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A Venezia 78 “America Latina” dei fratelli D’Innocenzo: film innovativo, forse troppo

Un thriller/dramma all'interno di una famiglia agiata di un dentista paranoide, con delle inquadrature avvolte troppo lente e un titolo che resta un mistero

Venerdì è stata  la giornata di “America Latina”, film per la regia dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, una produzione Italo Francese, in Concorso qui al Festival del Cinema di Venezia ’78.  I registi gemelli sono al loro terzo lungometraggio dopo aver conquistato l’Orso d’Argento a Berlino per la migliore sceneggiatura di “Favolacce” (2020).

America Latina è la storia di un dentista (Massimo) interpretato da Elio Germano, che parallelamente allo svolgersi della sua vita normale sente svilupparsi dentro di se una condizione psichica disturbata. Massimo ha costruito il benessere in cui vive lui con sua moglie (interpretata da Astrid Casali) e con le sue ragazze (interpretate da Carlotta Gamba e  Sara Ciocca) con duro impegno di studio e impegno lavorativo.

Tutto sembra andare per il meglio  per questa famiglia dell’alta borghesia fino al momento in cui i registi ci descrivono il rapporto problematico di Massimo con suo padre. Un rapporto disfunzionale, dove i due dialogano senza ascoltarsi reciprocamente e dove più che i contenuti emergono i sensi di rabbia reciproca. Un rapporto genitoriale che tocca in Massimo corde interiori e profonde fino a scalfire la sue certezze e a ridurlo in un essere umano pieno di fragilità.

Il film analizza il pericoloso processo dello sviluppo di una condizione psicotica dentro la psiche del protagonista. Osserva monitorando come questa condizione psichica possa mettere a rischio la vita di chi ti sta intorno, sia famigliari che estranei.

I due registi hanno fatto molto uso – forse abuso – del primissimi piani come a voler sottolineare la volontà di  entrar nell’intimo dei soggetti. Anche i ritmi lenti del film inducono lo spettatore a riflettere su ogni inquadratura e a ipotizzarne il significato. Talvolta però la lentezza del film non trova una giustificazione. Lo svolgersi del racconto si sviluppa come un thriller/dramma fornendo allo spettatore alcuni indizi per formulare delle ipotesi. Questo gioco di intrecci tra realtà e follia paranoide tiene lo spettatore incollato alle poltrone per capirne l’esito e per verificare la validità delle proprie ipotesi. Abbondante è l’uso dell’oscurità che avvolge il protagonista Massimo mentre molto illuminate sono le figlie e la moglie: la luce viene usata per descrivere i diversi stati mentali.

Un film interessante, ben confezionato e innovativo nel suo genere volendo affrontare una tematica da sempre volutamente ignorata da tanti autori.

Sapremo questa sera che premio il film avrà meritato o se ne avrà mai meritato alcuno.

Non appena si lascia la sala e dopo aver assorbito lo shock emozionale del film viene da chiedersi : quale è il nesso tra la storia appena vista e il titolo del film? Gli spettatori sono in attesa di risposta.   

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