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Un concerto etnosinfonico per ricordare la rivolta dei rom e sinti ad Auschwitz

Tre cantanti lirici si esibiranno in lingua romanì: è la prima volta nella storia della musica occidentale

Nell’immaginario collettivo hanno sempre in mano un violino o una fisarmonica, suonano per strada, intonano musiche dal ritmo popolare che sembrano venire da lontano. I Rom, Sinti, Kalé, Manouche, Romanichals sono gli ambasciatori nel mondo di una musica speciale, espressione principale della loro millenaria cultura. 

Esiste, tuttavia, un’altra musica romanì più nascosta, meno nota, quella di grandi musicisti rom che non solo hanno creato e interpretato le note romanes, ma hanno anche ispirato musicisti di fama internazionale come Liszt, Schubert, Brahms. Nel periodo del romanticismo, infatti, in cui si esaltavano valori come l’identità, il folklore, la libertà, le radici, grandi compositori europei hanno attinto a piene mani dalla musica romanì, oggi parte integrante del patrimonio musicale europeo. 

In qualche modo siamo tutti più rom di quanto pensiamo, perché un popolo così espressivo e libero come quello rom convivendo con altri popoli, per quanto sia stato segregato e represso, è riuscito a lasciare tracce indelebili. Lo stesso è accaduto nella cultura italiana in cui i Rom di antico insediamento sono presenti da 600 anni, un’eternità che non vale ancora oggi come passaporto per essere considerati italiani a tutti gli effetti. 

Eppure dove non è riuscita la legge italiana, che non ha mai riconosciuto la lingua e cultura romani tra le minoranze da tutelare, dove non è riuscita la società che continua a chiamarli in senso dispregiativo “zingari”, lì è arrivata l’arte, la musica, strumento di libertà in una società sempre ostile e repressiva verso i Rom.

Non solo la musica è, quindi, “mezzo di difesa culturale ma ha anche una funzione socializzante, poiché unisce”, scrive Santino Spinelli nel suo libro “Rom, questi sconosciuti”(ed. Mimesis). Santino Spinelli, rom italiano di antico insediamento e Commendatore della Repubblica Italiana, nonché scrittore, poeta, saggista, musicista, compositore, musicologo, etnomusicologo e docente universitario di Lingua e Cultura Romanì, con il suo gruppo l’Alexian Group si è esibito sui palchi di tutto il mondo insieme ai propri figli, una sorta di orchestra familiare di alto livello.

È proprio per valorizzazione il patrimonio musicale dei Rom Italiani di antico insediamento che sabato 15 maggio l’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” (OSR), istituzione concertistica marchigiana di fama internazionale, organizza, in collaborazione con l’Orchestra Europea per la Pace e l’Alexian Group, un Concerto Etnosinfonico. Un concerto di musica identitaria a livello sinfonico rappresenta un unicum,  il primo passo, si spera, verso il riconoscimento dell’apporto della musica rom nella musica classica europea. Tre cantanti lirici si esibiranno in lingua romanì: è la prima volta nella storia della musica occidentale. 

L’evento, in diretta streaming su abruzzolive.tv dalle 10 e 30, si terrà nei pressi del Monumento al Samudaripen (“la Shoah dei Rom”) di Lanciano, città medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza e unica città in Italia ad ospitare un monumento in memoria dei popoli Rom e Sinti uccisi nei campi di concentramento nazisti. Nella scelta della data di questo concerto, diretto dal M° Nicola Russo, c’è la volontà di celebrare con un giorno di anticipo, la ricorrenza della Rivolta dei Rom ad Auschwitz, nota anche come Giornata dell’Orgoglio Romanò. Il 16 Maggio del 1944 infatti, le SS avevano deciso di liquidare lo Zigeunerlager da ogni presenza; i Rom e i Sinti, internati e disarmati, ebbero comunque il coraggio di ribellarsi al tentativo di sterminio da parte dei propri carnefici, mettendo a soqquadro il proprio campo e facendo momentaneamente ritirare i soldati tedeschi.

“Se vuoi capire un popolo ascolta la sua musica” diceva Confucio. Forse non basterà, ma potrebbe essere un buon inizio ascoltare sabato 15 maggio il concerto etnosinfonico che omaggia la cultura rom e l’incontro con le altre culture, un dialogo d’amore possibile ma troppo spesso interrotto della reciproca diffidenza.

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