.

Lourdes, Francia, 1989. Due infermiere attendono di trasportare i pellegrini deboli e malati al santuario di Nostra Signora di Lourdes. (Foto Steve McCurry)

Ha detto che la fotografia è “più semplice e spontanea del cinema” ed è per questo che la preferisce. La vedremo mai dirigere un film oggi o non ha ancora nessun interesse nel cinema? Quali sono i film che l’hanno formata di più durante la sua giovinezza?

“Sarei felice di dirigere un film. Alcuni dei film che mi hanno colpito e ispirato di più da ragazzo sono Paths of Glory (Orizzonti di Gloria) di Stanley Kubrick, Modern Times (Tempi moderni) di Charlie Chaplin e Lawrence of Arabia (Lawrence d’Arabia) di David Lean”.

Parlando del fotografo Roy DeCarava in un’altra intervista, ha detto che “solo un fotografo afroamericano può interpretare in modo veritiero le vite degli afroamericani”. Lei pensa che un fotografo è in grado di ritrarre accuratamente il proprio soggetto solo se ha condiviso le sue stesse esperienze?

“Penso che per quanto riguarda la rappresentazione dell’esperienza afroamericana, fotografi come DeCarava o Gordon Parks abbiano molte più intuizioni di quante ne possa avere io. Potrei comunque provare a fotografarla, a modo mio, ma le loro foto avranno sempre un’altra profondità”.

Lei però ritrae quotidianamente persone molto diverse da quella che è la sua cultura. Come fa a raggiungere quel livello di profondità e sincerità nelle sue foto?

“Penso che tutto ciò che si può fare è semplicemente fotografarle – siamo tutti umani, siamo fondamentalmente gli stessi. Si affronta sempre una situazione con il proprio bagaglio culturale e quindi anche le persone che fotografiamo le fotografiamo a modo nostro. Forse non avrò mai il tuo stesso livello di conoscenza quando si parla della tua cultura, ma posso certamente condividere il mio punto di vista”.

Mandalay, Myanmar, 2010. Un giovane monaco si arrampica su un’enorme scultura del Buddha in un deposito di statue. (Foto Steve McCurry)

Lei è un ammiratore di Robert Capa. Parlando di una sua fotografia, ritraente una famiglia di rifugiati che spinge un carro con sopra i propri beni, ha dichiarato che il fotografo provava chiaramente una profonda compassione per quella famiglia. Avere empatia con le persone che si ritraggono facilita o rende più difficile lo scatto?

“Credo che un buon fotografo ritrattista debba avere un senso di compassione ed empatia per i suoi soggetti”.

Durante tutta la sua carriera, non è mai stato un osservatore imparziale ma ha sempre attivamente partecipato a ciò che voleva immortalare. In una recente intervista, ha infatti dichiarato: “l’unico modo per raccontare la storia di un’alluvione è quello di entrare in acqua insieme agli altri. Ma se sei timido e ti trattieni, non ci riuscirai mai”. Questa è anche la sua filosofia di vita?

“Penso che tutti tendiamo ad essere timidi e a meno che tu non sia disposto a metterti in gioco, non otterrai mai ciò che desideri. Parlare con sconosciuti, alzarsi alle quattro del mattino o cercare di accedere ad alcuni eventi… la vita è fatta di lotta, forza d’animo e perseveranza. Se affronti le cose in modo casuale e approssimativo, non puoi pretendere di ottenere lo stesso risultato di qualcuno che sta effettivamente facendo uno sforzo. Chiunque stia cercando di realizzare qualcosa, che sia uno scienziato, un architetto o un atleta, deve provarci seriamente”.

È quindi riuscito a sconfiggere la timidezza?

“No, sono ancora timido, ma sono disposto a superare la mia timidezza. Non si smette necessariamente di essere timidi, ma bisogna affrontare e lavorare con la propria timidezza, nel raggiungimento dei propri obiettivi”.

Steve McCurry (foto dal profilo Facebook)

Quando parla del suo lavoro, parla spesso di ‘serendipità’, paragonando la fotografia a “una pagina bianca” di cui apprezza fortemente l’elemento di sorpresa e la parte improvvisata. Quanto fa affidamento alla serendipità nella sua vita?

“Ci sono alcune cose che devi pianificare e altre che puoi lasciare al caso. Ad esempio, puoi svegliarti una mattina e programmare di andare da qualche parte, ma poi lasciare al caso quel che farai una volta arrivato. Penso che il divertimento si celi nella scoperta. A pianificare troppo si perde la gioia e la soddisfazione nel fare le cose”.

C’è mai stata una volta in cui ha assistito a un “momento di serendipità”, come lo chiama lei, ma non era pronto a catturarlo e ha perso uno scatto importante?

“Ci sono sempre occasioni mancate. Ogni giorno perdiamo qualche opportunità o viviamo qualche fallimento”.

Come affronta lei il fallimento?

“Bisogna solo andare avanti. Nella vita ci sono fallimenti e delusioni ogni giorno, per tutti. Ma devi rimanere positivo, perché tanto non ci sono altre alternative, a meno che tu non voglia essere una persona triste, negativa e scontrosa. E quello non sarebbe divertente. Né per te, né per gli altri! Sarebbe un disastro. Quindi non puoi che superarlo e andare avanti”.

Ha costruito la sua carriera cogliendo un’opportunità dopo l’altra, e spesso un rischio dopo l’altro, come quando ha comprato quel biglietto di sola andata per l’India. Come decide quale rischio valga la pena di correre e fino a che punto è disposto ad arrivare per un scatto?

“Bisogna valutare caso per caso. Calcolare bene i rischi e le possibili ricompense. È una decisione quotidiana, momento per momento. A volte bisogna correre dei rischi. Non devono necessariamente metterti in pericolo di vita, ma dei rischi bisogna pur correrli. Come ho detto prima, non puoi rimanere vittima della tua timidezza. Non puoi pensare “se vado in India potrei non farcela”, altrimenti fai prima a restare a casa. Ovviamente non è una questione di giusto o sbagliato, dipende tutto da come vuoi trascorrere il tuo tempo su questo pianeta”.

Morondava, Madagascar, 2019. Due ragazzini giocano facendo rotolare i cerchi davanti ai baobab africani. (Foto Steve McCurry)

A proposito di “pericolo di vita”, lei ha detto di non considerarsi un fotografo di guerra, eppure ha rischiato molte volte la vita per documentare diversi conflitti nel mondo. Come mai?

“È stato molto tempo fa. Circa 25 anni fa ormai!”

Quindi oggi non partirebbe più per documentare guerre e insurrezioni?

“No. L’ho fatto, ma ci sono altre cose che voglio sperimentare. Non penso che si debba fare la stessa cosa tutta la vita. Ci si può reinventare. Per me, quella pagina, quel particolare capitolo, oggi è chiuso”.

Il viaggio è sempre stato una parte importante del suo lavoro, perché ha voluto che fosse così. Da dove viene questa passione per il viaggio?

“Sono sempre stato guidato da un bisogno irrefrenabile di esplorare e girovagare, e la fotografia per me è la compagna ideale per farlo. Trovo che l’unico modo per capire veramente la vita di qualcun altro sia mettersi al suo posto, in senso figurato ma anche letterale. Non c’è nulla che possa sostituirsi a una passeggiata con quella persona nella loro casa, per capire com’è veramente la loro vita. Sperimentare culture diverse ti rende sicuramente più in sintonia e ti da una visione più approfondita delle persone e di ciò che le circonda. Aiuta inoltre a stabilire una relazione tra te e i soggetti che vuoi ritrarre, perché sperimentare la loro cultura ti aiuta a capire una grande parte di chi sono. Non è un mistero e non è un trucco. Bisogna solo provare, rimanendo sempre aperti e rispettosi”.

Quando viaggiava in luoghi pericolosi, diceva che ciò che la spingeva ad andare avanti era la consapevolezza di avere una missione da compiere. Di che missione si trattava? Sente di avere la stessa missione oggi?

“L’elemento più importante della mia fotografia è lo storytelling. La maggior parte delle mie immagini è radicata nelle persone. Nella mia ritrattistica, cerco quel momento incustodito che mi permette di trasmettere ed esprimere ciò che sente quella persona, e di collegarlo in senso più ampio a quei sentimenti universali, che ricordano l’esperienza umana nel suo insieme”.

Gulmarg, Kashmir, India, 1999. Ritratto di un uomo dagli occhi chiari, che sono tipici dei kashmiri. (Foto Steve McCurry)

Lei ha anche una fondazione, chiamata ImagineAsia. Di cosa si tratta?

“ImagineAsia aiuta i bambini delle comunità rurali asiatiche. Lavoriamo in collaborazione con i leader della comunità e le organizzazioni non governative locali (ONG) per costruire scuole che offrono l’ulteriore vantaggio dell’assistenza medica. ImagineAsia si dedica inoltre ad assistere nell’implementazione di programmi pilota nei settori della pace, dell’istruzione, dell’alfabetizzazione informatica, dell’educazione sanitaria e della consapevolezza ambientale. Uno dei nostri obiettivi principali per l’immediato futuro è fornire una clinica medica e un medico per visitare mensilmente le scuole. Stiamo lavorando per portare questi programmi in altri villaggi in Afghanistan, Tibet, Pakistan e India”.

Quale sarà la sua prima destinazione post-pandemia?

“Myanmar e Thailandia”.

Come lo suggerisce il titolo del suo libro, si può dire che la sua carriera è stata una continua ricerca dell’altrove?

“Il tema generale e la morale di questa raccolta è che non importa quanto sia diviso il nostro mondo, ci sono più cose che ci uniscono come esseri umani di quelle che ci dividono. Non si può negare che il mondo sia cambiato, ma le persone sono ancora fondamentalmente le stesse, anche in questi tempi di turbolenze, malattie, degrado ecologico e difficoltà economiche. La mia ricerca dell’altrove ha rivelato che non importa dove io sia stato, ho sempre trovato umanità, gentilezza, ospitalità e generosità ovunque andassi, e per questo è valsa la pena viaggiare”.

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