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Valentina Castellani e l’arte, un’oasi di pace in tempo di pandemia

Nell'intervista, La Regina di Quadri da New York racconta gli effetti della crisi sanitaria; nonostante questo il mercato dell'arte resta ancora un ottimo affare

Valentina Castellani

"Qualche giorno fa è stato battuto all’asta un Basquiat per 41,7 milioni di dollari. Si tratta di 'Il Guerriero', un quadro del 1982 acquistato da un collezionista nel 2012 per poco più di 8 milioni..."

Indigesta, crudele, a tinte fosche, la pandemia ha avvolto come una fitta nebbia anche i colori dell’arte. Una condizione temporanea, ma sferzante. Eppure non c’è relazione tra la crisi del 2009 e quella odierna. Ci sono differenze che Valentina Castellani, una delle massime esperte mondiali del mercato dell’arte, ci aiuta a definire. “La pandemia si è abbattuta soprattutto sulle persone. Si è portata via, tra gli altri, anche Germano Celant, mio caro amico che vorrei ricordare”. Infatti uno dei dolori più forti di Valentina Castellani è la morte, l’anno scorso, del critico d’arte e direttore artistico di mostre che hanno organizzato insieme, come “Piero Manzoni. A Retrospective” del 2009 a New York, che ha vinto l’Art Awards per la migliore mostra dell’anno in una galleria commerciale. Era il periodo in cui Valentina Castellani dirigeva la Gagosian Gallery di New York. Arrivava dalla casa d’aste Sotheby’s.

Gagosian Gallery, Chelsea, 2018; Uno degli squali di Damien Hirst

A lungo braccio destro di Larry Gagosian, e definita già molti anni fa “La Regina di Quadri”,  ha organizzato e curato esposizioni storiche tra Londra e New York, dai ritratti di Alberto Giacometti e Francis Bacon a Piero Manzoni, da Lucio Fontana fino a Pablo Picasso. Oggi Valentina Castellani è una dealer indipendente: acquista opere in Europa e le rivende negli Stati Uniti. Poi insegna storia del mercato dell’arte alla New York University Steindhardt per il Master of Visual Arts. Ed ancora: siede nel Consiglio di amministrazione della Casa Italiana della NYU e del Drawing Center di New York. Sin qui parte del suo lungo e prestigioso curriculum. Ci aiuta a capire quanto la sua chiave di lettura sull’evoluzione del mondo dell’arte sia basata su competenza ed esperienza. “L’arte sta vivendo una crisi completamente differente rispetto a quella del 2009” ci dice. “Adesso ci sono segnali di ripresa, ma è stata una batosta. Molte gallerie sono state costrette a licenziare personale. In questi giorni è uscito l’Art Basel and Ubs Arti Market Report: nel 2020 il settore ha subìto una perdita del 22 per cento. Ma nel 2009 fu diverso. Il mondo dell’arte fu investito da una crisi prettamente finanziaria ed economica dovuta al crollo, nel 2008, di Lehman Brothers. C’erano pochissime transazioni, meno denaro, la gente acquistava meno. C’era una fase di stallo del mercato e non si sapeva dove i prezzi sarebbero andati a ristabilirsi”. Poi cosa avvenne? “Già nel 2010 ci furono aste da record. Per un’opera di Giacometti, ad esempio, con cento milioni di dollari”.

Bacon

E oggi? “Oggi la crisi è ancora in corso ed ha intaccato in modo differente la struttura del mercato dell’arte, che si basa molto sul fare le cose di persona, vedere le opere. A differenza di allora, i grandi investitori e i collezionisti hanno i soldi, la borsa ha tenuto. Ma mancano le occasioni di acquisto. Anche se sulla carta un’opera ha tutte le caratteristiche per essere un pezzo di valore, l’importanza di un quadro si comprende solo guardandolo di persona. Però nel 2020, il 61 per cento delle fiere è stato cancellato. Asia e Cina hanno cominciato a riaprire un po’, ma c’è stata una contrazione totale, un annullamento delle modalità consuete del mercato. Le fiere rappresentano una percentuale molto alta dei profitti delle gallerie. Molte sono state organizzate online, ma non è lo stesso. Le gallerie usavano il web anche prima della pandemia, si potevano ammirare alcune opere, ma lo step successivo del cliente era andare personalmente a vedere il quadro. Invece, durante il lockdown era impossibile, e le gallerie di New York erano chiuse. Adesso si sono aperte, ma ci sono ancora molte limitazioni”.

Opera di Basquiat, “Il Guerriero”

L’arte è ancora un buon investimento? “Beh, qualche giorno fa è stato battuto all’asta un Basquiat per 41,7 milioni di dollari. Si tratta di ‘Il Guerriero’, un quadro del 1982 acquistato da un collezionista nel 2012 per poco più di 8 milioni, dunque si può certamente dire sia stato un ottimo affare”. Ma qual è l’investitore tipo? “In questi 20 anni di carriera ho visto che chi compra arte è un appassionato di arte. E sa che il valore di alcuni artisti e di alcuni trend, come quello afroamericano, ha continuato a salire. Ma ci sarà un grande desiderio di comprare arte quando ci saranno più occasioni”.

E tutto ciò che passa sul web? Il mercato virtuale per intenderci: “Guardi, è stata venduta di recente una non-fungible token dell’artista digitale Mike Winkelmann, conosciuto come Beeple: 69 milioni di dollari per un’opera che esiste solo virtualmente e non è riproducibile. E’ un territorio nuovo, quello della crypto art, non so ancora se avrà o meno grande espansione. E’ un genere che attrae un pubblico giovane, che ha più familiarità con questo tipo di possesso”.

Lei che vive nell’arte, qual è l’opera che più l’ha emozionata, quella del cuore? “Non vado indietro fino alla mia grande passione, Caravaggio, ma resto sul contemporaneo. Il trittico di Francis Bacon, legato al ricordo del suicidio del suo amato compagno George Dyer a Parigi. E’ un’immagine che torna in modo ossessivo nei suoi quadri, esposti in luoghi differenti. Nel 2006, a Londra, sono riuscita a riunirli. All’epoca il valore era più basso, adesso sarebbe impossibile riorganizzare una simile esposizione per i costi di assicurazione troppo alti. Quel trittico offre una visione tragica della natura umana. Ed è stato straordinario ammirarlo in un contesto differente: i tre quadri erano appena arrivati, erano appoggiati al muro, non ancora installato. Fu un’emozione immensa”.

Opera di Caravaggio, “Suonatore di liuto”

In tempi di pandemia, è cambiato qualcosa nella produzione artistica? Il lockdown ha influito sulla creatività? Ad esempio Damien Hirst continua a produrre moltissimo: “Rispetto al mercato è molto all’avanguardia, anzi, direi che lo ha spinto ai limiti. Nel 2008 lui consegnò una grande quantità di opere a una casa d’aste, una mossa rivoluzionaria. Il ciclo naturale è produzione, galleria, collezionista e solo dopo, eventualmente, l’asta. Hirst scardinò il modello, ebbe un successo incredibile, fu tutto venduto. E questa cosa non fu più ripetuta”. Era all’inizio della globalizzazione: “Si, ma adesso è tutto globale”.

E’ più semplice acquistare all’asta o in galleria? “Indubbiamente all’asta, perchè basta registrarsi e dare garanzie referenze per il pagamento. L’asta è democratica, compra chi fa la battuta più alta. Ma la galleria ha una funzione nobile: difendere il mercato dell’artista e far si che le opere finiscano in buone collezioni. Provi a chiedere il prezzo di un quadro in una galleria: non glielo diranno. E’ un mercato in cui bisogna già sapere, avere competenze, passione”.

Opera di Mike Winkelmann, “Beeple”

Le gallerie, in tempi pre-pandemia, sono sempre state aperte al pubblico gratuitamente, sono un’oasi di pace aperto a tutti, di piacere intellettuale. Sono frequentate anche da chi non ha la possibilità di acquistare opere costose. “Si, ma è un valore aggiunto. Le spiego. Quando organizzai la mostra di Manzoni, la sua prima retrospettiva in America, era il gennaio 2009, piena crisi finanziaria. L’effetto del successo di pubblico fu positivo perchè positiva era la visione che Manzoni aveva della vita: produsse in pieno boom economico e morì ancora giovane, nel pieno delle energie”. Ma c’è strategia di marketing o arte pura negli artisti? “Direi più arte pura, perchè non possono fare altro che esprimere loro stessi. Certo, sono contenti di avere successo e che le loro opere vendano o finiscano nei musei. Ma si mettono a nudo, mettono la loro anima nelle opere che presentano con assoluta sincerità e necessità”.

Valentina Castellani

Adesso lei sta cercando di trasmettere la sua conoscenza ai più giovani: “Si, è capitato per caso, ho dovuto strutturare il tutto. La cosa più interessante è il rapporto con studenti di tutto il mondo, portatori di una cultura diversa dalla mia, svegli, curiosi, interessati. Mi hanno spinta in territori in cui non sarei andata: sono molto restia alla tecnologia, che, invece, è il loro pane. La loro visione è differente, è una generazione attenta all’ambiente. Pensi che una mia studentessa sta ultimando una tesi su come le gallerie possano contribuire a contrastare il cambiamento climatico”. E l’Italia? Come sta affrontando questo periodo secondo lei? “Il mercato dell’arte è molto fermo, è difficilissimo operare, c’è attesa per un minimo di normalità. L’America si è aperta prima, l’Europa è messa molto male, a Parigi è ancora tutto chiuso, dai musei alle gallerie. Aspettiamo gli effetti dei vaccini”.

Valentina Castellani e Germano Celant

Progetti futuri? “A parte continuare fare il dealer, mi piacerebbe scrivere un libro sulla base del mio corso e della mia esperienza”. Attualmente Valentina Castellani sta collaborando con la galleria Levy-Gorvy per promuovere il lavoro di Carol Rama e sviluppare un rapporto con l’Archivio dell’artista a Torino, sua città di origine. Ed è vero quello che ha detto: è restia alla tecnologia, non la troverete sui social, ha rilasciato pochissime interviste (una delle quali ad Alain Elkann) ed abbiamo faticato non poco per ottenere una sua fotografia attuale. Ma a volte la bellezza sta anche nella riservatezza, qualità oggi rara come alcune opere d’arte. 

 

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